53 posti a sedere all'inferno - Racconto

 

L’universo è una troia
Stephen King

La vita del pendolare è molto dura. Un inferno, si potrebbe dire. Che sia treno o corriera, i pendolari sono sottoposti a levatacce antidiluviane, a continui moti sussultori, a rotture di cazzo del vicino di posto e a ritardi inaspettati ma costanti. A volte il mezzo ti lascia a piedi e non sai se arriverai dove devi.
La corriera è ancora peggio del treno. È più rumorosa, meno comoda e ti costringe a un contatto diretto con un’umanità spesso degradata (tossici, immigrati, malati mentali) e con l’autista, anche se in quel caso il contatto è meno diretto. Fare l’autista è un lavoro di merda, però questo non giustifica certi comportamenti. Affidarsi totalmente alla guida di un estraneo, psicologicamente, non è proprio il massimo. Se questo estraneo è anche un tipo strano, arrivare sani e salvi a destinazione è un terno al lotto. So di un autista che faceva i film porno, il che non è preoccupante, se non per il fatto che portava a scuola le ragazzine. Più di una volta gli autisti di autobus urbani o extraurbani sono risultati positivi ai test antidroga, e questa invece non è una bella cosa.
Quando la stazione delle corriere era in piazzale Boschetti, vicino ai giardini dell’Arena, poteva capitare, lanciando un’occhiata verso i cessi, di cogliere in flagrante qualche autista che comprava la polverina magica dai nigeriani. Adesso le corriere stanno in culo ai treni. Alcuni autisti fanno questo lavoro solo perché non sono stati ammessi in polizia. Magari sono stati scartati proprio ai test psicologici. Maschera, una volta, ha fermato la corriera su un tornante, in salita, solo per andare a raccogliere le ciliegie. Non so se Maschera sia il suo nome vero o un soprannome, fatto sta che un’altra volta ha ignorato una curva sfondando col muso del bisonte metallico il muro di una casa e finendo nella cucina di una famiglia.
Ma quello che è successo a Stefano Re l’anno scorso supera di gran lunga tutte le storie strane che si possano raccontare sul pendolarismo. Vorrei tanto che fosse lui stesso a raccontarvelo.

Stefano veniva da una giornata di studio a Padova. Sul più bello, quando i suoi compagni di corso si mettevano d’accordo per organizzare l’aperitivo e la serata, lui, come sempre, doveva scappare per andare a prendere la corriera. Arrivava a casa alle otto e mezza, mangiava, guardava un po’ di TV e poi il giorno dopo in piedi alle cinque per essere a lezione alle otto e mezza di mattina. Tutta questa fatica (questa vita da vecchio) per arrivare alla disoccupazione, al pre pensionamento super anticipato ab aeterno e senza retribuzione. Inoltre Stefano soffriva di pendolarismo doppio, nel senso che doveva fare tredici chilometri circa in auto per raggiungere la fermata. Quella sera, come molte altre sere, Stefano guardava il mondo in movimento da dietro un vetro. Una bambina saltava la corda tenendo il ritmo della musica emessa dal suo lettore Mp3. Di sera, col buio, i Depeche Mode sono perfetti. Musica italiana è un’utopia, perché c’è troppo rumore. Il più delle volte bisogna optare per il metal estremo, l’unico genere musicale veramente in grado di tenere a bada rumori di fondo e schiamazzi vari. La corriera blu si infilò nel traffico saltando tutte le precedenze ed obbedendo solo ai semafori. Attraversò prima Corso Garibaldi e poi Corso Milano. Marilyn Manson al teatro Geox il 7 giugno, le facce da maiale tanto contestate, gli sconti alla Mondadori, la chiesa metodista evangelica, i tappeti, la stagione di prosa al teatro Verdi, riprendiamoci subito i nostri soldati, l’hotel Milano, un cinema in cui non ti siederesti mai, non tanto perché si chiama Cristallo, quanto piuttosto per il genere di film in programmazione, poi l’aeroporto. Dopo il ponte azzurro si è fuori dall’ingorgo, si va verso il verde di campi e colli.
Ma quella sera Stefano non seguì tutto il percorso. All’altezza del cavalcavia Brusegana si era già assopito. La mente gli riportava molte immagini assimilate durante la giornata. L’ultima era lo sguardo assente dell’autista e i suoi litigi invisibili nel complicato districarsi in mezzo al traffico. Occhiali, capelli a spazzola, occhi chiari ma non azzurri, barba da fare già bianca. Lo aveva già incontrato diverse volte. Era sempre filato tutto liscio nonostante la sua guida non desse una buona impressione. Stefano aveva la sensazione che parlasse da solo.

Di solito capita di essere svegliati da un rumore. Lui quella sera fu svegliato a un certo punto dall’assenza di rumore. Mancava l’ansimare lamentoso del motore. Aprì gli occhi e vide che la corriera era vuota. E ferma. L’autista non c’era. Si alzò ed andò verso il suo sedile vuoto. Posti a sedere 53. In piedi 28. Sì, come no. La porta era aperta, stava per scendere quando si trovò di fronte l’autista, che sembrava sconvolto ma sorrise: «Non ti preoccupare» disse «Il viaggio riprende. C’è stato solo un piccolo inconveniente». Stefano era confuso, non sapeva cosa pensare. Tornò a sedersi e il viaggio riprese. L’oscurità era calata, Stefano era nervoso. Non gli piaceva essere l’unico viaggiatore. Del resto potrebbe essersi fermato per pisciare, pensò. Più probabilmente per cacare, però, perché uno dopo una pisciata dovrebbe avere un’aria rilassata e soddisfatta e invece l’autista sembrava spaventato da uno stronzo più grande di lui. A un certo punto un urto violento fermò i suoi pensieri: avevano fatto un incidente.
Non gli era chiara la dinamica, ma la corriera aveva sbattuto il muso da qualche parte. Per poco non sbatteva il muso anche lui, contro il sedile davanti. Spostandosi di lato evitò il face to face con la plastica, ma perse l’equilibrio e cadde. Si rialzò subito. Non si era fatto niente a parte una botta alla spalla e una alla natica sinistra. Le due portiere si erano aperte. Fu tentato di scappare fuori ma poi prese la sua borsa ed andò ad aiutare l’autista, che aveva sbattuto la faccia e sanguinava. Sembrava svenuto. Lo trascinò fuori dalla corriera sbattendolo un po’. Se poi muore possono dire che l’ho ucciso io muovendolo, pensò. Dovevo lasciarlo lì e chiamare l’ambulanza. Chiamò l’ambulanza ma distese l’autista lungo il ciglio erboso. Respirava ancora. Stranamente non passava nessuno. E l’ambulanza non arrivava. Maccheccazzo! Pensò Stefano. Perché l’ambulanza non arriva? E perché tutto quello che può succedere per peggiorare la giornata di un pendolare costantemente succede? Poi un clacson avvertì della propria presenza. Giunse una corriera diretta verso Padova. Stefano la fermò e salì per raccontare l’accaduto all’autista, chiedergli consigli sul da farsi, lui non era un grande esperto di primo soccorso. L’autista aveva lunghi capelli grigi ed indossava degli occhiali da sole. Senza dire un parola aggredì Stefano, lo tirò dentro la corriera e lo punse con un ago. Lui cadde in un sonno profondo e forzato. La corriera ripartì. L’altro autista rimase per terra.

Come out and play cantavano i Twisted Sister, «ehi drughi,venite fuori a giocare», si dicevano le gang rivali su Arancia Meccanica. Stefano stava viaggiando, anche se la corriera era ferma. Era l’effetto del narcotico somministratogli dall’autista. Poi lentamente la musica dentro la sua testa diminuì di intensità e svanì la sensazione di stare su una barca in mezzo al mare. Aprì piano gli occhi e vide la Madonna. Alcuni autisti personalizzano l’abitacolo con adesivi della Lega Nord, o di popstar famose, o con santini. Come cazzo fanno a calcolare quanti posti ci sono in piedi? Stefano era seduto davanti, era legato. Non notò subito l’autista (ma sarà veramente un autista? C’è una casa di cura per malati mentali lungo il tragitto della corriera), il quale stava maneggiando con qualcosa vicino a lui. Lentamente Stefano realizzò che stava maneggiando la sua mano; vide il trinchetto tranciargli il pollice e rimase impassibile a guardare. Non gli parve nemmeno di sentire dolore. Poi lo sentì in un’unica violenta ondata. Urlò, pianse, svenne. Quando riaprì gli occhi la visuale era cambiata. Stavolta la sua testa non era più dritta davanti a sé, bensì piegata su un lato. Vide un oggetto posato sul sedile accanto al suo. Poì capì.
«Porca puttana, hai ucciso il baffo frickettone che suona la chitarra in piazza delle Erbe!»
Non poteva fare niente per quella testa mozzata, era immobilizzato. Poteva solo cercare di ignorarla, come si fa di solito con un vicino di posto rumoroso o puzzolente. Stavolta l’autista non c’era. La corriera era ferma. Forse non erano mai arrivati a Padova. Probabilmente qualcuno aveva cercato di chiamarlo. Difficile che sua madre non notasse il suo ritardo. Proprio mentre pensava queste cose il cellulare iniziò a vibrare nella tasca sinistra dei suoi pantaloni, ma non poteva rispondere. Sai com’è, ho le mani legate. Il cellulare si placò. Dopo trenta secondi vibrò di nuovo, una volta sola. Messaggio. Dopo dieci minuti riprese a vibrare. Di questo passo si scaricherà la batteria, pensò Stefano, che intanto cercava di guardare fuori dai finestrini per capire dove si trovassero, ma le tendine erano tirate. E poi è buio. Se è un matto che ha rubato la corriera, qualcuno dovrebbe accorgersene presto. Se invece è davvero un autista, potrebbe conoscere qualche vecchio deposito abbandonato, il che annichilisce le possibilità di essere notati.
A questo punto lo presero la rabbia e la disperazione ed iniziò a saltare sul sedile, a muoversi di lato, a cercare di alzarsi in piedi, a tirare. Del resto molte corriere sono antiquate, quasi cadono a pezzi. La sua intuizione non era sbagliata, perché un bracciolo iniziò a scricchiolare e traballare. Ma era legato troppo stretto. I polsi facevano un male cane. Poi entrò l’autista, anzi, il tizio dai capelli grigi e gli occhiali neri che indossava una giacca blu scuro e una camicia azzurrina. Sì, in effetti era vestito da autista.
Nei film e nei cartoni animati ci sono sempre molti dialoghi tra vittima e carnefice, tra buoni e cattivi. Il suo cattivo non aveva niente da dire. Aveva con sé un coltello che in gergo si definisce trinciante, serve per aprire a metà i polli o altre bestie. Sarebbe stato facile, in quella posizione, sgozzarlo, e questo era quello che Stefano si aspettava accadesse. Invece il misterioso aguzzino stava fermo, immobile, muto. Forse voleva giocare. Preferirei che mi uccidesse seduta stante piuttosto che mi amputasse qualche altra parte del corpo, pensò Stefano. Anche lui taceva. A cosa servirebbe? Se urlassi potrei dargli un buon motivo per eliminarmi definitivamente, e sinceramente nemmeno io ho niente da dirgli. Non credo di poter convincerlo a lasciarmi andare con parole commoventi. Accadde tutto in pochi secondi.
L’autista si avvicinò senza puntargli addosso l’arma da taglio, come se volesse baciarlo o dirgli qualcosa all’orecchio. Stefano riuscì a sferrargli un calcio nelle palle, lui si piegò e cercò di colpirlo ma lui cercò di spostarsi e la lama si infilò nello schienale e non nel suo corpo. A quel punto Stefano gli morse il polso più forte che poteva e nello stesso momento pensava: maledizione, avrei dovuto pensarci prima! Potevo strappare le corde coi denti. Invece cercò di tirare il braccio destro. L’autista con la mano sana si riprese il coltello e lo diresse verso il volto di Stefano per aprirgli la testa ma lui riuscì a proteggersi: il bracciolo destro si era staccato, aveva una mano libera. Il coltello gli si era conficcato nella carne del braccio, ma almeno riusciva a proteggersi il volto. Stava per soccombere quando una voce lontana gridò:
«Ehi! Perché c’è quella corriera qui? C’è nessuno?»
Invece di finirlo, l’autista decise di allontanarsi momentaneamente per eliminare l’unico testimone delle sue malefatte. Stefano era inondato di sangue e di sudore, ma era vivo. Dopo essere stato narcotizzato, mutilato, legato a un sedile ed aver visto la lama così vicina, non credeva di poter essere ancora vivo. Forse l’autista non aveva molta voglia di ucciderlo. Forse voleva solo farlo soffrire. Utilizzò la mano libera (ma zavorrata dal bracciolo rotto ancora legato al suo polso) per liberare quella legata, si aiutò anche con i denti. Si morse la carne e dopo alcuni fallimenti iniziò a pensare di doversi staccare la mano a morsi. Ci provò di nuovo e alla fine la corda si spezzò.
In un attimo fuoriuscì dalla bestia. Cercò una porta e la trovò. Vide di nuovo la luce e sentì di nuovo l’aria. Dell’autista nessuna traccia. Iniziò a correre senza meta. Sentiva che stava per svenire, ma voleva raggiungere un luogo dove ci fosse qualcuno che lo vedesse. Aveva trascorso tutta la notte inscatolato, in trappola, ora era di nuovo libero, era di nuovo giorno. Potevano essere le sette, o le otto. Dovunque fossero, a quell’ora la gente dovrebbe essere già sveglia e attiva. Percorse strette viuzze, gli sembravano vie cittadine.
A un certo punto vide la luce in fondo al tunnel: gli parve di riconoscere un luogo famigliare, e anche suoni famigliari, suoni di clacson e motori. Probabilmente era a Padova. Città che per lui significava soprattutto un’occasione mancata, una promessa non mantenuta, ciò che poteva essere e non è stato. Corse fino in fondo alla via e sbucò sul Ponte Molino. Alcuni passanti lo videro. Una ragazza in bicicletta lo guardò e a lui parve che gli sorridesse. Anche lui sorrise. Iniziò a barcollare. Non gli era chiaro cosa avrebbe dovuto fare in quel momento. Cercava di non svenire. Un autobus cittadino, di quelli arancioni, per evitare un ciclista si spostò e invase con una ruota il marciapiede. Stefano era spostato verso la strada, barcollava, non si accorse di nulla. L’impatto fu secco. Solo una parte del muso lo colpì, ma bastò per fargli molto male alla testa. A quel punto Stefano si lasciò andare, cadde in terra pesantemente e svenne, per non svegliarsi più. I giornali locali il giorno dopo parlarono di un clochard ubriaco investito in centro storico a Padova. Furono subito smentiti da ulteriori indagini e dalla realtà dei fatti, ma qualcuno fece in tempo a pensare: in fondo se l’è cercata.

ConAltriMezzi #07 - La città dei senza
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