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Testamento poetico di una sentinella (ovvero: “Il sole porta emozione”)

crucco e tonto

di Isacco Tognon.

Mi sovviene tale frase che nostro sturziano

collega ebbe a dire in data 28 gennaio 2010 in occasione di pacifico

colloquio con l’investigatore Basil (prof. Baldassarri).

Commosso e stupito come tricheco ingerente ostrichette,

feci tale frase affiorare tra i pensieri miei

innalzandola a musa ispiratrice per riflessione allegorica sullo

stato della poesia nell’età coeva.

Dio abbia pietà dei miei pensieri.

E anche voi, abbiatene.

“IL SOLE PORTA EMOZIONE”
-Piccolo testamento di una sentinella avvoltoio alla poesia postnovecentesca-

Sceriffo, la porta! La porta è socchiusa, già scappano i poeti quasi mai laureati e – manco a dirlo – non assunti: i più scaltri, ma i migliori, qualche volta licenziati. Lo vedi il pertugio (perdonami, lo so che si arrima ad archibugio, ma tant’è): dove passano! Passano dai fori squadrati snaturati dell’uscio, dalla serratura, da poesie nel frigo e dai microonde per scaldarle, a volte bruciarle un po’. Scusi sceriffo, a fare la mia ronda io ci torno, ma è un classico, non si può andare avanti a simmetrie e contenitori, a fili spinati e ordinati – prevedibili, questo sì.
Lasciate che il verso della scimmia si sbizzarri, scorrazzi qua e là tra le pagine bianche inesistenti della rete, andrà a finire che anche le rane scriveranno versi e faranno blog. È l’una di notte, sceriffo, ma non va proprio tutto bene. Qui siamo tutti ermellini, a volte anche ermetici, ma poesia è una casa chiusa, un “desabituè”. Ho scritto versi facili, difficili, anche medi, ma nessuno mi ha mai detto che così non va; e pure non andava. Chi lo sa poi, se bisogna aggiungere o sottrarre, limare o lasciar correre: sparire. Mi sono scervellato un poco l’altra notte, ero di turno, ho pescato un paio di argomenti, il cestello ne era pieno. Ma non so dirli, sceriffo, non so a che vale scriverli. Mi perdoni, ma slegare il prigioniero è un gioco per chi scivola, io alle catene mi affeziono, se le tolgo è per amarle quando servono di più. Vedrà che il condannato non morirà all’alba, cascherà in qualche botola e chi vuole saprà dove trovarlo. Ma che vista, sceriffo, si immagini che vista! La piazzetta gremita, una doppia impiccagione, e va a finire che entrambi ci restano, lo sciogli-briglie e il carceriere.
Allora sarà solo la notte, magari neanche tanto buia e tempestosa, semplice notte abbastanza tiepida, pochi si accorgeranno che luce ce n’era e ora non c’è. Rideranno comunque, i poveri con le loro tasse in arretrato, i conigli felici e i cantastorie. Solo, torneranno a cantare un po’ per tutti, un po’ tutto, la loro voce martello e marzapane, niente setole e pennello. Ritorneremo a cantare che il sole porta emozione, che il sole magna le ore (son solo ventiquattr’ore!) e se il sole è sempre il sole, chi lo prova non lo lascia più, sceriffo.

Qualcuno di noi resterà all’arme, scriverà di avere avuto qualche figlio, magari una dozzina. Ma la prole avrà memoria breve, non farà tante domande, e i più saranno stanchi del “si narra che un dì”. Sceriffo, lasciate che i diseredati reinventino un passaporto che sia in regola; lasciateli strimpellare e crederanno che sia sempre festa grande, pompa magna e sinfonia. Io, quanto a me, a far da guardia mi ci trovo, do un occhio qua e là, vedo e non vedo. Turno montante stasera, sceriffo, veglia assicurata anche per me. Pochi andranno, pochi arriveranno, dalla fessura sono passati tutti quanti o giù di lì. Starò così, guardingo, se ci sarà qualche magnifico bersaglio mi divertirò a colpirlo un poco, ma non ne avrò per molto.

Si ricordi di me quando inciamperò nei merli che danno sul ponte, insieme a lei saranno pochi e tra i pochi forse nessuno mi saprà. Aggiunga lei qualche nota atmosferica sulla memoria, sul mio “ero e ora non più”. Dica pure che nei giorni che pioveva me la passavo bene, scrivevo suoni e cartoline alle amiche in città. Ma non dica che il sole porta emozione, non lo dica per me, sceriffo. Lasci che le voci si affievoliscano un poco, lasciatemi in disparte, questo sì, che se non è la gloria sia almeno un sopraffino gusto. Non mi ricordi – questo mai – per la mia bontà: non ero che una guardia, e neanche tanto scaltra. Non mi ricordi per le virtù, che ormai saranno poche e tra le poche tutte diverse da quelle che un tempo erano. Scrivete pure che il sole non porta emozione, che il sole va bene anche senza aggettivi. Se frugherete nei miei dintorni, troverete un piccolo cassetto tra il legno: è tutto ciò che ho, qualche moneta appena.
Prendetela, l’avevo tenuta per un giorno di pioggia.
Proprio come questo.

 

 

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