Pensi che ci saremmo potuti conoscere in un bar? Caravan Edizioni

Pensi che ci saremmo potuti conoscere in un bar?, edito da Caravan Edizioni è una raccolta di racconti di autori provenienti dall’Europa dell’Est, a cura di Tiziana Cavasino e Herta Elena Rudolph. Ma la genesi di questo libro è inoltre legata alle attività di Nube (NUova Biblioteca Europea), associazione culturale sorta per iniziativa del gruppo di studio Giovani Europei, dell’Università di Padova – di cui fanno parte le curatrici -, che si propone di incoraggiare esperienze che abbiano al centro la letteratura e la cultura europee, con particolare riguardo a lingue e culture normalmente considerate “minoritarie”.

L’Europa dell’est mi fa venire subito in mente i film di Kusturica: film forti, sotto tanti punti di vista. La forma è esuberante e i contenuti sono toccanti, poiché spesso si parla di guerra. I racconti mi pare conservino queste caratteristiche: si può quindi dire fin da subito che si tratta è una raccolta energica e vitale. Sullo sfondo ci sono guerre e dittature, ma ciononostante non aleggia uno spirito di morte, bensì di rinascita. È chiaro che la morte è sempre lì, presente, come un fantasma perenne, ma una scopata o un po’ di musica possono offuscare quella medesima ombra. Da un punto di vista stilistico e linguistico devo dire che molti racconti si assomigliano, e questo rende ancora più compatta la raccolta. Quando si traduce da una lingua a un’altra il rischio è quello di appiattire la lingua e lo stile, e di indebolire la forza espressiv, ma non mi pare sia questo il caso. Alcuni di essi, di cui parlerò più avanti, mantengono infatti una sintassi, una forma espressiva originale che li distingue dagli altri.

In generale molti di questi autori mi sembrano influenzati dal minimalismo inglese e americano,  soprattutto Robert Perisiĉ (Shopping e Il party era nella fase crescente) il quale mi ha ricordato Easton Ellis e Irvine Welsh, ma anche, tanto per fare un nome italiano, Tondelli. Tre racconti carveriani sono poi i tre greci, di cui L’ho vista è forse uno dei pochi in cui il protagonista non è giovane (e l’unico in cui non è povero). Molti di questi racconti sono ambientati nei bar o durante dei festini, del resto la splendida copertina coi tappi non è casuale: farsi una bevuta è un modo per dimenticare e per creare aggregazione. Spesso si descrive un viaggio, anche un percorso breve, e lo sguardo, durante questo percorso, è fondamentale. In alcuni racconti si citano o pronunciano frasi in inglese, segno forse, oltre allo stile, di una volontà di assomigliare all’Occidente.

Tra i racconti che a mio avviso si distinguono, per temi, linguaggi e stile, ci sono: Le volpi di Roman Simić, La gabbia di Jan Krasnowolski, Opulenza  di George C. Dumitru, Un amore di plastica di George Luca Dumitru e Felicità di Zoltàn Kőrösi.

Opulenza, devo dire, è il racconto che più di tutti mi ha impressionato: è la storia di un picaro postmoderno, storia che in un certo senso puzza come il suo protagonista – è quindi normale che faccia storcere il naso – perché sembra proprio voler andare oltre il limite, provocare e scandalizzare. Il modo di raccontare è grottesco, ricorda in parte Rabelais e in parte Céline. Adotta un linguaggio apparentemente semplice e ingenuo, però c’è spazio anche per una citazione indiretta (casuale? Consapevole?) di Rilke.

Le volpi tratta il tema della guerra in maniera originale e toccante, fa riflettere mediante  l’allegoria dello zoo e degli animali, è semplice ma non minimalista.

La gabbia è molto bello, un po’ grottesco, crudo. Il fatto che il protagonista parli in prima persona mentre compie un percorso è molto cinematografico, però stile e linguaggio non sono minimalisti. Un amore di plastica racconta un momento di intimità tra due barboni, sullo sfondo di una città indifferente e cattiva. Felicità invece narra la fine di un rapporto, ma con uno stile particolare, una sintassi arbitraria che ricorda, in parte, Saramago. Non tutti i racconti quindi prendono a modello il mondo angloamericano. In generale la raccolta è piacevole, ben costruita, offre la possibilità al lettore di aprirsi verso storie metropolitane e contemporanee di una parte d’Europa che non è poi così lontana da noi e allo stesso tempo mostra dei talenti non sempre considerati, ma che vengono da una zona che culturalmente è molto produttiva e che si sta sviluppando sempre di più.

 

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