100 Incipit Trilogia Sentimentale

Tre incipit e una sola parola ricorrente: morte. Questo è Javier Marías, questa la chiave per i romanzi della sua Trilogia sentimentale. Ecco gli incipit.

Forse la nostra civiltà è la civiltà delle trilogie, e quasi mi viene da pensare che sia questa la vera e più consistente attività che la tradizione cristiana ha lasciato nei secoli: il numero tre, la perfezione da perseguire, l’impossibilità delle cose semplici, dei rapporti a due.

Trilogia SentimentaleLasciamo Dante e le sue cantiche al loro posto e diamo un’occhiata al Novecento. Tolkien per il fantasy da leggenda, Auster e New York, giusto per dirne un paio, ma anche la Trilogia della frontiera di McCarthy e poi su fino a Millennium di Larsson e al vampirismo spinto. Insomma, il tre ci piace.

Piace anche a Javier Marías, che di trilogie ne ha scritte addirittura due. La prima, quella sentimentale, raccoglie tre romanzi che godono di vita autonoma, pensati singolarmente e poi raccolti in una sorta di saga postuma; la seconda, quella de Il tuo volto domani, è invece una trilogia a tutti gli effetti, niente terzo volume senza aver letto i primi due.

In ogni caso, venendo alla nostra rubrica, ecco gli incipit dei tre romanzi che vanno a formare la Trilogia sentimentale:

 

Tutte le anime, Einaudi, 2012, 222 pgg.

Due di loro tre sono morti dopo che ho lasciato Oxford, e ciò mi fa pensare, in maniera superstiziosa, che forse hanno aspettato che io arrivassi là e che ci consumassi il mio tempo per darmi l’occasione di conoscerli e perché adesso possa parlare di loro. Può darsi, perciò, che – sempre in maniera superstiziosa – io sia obbligato a parlare di loro. Non sono morti fino a quando io non ho smesso di frequentarli. Se fossi rimasto nelle loro vite e a Oxford (se fossi rimasto nelle loro vite in maniera quotidiana), forse sarebbero ancora vivi.

Un cuore così bianco, Einaudi, 2012, 326 pgg.

Non ho voluto sapere, ma ho saputo che una delle bambine, quando non era più bambina ed era appena tornata dal viaggio di nozze, andò in bagno, si mise davanti allo specchio, si sbottonò la camicetta, si sfilò il reggiseno e si cercò il cuore con la canna della pistola di suo padre, il quale si trovava in sala da pranzo in compagnia di parte della famiglia e di tre ospiti.

Domani nella battaglia pensa a me, Einaudi, 2012, 283 pgg.

Nessuno pensa mai che potrebbe ritrovarsi con una morta tra le braccia e non rivedere mai più il viso di cui ricorda il nome. Nessuno pensa mai che qualcuno possa morire nel momento più inopportuno anche se questo capita di continuo, e crediamo che nessuno se non chi sia previsto dovrà morire accanto a noi. Molte volte si nascondono i fatti o le circostanze: i vivi e quello che muore – se ha il tempo di accorgersene – spesso provano vergogna per la forma della morte possibile e per le sue apparenze, e anche per la causa.

La parola ricorrente è presto trovata: morte, già. E se questi sono gli incipit della Trilogia sentimentale, ogni dubbio è presto fugato: come in ogni grande romanzo, da che l’uomo ha iniziato a scriverne, qui le grandi variabili in ballo sono amore e morte, eros e thanatos, il più banale (e mai stancante) leitmotiv letterario e umano, ben prima delle teorie freudiane e degli scandagli psicanalitico-introspettivi novecenteschi.

Marías inizia in medias res, senza preamboli, nei primi due incipit. Nel terzo invece si parte con una grande premessa, quasi una trattazione, ma la scena da cui si dipanano i fili della narrazione è già nella prima riga: un uomo si vede morire una donna fra le braccia e, prima di raccontare cosa sia successo, il narratore palesa la necessità di provare a capire, di scervellarsi sulle infinite possibilità che una morte, non solo una vita umana, può offrire.

Partono con una morte nell’aria i tre romanzi di Marías. La trama, poi, tradisce ogni attesa, si inviluppa; meglio: non decolla. Non è questo l’importante nei libri dello spagnolo, la cosa sorprendente è la capacità analitica, la previsione di ogni comportamento, il calcolo delle variabili che gli accadimenti nel corso di una vita impongono al personaggio e, a monte, alla voce narrante.

C’è più thanatos che eros, qui, in questi incipit. E ogni morte reclama una storia che la racconti, chiama parole a supportarla, parole che sappiano capirla o che si spingano fino al limite di ogni incognita, di ogni sfaccettatura possibile, prima di rassegnarsi all’incapacità ultima di ogni umana spiegazione.

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