ANGELO vintage

A.N.G.E.L.O. Vintage
Angelo Caroli, esperto internazionale di moda vintage
Padova Vintage Festival – 11 settembre – 16:00

Angelo Caroli da trent’anni cerca, sceglie, colleziona abiti vintage. Ha iniziato per caso, per amore degli oggetti e desiderio di recuperare e rimettere in circolo qualcosa di destinato all’eliminazione e all’oblio, e ha finito per raccogliere una collezione di circa 100000 capi, attualmente visibili in quella che è probabilmente la più grande esposizione di abiti e accessori vintage d’Europa, il Vintage Palace di Lugo di Romagna. Lo scopo della collezione, però, non è semplicemente quello di custodire oggetti raccolti nel corso degli anni, ma soprattutto quello di rendere fruibili questi capi, rendere la loro intrinseca qualità e la loro bellezza nuovamente disponibili per un pubblico che negli anni, parallelamente allo sviluppo del fenomeno vintage e dell’interesse a lui dedicato, sta diventando sempre più numeroso. Gli abiti dell’Archivio A.N.G.E.L.O. sono quindi a disposizione per ricerche stilistiche, degli uffici stile, delle scuole di moda, degli stylist delle principali riviste che hanno bisogno di inserire in un loro servizio fotografico qualcosa di unico e inimitabile (Vogue, Elle, Grazia, Flair, Velvet), di costumisti e registi, di galleristi interessati ad esporre oggetti d’epoca in mostre o eventi a tema. Il filo conduttore, il vero obiettivo che muove questa raccolta e la ricerca di Angelo è quello di diffondere una cultura del vintage basata sulla possibilità concreta della sua fruizione: i capi vintage non sono e non devono diventare puri pezzi da museo, sono al contrario qualcosa che va indossato – quando possibile – o comunque toccato con mano, qualcosa che deve avere la possibilità di comunicare concretamente con le persone e che, per farlo, deve trovare un suo spazio di fruizione. L’obiettivo è quello di creare una vera e propria cultura del vintage, diffondendo una conoscenza che consenta di discriminare e riconoscere il valore dei capi, nobilitando e valorizzando gli oggetti attraverso la conoscenza delle loro caratteristiche, delle loro rifiniture, del loro valore intrinseco che può essere davvero apprezzato solo attraverso l’esperienza concreta.

Proprio a questo punta il lavoro di ricerca e di comunicazione di Angelo Caroli, volto appunto a creare una vera e propria “biblioteca della moda” che raccolga tutto ciò che di significativo è stato prodotto in un periodo di tempo che va dal 1890 al 1990 e che si proponga, quindi, come archivio informativo, come punto di partenza per lo studio e per la conoscenza di questo patrimonio sterminato che deve essere valorizzato e, perché no, utilizzato come spunto per nuove creazioni che non sono plagi ma rimeditazioni, rielaborazioni di idee e tecniche capaci di riportare in vita frammenti di passato. Perché, come suggerisce Angelo Caroli, solo il tempo esalta le qualità dei capi e consente di discriminare davvero ciò che ha un valore da ciò che non lo ha: la bellezza degli abiti vintage emerge proprio nel tempo, ed è per questo che il loro fascino aumenta col passare degli anni, parallelamente ai tentativi di imitazione e riproduzione. Quello del Vintage, insomma, è un infinito patrimonio che va conservato, valorizzato e conosciuto, messo in condizione di interagire con il mondo contemporaneo e di trovare uno spazio di relazione con il futuro, in una chiave che non è quella della esposizione museale ma quella di una nuova, concreta fruibilità.

A fine workshop Conaltrimezzi è riuscito a fare qualche domanda ad Angelo Caroli.

Innanzitutto la questione cronologica del vintage. Durante il workshop si è potuto intravedere questa schermata nella quale è apparsa una scansione temporale: 1890-1990. Ecco, volevo sapere se lei intendeva questo come confine, se esiste un confine, del vintage.
Secondo me esiste. Il confine vintage è “l’annata”, che rappresenta i vent’anni. Come per le auto inizi a pagare un bollo diverso quando sono passati i vent’anni, cioè quando inizia a diventare una macchina d’epoca, lo stesso discorso vale per l’abito. Ovviamente il tempo passa, oggi siamo nel 2011, per cui, bene o male, gli anni ’90-’91 segnano il limite. L’altro giorno ho parlato con Isabel Wolff, [autrice del libro Passione vintage n.d.a] e lei parlava di venticinque anni. In America ho sempre sentito parlare di venti, che è quello che vale un po’ dappertutto per determinare il periodo d’annata. Non so, magari in Inghilterra è venticinque, poca differenza comunque. Si tratta di un lasso di tempo che fa sì che un oggetto venga abbandonato, un po’ alla volta dimenticato, messo in disuso e di nuovo tornare interessante. Anche se ultimamente i tempi si sono ristretti.

Quindi lei dice che il disuso è un fattore determinante per il vintage.
Sicuramente. Perché comunque devi dimenticare quell’oggetto per poterlo riguardare con un occhio nuovo. E questo è molto importante.

Sempre parlando di un fattore cronologico, secondo lei esiste una distinzione tra antiquariato e vintage o sono due categorie semantiche sovrapponibili?
Se parliamo di mobili sicuramente c’è una distinzione. Per quanto riguarda l’abbigliamento c’è, ma l’abito d’antiquariato ormai non esiste più. Il vestito purtroppo si deteriora, mentre i materiali d’arredo riescono a conservarsi negli anni. Tu puoi ancora comprare un mobile del ‘600-‘700 abbastanza facilmente. Un abito è difficile, perché si deteriora subito. Per l’antiquariato dei vestiti è più complicato e ormai è diventato un qualcosa di museale.

Probabilmente la distinzione consiste anche in questo, nella fruizione dell’oggetto. Infatti lei durante il workshop ha insistito molto su quest’aspetto, cioè il fatto di toccare e di vivere un abito.
Gli abiti dal 1850 fino agli anni ’20, anni ’30, li tengo conservati nelle scatole, stesi, con la carta velina non acida, e li ritiro fuori solo per qualche motivo, ad esempio una mostra.

Invece a livello sociologico come se lo spiega il successo del vintage? Un fatto di tendenza, oppure si è registrato un calo della qualità generale e che quindi ha fatto tornare l’interesse verso un prodotto d’annata?
Ci sono molti aspetti da tenere presente. Si dice che quello che c’è attorno a noi non è più di qualità, non è più interessante. Quindi andiamo a guardare nella nostra storia, alla ricerca di qualcosa che troviamo più stimolante. Questo di base. Poi in tutti i momenti di crisi comunque si tende a ripiegare nel passato. Perciò sono tutti aspetti che si sommano. Nell’abbigliamento il discorso è un po’ diverso, perché in questo caso vai a cercare qualcosa di qualità ad un prezzo più abbordabile.

Quindi è anche una questione economica.
Sicuramente è un aspetto importante. Qui a Padova tantissimo, ma anche in generale. Chiaro che tutti noi speriamo di trovare l’abito fantastico ad un prezzo vantaggioso.

Un’ultima cosa. Parlando di vintage, anche frequentando altri workshop, ho potuto osservare un leitmotiv comune, ovvero questa storia “dell’abito che possiede una storia o un’anima”. È un concetto che la stessa Isabel Wolff ha tenuto a ribadire più volte e che sta alla base del suo romanzo. Infatti, se noi andiamo a guardare le analisi di marketing contemporaneo, ci accorgeremmo dell’esistenza di una nicchia che studia esattamente il consumo identitario della massa e che secondo me ha capito che la moda non è più ricerca sull’innovazione ma un linguaggio, una ricerca di personalità. Quello che volevo sapere è se in realtà il vintage non sia un espediente intelligente per vendere un’identità, un’idea che la gente compra e della quale si appropria indossando un abito.
L’ho detto anche ad Isabel Wolff, io non sono troppo d’accordo con questa versione. Solo l’1% delle persone è interessato alla storia dell’abito. La maggior parte delle persone non lo chiede nemmeno perché non vuole sapere cos’è successo a chi l’ha posseduto. Meglio non fare domande che magari parliamo di persone morte… (risata) Le persone rimangono affascinate dall’oggetto, ma sono in pochi a voler sapere la sua storia. L’allure è un’altra cosa, perché te lo fai tu. Fa parte dell’immaginario. Come pensare di possedere un abito che è stato indossato da nobildonne che hanno girato il mondo. Io non sono capace di dire bugie da questo punto di vista. Ho sentito alcuni miei colleghi che delle volte raccontano cose che sai che non sono vere, ma in questo modo crei l’allure, che dev’essere affascinante e positivo. Tutti vogliono comprare l’abito vintage della principessa, dell’attrice… ma questa non è la realtà. Non sempre può essere così. Chiaro che se ti comporti così rendi l’abito interessante ma non stai dando informazioni corrette. Vedo comunque che ognuno poi ci fa la propria storia, specie tra amiche. Che quello è secondo me più divertente, è il frutto del loro immaginario.

Ma per farla brusca, la cultura del vintage, anzi, il consumo del vintage, è più orientato sul principio del “sono quindi compro” o al contrario del “compro e quindi sono”?
Sono e quindi compro. Anche se non sempre è così. Nella mia esperienza ho visto che ci sono persone che vengono ad acquistare abiti vintage, escono, li indossano, e arrivano persone che vogliono quello che aveva addosso quell’altra persona. Ma questo non è possibile, perché nel vintage i capi sono unici, salvo qualche caso, vedi i capi militari o pochissime altre cose. Perciò chi compra è “io sono”, mentre quell’altro vorrebbe “essere”. Ieri sera il ragazzo che lavora con me mi diceva: “ho fatto provare una bellissima giacca anni ’50 a Senigallia ad un sacco di persone. Poi è stata venduta ad un cliente che la sera dopo è uscito con le stesse persone a cui avevo fatto provare la giacca. E questi appena l’hanno vista addosso all’amico hanno cominciato a dire: «ma che bella questa giacca, ma dove l’hai comprata?… ecc…» Ma come, se l’ho fatta vedere a tutti e ve l’ho fatta provare?!” Perché addosso alla persona identifichi l’abito, lo desideri e lo vorresti comprare.

Quindi è la persona che fa l’abito e non il contrario.
Esattamente.

 

Padova Vintage Festival 2011
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