Colori - racconto

di Antonio Lauriola.

Guardai il fondo del bicchiere riconoscendo, in una goccia, il riflesso acquitrinoso di un ricordo risalente a tanto tempo fa e, prima di riuscire a riavvolgere l’ammuffito nastro della mia memoria, fui interrotto dal fruscio delle casse che segnava la fine dell’album che stavo ascoltando. Provai un tale senso di appagamento per la scelta musicale di M che avevo deciso di continuare ad ascoltare la sua selezione dopo che, salutando appena, lasciò l’appartamento per lanciarsi in una delle sue peregrinazioni beckettiane verso «qualche parte», per ritrovarci «più tardi, non so dove, mi faccio vivo io». Mi alzai dalla scrivania per sgranchirmi un po’ le gambe e recuperare i millenni di evoluzione che ci hanno garantito la posizione eretta. Più alto di dieci centimetri, raccolsi l’ipod dal divano e optai per i brani casuali confidando nel buon karma di quella giornata d’autunno mentre fissavo inebetito la posizione assunta da L sul divano: nella genuina posa a pelle d’orso, era aggrappato ai cuscini come se stesse abbracciando una cicciona appena scopata.
Indossai la sciarpa per uscire sul poggiolo a sfumacchiare un po’ mentre Bob Marley intimava d’alzarsi con l’entusiasmo degno di un afroamericano delle Antille. Sorrisi rivolgendomi al cielo grigio-limone delle sere padovane e mi sorpresi, tre tiri dopo, a fissare un piccolo ratto che, spinto dalla fame o dalla ingenua curiosità, aveva deciso di abbandonare l’argine del canale per avventurarsi verso le misteriose aiole del viale lì sotto: pensai che se ci fosse stato M gli avrebbe sputato muco catarroso al primo sguardo mentre mi auguravo di veder comparire il gattone blu dei vicini a tendergli un agguato da documentario televisivo.
Il bello di una fervida immaginazione, peraltro grottescamente disturbata, è che permette lunghi discorsi e indicibili supposizioni quando si è con la giusta compagnia, ma ero perfettamente consapevole che l’effetto sarebbe stato drasticamente ridimensionato in un successivo resoconto agli abituali soci. Dopo uno splendido acuto di Plant valutai la possibilità di uscire a far quattro passi e bere una roba. E così feci, mentre L simulava il bombardamento di Montecassino con i suoi decibel di sonno.

White rabbit correva, ora, direttamente nella mia testa attraverso gli auricolari che – tunnel celato nella mia tasca come ai piedi di un albero – collegavano il paese delle meraviglie sonore alle meravigliose immagini della mente. Mi incamminai lungo la riviera preferendo la solitudine delle vie secondarie alla grigia malinconia delle piazze a quell’ora. La sagoma eretta della Specola si stagliava tra le gocce d’umidità come un’impermeabile stivale nella vetrina di qualche griffe, illuminata da deboli luci arancioni diffuse dall’atmosfera. Provai a scattare qualche foto nonostante la scarsa affidabilità della mia compatta in quelle condizioni. Seguì un tentativo di autoritratto col flash. Portandosi via preziose diottrie, mi lasciò per qualche istante in stato semiconfusionale, accecato da vibranti e sfavillanti paillettes multicolori, quintessenza del deterioramento retinico.
Percorsi in questa condizione qualche decina di metri fino alla base, oltre il fiume, dell’antica torre le cui finestre – me ne resi conto solo allora – erano debolmente illuminate e animate da curiosi movimenti all’interno. Salutai distrattamente M che mi passava accanto in quel momento. Senza ulteriori indugi, mi misi a curiosare verso l’ingresso dell’osservatorio universitario dove una piccola folla di giovani attendeva in fila chiacchierando sconfortata: come venni a sapere poco dopo, era stata organizzata una serata di visite gratuite per gli studenti ma, si può ben immaginare, il lanoso manto di nubi e nebbia impediva qualunque tipo di osservazione. Così si trattava di accontentarsi aggirandosi tra computer e telescopi freddi e inutili, senza cielo stellato tra le galileiane lenti a cui aspirare.
Scelsi ironicamente Goodbye Blue Sky dei Pink Floyd e concessi dieci minuti all’attesa dell’ingresso. Una forte raffica di vento fresco mi costrinse a tirare su il cappuccio della felpa che, come al solito, si rivelava tattica. Aumentai anche il volume della musica per non subire i commenti urlati di chi era travolto da sconvolgimento di fronte a quello che io consideravo un banale movimento d’aria. Ma dovetti ricredermi quando, cinque o dieci minuti dopo, la folata, nutrita di nebbia urbana e paura umana, gonfiata dal giallo odore degli alberi ormai calvi di foglie, e sorretta dalla voce di Serj Tankian che raggiungeva picchi folli nella mia testa, crebbe in un’apocalittica bufera di vento seminando un panico del cui eccesso ci si sarebbe resi conto solo a posteriori.
Mentre la dozzina di persone cercò rifugio in auto o nella piccola osteria all’angolo, avanzai all’interno della massiccia costruzione senza firmare il registro di pessima carta a quadretti posto sul leggio subito oltre l’uscio. Lo studiai per qualche istante provando a riconoscere i nomi e ne trovai uno bellissimo di ragazza, immaginandone i tratti semplici in un cappottino di lana scura. Qualche riga più giù l’inguardabile e familiare calligrafia di quello stupido del mio amico M che, prima della data e dell’ora della visita, firmava ‘Cittadino del Mondo degli Ubaldi’. Un sorriso idiota mi segnò le labbra ricordandomi la genesi di quel nome.

Dovevo ammazzare il tempo perché quello climatico voleva ammazzare me, così sfogliai qualche pagina spostandomi verso le prime e la vista di qualche nome noto m’impose il desiderio inappagabile di visionare quelli ancora più vecchi perché sapevo che, sebbene inutili (o forse in virtù di questo), il sistema all’italiana prevede che siano abbandonati in qualche armadio o archivio dell’edificio.
L’apocalisse continuava al di là della solida torre e, senza essere notato da occhio umano né, spero, elettronico, mi spostai oltre una pesante porta chiusa male, al di là della quale una rampa di scale di pietra chiara si articolava ritmicamente verso il basso. Non ebbi neppure l’accortezza di togliere gli auricolari e calcai un bel po’ di gradini prima di raggiungere una nuova porta completamente dipinta di nero tranne che intorno alla maniglia d’ottone. Qui, magistralmente pennellata, una mano femminile di una materialità sconvolgente, sembrava emanasse da sola la luce che illuminava l’ultimo tratto della discesa. Sbucai senza fatica dall’altra parte: una stanza bianca come questo foglio mi abbagliò più dell’autoscatto di prima torcendomi la testa come uno schiaffo paterno. L’assenza assoluta di prospettiva che regolava quello spazio candido mi sconvolge anche nel ricordo: mi sono sentito come Donald Duck in uno di quei cartoni in cui continua a inveire verso il disegnatore perché gli dia uno sfondo adeguato. Bidimensionalmente mi spostai a tentoni dubitando delle mie idee sul mondo dei ciechi che credevo si muovessero nel nero e battei contro qualcosa che si mosse per scappare via non abbastanza furtivamente da impedirmi di scegliere la direzione opposta. La musica non aveva più importanza, un odore di cioccolata calda mi pervase le nari reindirizzandomi verso un nuovo orizzonte: urtai uno stipite per capire di aver varcato un’altra soglia.

Oltre la porta, decine di multicolori tappetini da bagno disseminavano il pavimento: a forma di impronte di piedi, mani, zampe e zoccoli, mi diedero la certezza di trovarmi al raduno per l’imbarco di Noè e ringraziai il divino di aver tramutato il puzzo di merda, piscio e bestie, in golosissima cioccolata fondente e al latte e variegata nelle molteplici possibilità conosciute e ignote alla stirpe di Adamo. Seguii le tracce di un grosso felino per perdermi, poi, dietro ai sottili segmenti lasciati dalle zampette di qualche volatile, fino a confondermi con gli zoccoli irregolari di qualche povera bestia zoppa. Associavo la forma ai colori e i colori agli animali abbandonandomi all’assoluta sublimazione di quell’evento e di quel posto senza desiderare null’altro che l’impressione del ricordo dietro il giallo estivo di una pinna di foca.
Fu allora che, oltre i riflessi d’azzurro e bianco di un sipario che simulava una cascata amazzonica, trovai l’entrata di una lussuosa biblioteca. I suoi scaffali, bianchi d’avorio antico, custodivano lucidi tomi dalle copertine d’oro e ossidiana. Mi muovevo rapito dall’onirica visione di quel paradiso in cui ogni libro rifletteva una diversa immagine di me come se il titolo inciso sul fianco mi aggettivasse in una rapida descrizione di possibili e improbabili identità. Imparai presto a fondermi, come inchiostro bagnato, alle innumerabili realtà di quell’isola d’inganni mentre, senza che me ne rendessi conto, un’angoscia sempre più forte si stava impadronendo di me.

Il ritmo cadenzato dei registratori di cassa di Money faceva l’amore con i miei timpani come un ritorno in cuffia del mio battito cardiaco. Presi a correre e urlare nella comica maniera che spesso avevo simulato per ridere con gli amici ma ero solo e, correndo, lasciavo rosse impronte-tappetino mentre la fronte grondava sudore verde e denso come gocce di smeraldo. Se provassi dolore non saprei dire, ma certamente ero terrorizzato da quell’abbaglio cromatico che mi condusse ad un piccolo ponte di vetro e piombo. Trattenni il fiato valutando l’abisso dantesco sotto i miei piedi. Mi costrinsi a procedere tendendo ogni muscolo del corpo e scoprii, maestosamente immobile in fondo al percorso, un’immensa costruzione: un cilindro da cappellaio d’Alice dominava una valle di barocchi ricci neri.

Sull’uscio, un uomo elegantissimo con un gesto affettato mi invitò a entrare porgendomi una tazza di indaco. Non vedevo altra scelta e accettai.
Lo spazio cilindrico del vasto ambiente mi rassicurò. Ingurgitai in un solo sorso soffocante la densa tinta dell’iride traendone un sollievo terapeutico dopo aver posato i miei occhi sul buffo ospite, quasi a consegnargli la mia coscienza. Un instante dopo ero seduto sulle carnose labbra del divano più comodo della storia e sondavo l’intero perimetro della sala.
Su tappeti di preziosa fattura, mobilio di ogni genere ed epoca schiacciava, sotto la pressione di un peso più che fisico, i milioni di nodi-struttura delle geometrie orientali, percorse, di tanto in tanto, da gatti di ogni razza e dimensione la cui tranquillità celava, tra scherzi e giochi, la ferina natura di predatori infallibili. Alle spalle di un manichino in uniforme rossa e blu da ufficiale – o da portiere – tre corpi di donna erano addossati a una rastrelliera come archi di una orchestra da camera i cui fianchi formosi e sensuali di odalische delle mille e una notte riportarono i miei sensi a primordiali passioni erotiche. E da uno sgocciolio di nero, sul lato opposto all’ingresso, miracolose sferette cromate si fondevano in invertebrati crudeli e voraci la cui misera esistenza era affidata alla pazienza dei felini e scandita dagli aritmici rintocchi di pendole e ingranaggi di simulati orologi da parete.
Incrociai varie volte lo sguardo di Salvador scoprendone riflessi cangianti ed espressioni facciali di esilarante naturalezza. Lo vidi accendersi un pennello con setole spesse e lunghe aspirandone un fumo traslucido che, in breve, cinse ogni oggetto. Accarezzando un grosso micio leopardato imitò le sue fusa per catturare la mia attenzione e si lasciò cadere con un ampio e teatrale gesto in slow-motion, sostando per un attimo infinito a mezz’aria con l’evidente intento di rovesciare il portaghiaccio d’argento a forma di nuvola. Cristalli di ogni fattezza volarono in ciascuna direzione come fuochi pirotecnici congelati conducendo il mio sguardo rapito verso la zona più alta del cilindro.
Inevitabilmente caddi sulla schiena fracassando lo schienale del nobile sedile in frammenti liquidi come il mercurio. La visione che mi apparve mi precipitò in un abisso di tenebra blu prima che le pupille potessero adattare la propria apertura alla repentina oscurità. Come se la Specola si fosse aperta in cima, rivelando il meraviglioso effetto del vento spazzino, uno sterminato campo di stelle, oceano corallino profondo come il pensiero, palesò la misera consistenza della mia natura. La folle risata dell’artista compose la più bella fuga di Bach trascinandomi in un ballo dei sensi durante il quale remote costellazioni brillavano di luce metafisica. Come Pacman, il satellite terrestre ingurgitava punti di giallo e rosso, azzurro e neve, ingigantendo la sua massa lunare per rivelarsi pieno di diamantina vita angelica.

Ero il telescopio e la sua lente, l’occhio e la sua visione, il creato e il suo creatore. Decisi nuove formazioni e rinnovati sistemi solari, sfocando nebulose e mangiando supernove arancioni e fucsia al gusto di limone. In un abbraccio incorporeo cinsi quel dandy raffinato e mostruosamente arrogante che aveva rimosso ogni confine operando sulla tavolozza come se ciascun dito delle esili mani fosse stato un burattino autonomo e disperato dallo smodato desiderio di libertà. La mia gratitudine si alternava al timore della perdizione, dell’ovvio abbandono al flusso creativo del genio fantastico.
Sorvolavo un chiaroscurato paesaggio lagunare la cui protezione sembrava garantita da un enorme crocefisso ligneo dal quale una monumentale figura maschile assorbiva sofferenza e paura, quando un bastone d’ebano mi cinse una caviglia come per trascinarmi giù dal palco dopo una pessima performance e caddi convulsamente tra le donne-violino e due pigri animali indifferenti.
Lisciandosi le impalcature spiraleggianti dei baffi corvini, quell’uomo, che sembrava un bambino in maschera, mi porse un piccolo carillon stonato dove – in un cassettino a scomparsa – trovai un guanto bianco dalle dita mozzate, un orologio da taschino senza lancette e un minuscolo animaletto di gomma.

La bufera era cessata ma preferii calcarmi il cappuccio in testa lungo la via di casa. Un paio di anatre starnazzavano nella pessima acqua del canale e il mio ipod suonava ancora.

Picture yourself in a boat on a river, with tangerine trees and marmalade skies…

CAM#07: La Città dei Senza - Leggi e scarica gratis