Johnny Depp

di Alberto Bullado.

5 settembre 2007. 64esima Mostra del Cinema di Venezia, Leone d’Oro alla carriera per Tim Burton. Glielo consegna Johnny Depp. Io ero lì. Adolescenti di prima mattina accampate sotto il sole lungo la passerella. Ma Depp non si farà vedere prima delle 18:00. Ragazzine senza tette, sudaticce e vestite di nero, che si ricamano tra di loro le braccia con pennarelli viola. Quando Depp sfila è il pandemonio. Scene che ricordano gli sbarchi all’aeroporto dei Beatles. A fianco ho il Piotta, dall’altra parte una “desperate housewife” in abito da sera che saltella, le tette plastificate che le sobbalzano quasi fuori dalla mise. Questa si volta verso di me e dice: «Mi scusi, ma è davvero arrivato?», e io: «Credo di sì». Voglio dire, attorno è una bolgia di gente in delirio, ma vederlo è impossibile. La donna inizia ad urlare come le sue “coetanee” dark, in prima fila, che ormai puzzeranno da vongole. Poi torna su di me e chiede: «Ma è quello John Deep?». E mi indica un tizio biondo vattelapesca. Nel frattempo una ventenne si arrampica sulla schiena di un mio amico zompandogli addosso. Si ancora sulle sue spalle come una scimmia. Urla come in preda ad un orgasmo cosmico ed in mano stringe una fotocamera che comincia a mitragliare. Giuro.

Dici, vabbé, ci può stare. Gli effetti collaterali del divismo cinematografico. Eppure ogni volta che penso a Johnny Depp, e a cosa è diventato, non riesco a togliermi dagli occhi quelle immagini: le ragazzine dal trucco sbavato e con le ascelle fritte. E quella donna, il suo sorriso ebete, i capezzoli puntuti, ridicoli e ballerini che saltella sul posto fissando uno sconosciuto. Ma se mi riferisco al presente mi accorgo che da allora poco è cambiato e che Johnny Depp è caduto vittima di se stesso. Un’ombra patinata, pura infatuazione, ma poca sostanza. Parlo dell’ultimo Depp, un feticcio di Hollywood vagamente baudelairiano, sempre più uomo passerella, attore pret-a-porter, sex symbol trasversale per qualsiasi qualità di estrogeno. Benissimo, ma oltre a questo? Parlando di film e di interpretazioni, c’è veramente qualcos’altro da aggiungere? Eppure il ragazzo prometteva bene. Gli esordi “maledetti”, i film scommessa, le prove caustiche in film certamente coraggiosi. Qualcuno aveva persino parlato di eredità pesanti: James Dean, Marlon Brando, Paul Newman. Ora Johnny Depp è al massimo l’action figure vivente di Jack Sparrow.

Intendiamoci: non ho nulla contro la saga dei Pirati, ora in sala con un nuovo capitolo, come del suo personaggio, che funziona. Quelli sono film che non hanno nulla da dire perché non sono stati creati per “fare cinema”. Infatti sono ottimi prodotti d’intrattenimento ed al nostro non gli si può rimproverare il fatto di essersi rifugiato in una serie di megaproduzioni che gli garantiscono una buona pensione ed il pagamento delle bollette. Ma, voglio dire, che senso avrebbe avuto l’aver lavorato con Tim Burton, Oliver Stone, Jim Jarmush, Emir Kusturica, Wes Craven, Terry Gilliam, Roman Polansky, Robert Rodriguez, Micheal Mann, e moltissimi altri, per fermarsi ad un pirata della fottuta Disney? Che significato dare ad una simile carriera?
L’impressione è quella di avere a che fare con un artista che ha finito la benzina. Tanta esperienza, una valanga di nomination ai Golden Globe e tre agli Oscar, ma nient’altro, se non il cachet più oneroso al mondo. Nessuna statuetta, ma soprattutto un presente fatto di pellicole che non restituiscono più l’attore Johnny Depp (The Tourist…), ma solamente l’uomo, la star, il santino chic, l’icona hipster. Da un punto di vista artistico Depp ha un problema (e lui lo sa): quello di non essere più in grado di evadere da un certo format. Ovvero quella sua tipica interpretazione al di sopra delle righe, istrionica e baldanzosa. Ecco che lo apprezziamo nei panni di Willy Wonka, Sweeney Todd, il Cappellaio Matto o di Jack Sparrow. Protagonisti variopinti di film onesti, ma che, diciamoci la verità, tra 20-30 anni nessuno ricorderà con chissà quale slancio. E che ne è di tutto il resto? Prove scialbe e così così, degne di un attore comune, tiepido e limitato, o almeno non così osannato, che non è in grado di far compiere il salto di qualità a pellicole più modeste. Provate a chiedervi quand’è stata l’ultima lodevole prova al di fuori di quello che chiunque si aspetterebbe da lui. Sarà difficile trovare una risposta. Insomma, quand’è che Johnny Depp la smette di fare il Johnny Depp per tornare a rivestire i panni dell’attore professionista? Perché il punto è questo: lui non fa altro che portare se stesso sul grande schermo, o meglio, il suo personaggio, la sua caricatura (che lui stesso si è creato) e poco altro. La verità è che Johnny Depp è diventato pura presenza scenica, un arredamento prezzolato, che dopo dieci anni di tiritere uguali a se stesse sta diventando alquanto bidimensionale.

Tutto è cominciato con quel cazzo di film sul cioccolato (efficacissima stimolazione cinematografo-clitoridea per un certo pubblico femminile). D’altronde l’afflato da bello e maledetto ce l’ha sempre avuto. Poi ha maturato quell’aria gitana un poco stagionata. Infine si è messo gli occhiali ed il cappello in testa e si è riempito di ninnoli i polsi. E, cosa ben peggiore, si è trasferito in Francia. Basta: l’uomo è bollito, imprigionato in un bambolotto incapace di esprimere quel talento magmatico e lisergico che aveva lasciato trasparire in giovinezza. Si è trasformato in quel John Deep in grado di appagare le fantasie beote di una quarantenne veneziana con il rossetto rosa. Una sorta di Ken plastificato, supino a diversi stereotipi estetici, ma ugualmente piatti.

Allora inizi a farti qualche domanda. Il sospetto è che Johnny Depp sia stato un bluff fin dall’inizio. Una serie infilata di film giusti, qualche altra pellicola passabile, più uno o forse due cult movie, ed il gioco è fatto. Quanto basta per guadagnarsi la manovalanza alla corte di grandi registi in grado di sfornare dei successi quasi del tutto assicurati. Tant’è vero che Johnny Depp buca lo schermo in pellicole con alle spalle firme prestigiose, oppure costruite su di lui. Sono quindi i film che lo sostengono, quasi mai avviene il contrario. Inoltre vi ricordate qualche recente pellicola nel quale egli contribuisce alla buona riuscita di una sceneggiatura corale? Un’altra spiegazione potrebbe essere la seguente: la trasformazione di Depp è stata una scelta. Un escamotage per poter sopravvivere alle montagne russe di Hollywood. L’attore si tira quindi fuori dai giochi, creando il personaggio tutto festival, copertine, interviste e red carpet. Rimane il suo involucro scintillante, l’icona. Ma se così fosse, Johnny Depp, come copywriter del proprio marchio, è a rischio saturazione. Il giochetto non può funzionare in eterno. Ed è per questo che qualcuno vicino a lui farebbe bene a ricordargli: “ok Johnny, adesso basta”. Se non altro perché quelle ragazzine senza tette del 2007 ora avranno raggiunto, oltre che la maturità sessuale, anche quella anagrafica. Inoltre le nuove bimbe ora spasimano dietro agli incarnati pallidi, lambiti da scarlatte emulsioni, di Edward Cullen, pardon, Robert Pattinson (Twilight). È la legge del ricambio generazionale. Il rischio di Depp è quello di rimanere il sogno erotico proibito di tante tardone sedotte da smorfiette che il nostro, alla soglia dei 50 anni (Jack Sparrow è un classe ’63), non potrà oggettivamente procrastinare ancora a lungo. Neanche su Vanity Fair. E far finta di essere il figlio di Keith Richards, anche quello non gli potrà essere d’aiuto. Del resto una cosa sono le copertine dei magazine, un’altra il responso finale della settima arte.

P.S. e una pellicola b-movie “The Twilight of Pirates: Jack Sparrow vs vampires” diretta da un Tarantino?…

P.P.S. qualche fanciulla non gradirà questo articolo: esticazzi. Siamo in democrazia ed io non andrò di certo a strappare i poster in camera sua finendo all’inferno delle lettrici di Cioè o Donna Moderna.

P.P.P.S. so che nessuno mi crederà ma una volta terminato l’articolo, andando a verificare su Wikipedia di non aver scritto stronzate, mi sono accorto che il 9 giugno è pure il suo compleanno. Quando si dice il destino. Un motivo in più per ripeterlo: ok Johnny, ora basta. Il tempo passa.