100 Incipit Moby Dick 001

L’incipit di Moby Dick, uno dei must delle letteratura mondiale. Ma che dire quando tiriamo in ballo le traduzioni? A confronto le due di Cesare Pavese e Renato Ferrari. Ci sembrava il modo migliore per inaugurare questa nuova rubrica: 100 Incipit.

Forse dovremmo limitarci al “Chiamatemi Ismaele”. È questo il vero incipit di Moby Dick, ciò che viene dopo è già narrazione, storia, è il personaggio che entra. Sulle prime righe del malloppone di Melville tanto è già stato scritto, e non è un caso che siano universalmente riconosciute come le più famose e riuscite della letteratura mondiale.

Volendo evitare facili paroloni da recensore radical-chic (vedi alla voce “fulminante” o “deflagrante”: non vorrei mai scomodare il buon gusto di un Christian Raimo o degli oligarchi detentori di un linguaggio consono per il talkin’ about books), coglierei l’occasione per gettare lo sguardo un po’ più in là, tirando in ballo il tema della traduzione.

Senza voler fornire un’analisi che richiederebbe competenze linguistiche che non vanto, vorrei trasformare questa riflessione sull’incipit di Moby Dick in un dialogo aperto con chi, con maggiori competenze o con qualche idea in merito, vorrà intervenire sull’argomento.

L’intenzione è molto semplice, ovvero accostare due traduzioni dell’originale di Melville: quella di Cesare Pavese, ritenuta da molti l’“insuperabile”, e quella più modesta e lineare di Renato Ferrari. Riporterò, prima delle due versioni in italiano, il testo originale del 1851.

Call me Ismael

 

H. Melville, Moby Dick, 1851

Call me Ishmael. Some years ago- never mind how long precisely- having little or no money in my purse, and nothing particular to interest me on shore, I thought I would sail about a little and see the watery part of the world. It is a way I have of driving off the spleen and regulating the circulation. Whenever I find myself growing grim about the mouth; whenever it is a damp, drizzly November in my soul; whenever I find myself involuntarily pausing before coffin warehouses, and bringing up the rear of every funeral I meet; and especially whenever my hypos get such an upper hand of me, that it requires a strong moral principle to prevent me from deliberately stepping into the street, and methodically knocking people’s hats off- then, I account it high time to get to sea as soon as I can.

 

H. Melville, Moby Dick, Adelphi, 1994, 588 pgg. (trad. Cesare Pavese)

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. E’ un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.

 

H. Melville, Moby dick, Istituto Geografico De Agostini, 1982, 609 pgg. (trad. Renato Ferrari)

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa, – non importa esattamente quanti, – avendo poco o punto denaro nella mia borsa e nulla di particolare che mi trattenesse a terra, pensai di andarmene navigando un poco in giro a vedere la parte del mondo coperta dalle acque. È questo un modo che uso per scacciar l’umor nero e per regolare la circolazione. Quando m’accorgo che mi si va formando una piega arcigna intorno alla bocca; quando nel mio animo v’è un umido, piovigginoso novembre; quando mi vedo involontariamente sostare davanti a negozi di casse da morto e mettermi in coda a ogni funerale in cu mi imbatto; e specialmente quando l’ipocondria prende un tale sopravvento su di me, ch’io debba ricorrere a un forte prncipio morale per impedirmi di scendere deliberatamente in strada per far regolarmente volar via dalla testa della gente il cappello; allora giudico che sia gran tempo di andar per mare quanto più presto possibile.

Pur limitandoci a un campione di testo troppo circoscritto, per niente esemplificativo, ma comunque importantissimo, la traduzione di Pavese sembra mostrare due connotati: da un lato si presenta letterale e fedele all’originale (“watery part of the world” è “la parte acquea del mondo”, contro “la parte del mondo coperta dalle acque” di Ferrari), dall’altro è più sofisticata, più attenta a rendere il testo di Melville con note che richiamano un certo espressionismo, a costo di allontanarsi liberamente dall’originale (“growing grim about the mouth” è “atteggiando le labbra al torvo”, in opposizione al più fedele e neutro, ma anche più didascalico “si va formando una piega arcigna intorno alla bocca” di Ferrari).

Se è possibile emettere un giudizio di qualità su una traduzione, quali sono i criteri, quale il discrimine? È davvero la traduzione di Pavese il capolavoro che tutti siamo pronti a riconoscere?

La palla passa a voi, traduttori e appassionati di balene.

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CREDITS IMMAGINI

Call me Ishmael, via.
Ahab vs. Moby Dick, via.

2 commenti a “ 100 Incipit: Moby Dick ”

  1. Io ho letto quella ancora più recente di Alessandro Ceni per Feltrinelli. La traduzione, per quanto non abbia lo stesso valore (economico soprattutto) di una creazione originale, è pur sempre un atto creativo. E la traduzione di Pavese potrà avere più valore proprio perché è fatta da un grande scrittore e come opera in sé, più che come traduzione. Non è detto che sia filologicamente, culturalmente e linguisticamente più corretta o che rispetti lo spirito dell’opera originale. In un libro come Moby Dick poi, dove lo stile vorticoso di Melville è fondamentale, a maggior ragione potremo apprezzare la resa di un grande scrittore. Ma è altrettanto importante avere una traduzione letterale, perché anche la scelta di tradurre “coffin warehouse” con “agenzie di pompe funebri” potrebbe limitare la comprensione della cultura di Melville e della cultura americana, che magari risultava oscura anche a Pavese. Nell’assenza di un possibile equilibrio tra le due cose l’importante è fare una scelta consapevole, magari chiedendosi prima chi e come ha fatto la traduzione. Così magari cominciano a pagarli di più quei poveri cristi.

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    • Trovo splendida la traduzione di Pavese, non conosco le altre due, mentre sono in attesa di leggere la nuova traduzione, di Ottavio Fatica.
      Trovo sbagliato ritenere che la cultura americana potesse risultare oscura a Pavese: è stato uno dei primi letterati italiani a dedicarsi alla traduzione di autori americani, si laureò con una tesi sull’opera di Walt Whitman e nel 1951 Italo Calvino, curando la raccolta dei saggi critici di Pavese, intitolò la silloge proprio “La letteratura americana e altri saggi”, sottolineando l’importanza e il peso degli autori americani nell’opera di P.

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