di Martina Daraio.

«I gentili spettatori sono pregati di prendere posto perché lo spettacolo sta per iniziare». Attimo di silenzio, poi: «I gentili spettatori sono pregati di spegnere i cellulari». Altro attimo di silenzio, poi ancora: «Gli evasori fiscali sono pregati di lasciare la sala». Inizia.

In scena c’è la compagnia Vicolo Corto di Ancona: due attori e una tenda da campeggio piantata lì, sul tetto della fabbrica dove lavoravano Alessandro e Roberto. La storia inizia dove il lavoro finisce, e cioè nel momento stesso in cui i due personaggi vengono convocati in direzione per sentirsi dire che saranno cassaintegrati.

premio "LiNUTILE del Teatro" 2012Alessandro, laureato in Giurisprudenza con specializzazione in Diritto del lavoro, ha meno di trent’anni e un padre potente che, sei mesi prima, gli ha procurato l’assunzione.
Roberto, invece, non è laureato, è sposato, ha due figli, e lavorava in quella fabbrica da ventotto anni.
Alessandro e Roberto, “uniti nella lotta”, decidono di salire sul tetto della fabbrica, per protesta, iniziando così un’improbabile convivenza/amicizia che racconta una delle situazioni più tragiche generate della crisi che stiamo attraversando: la perdita del lavoro. Una tragedia soprattutto per chi, come Roberto, non ha lauree né gioventù per ricominciare e può solo starsene ad aspettare ripensando con nostalgia al rumore stridente, ma consolatorio, dei macchinari della fabbrica.
Alessandro, invece, la cassa integrazione la vive con serenità, problematizzandola, contestualizzandola e, anzi, scegliendola: è stato lui a far inceppare più volte per protesta il macchinario a cui i due lavoravano provocando il licenziamento di entrambi ed è ancora lui, poco dopo, a ricevere la proposta per un nuovo impiego.

A questo punto gli evasori fiscali dovrebbero capire che è arrivato il momento giusto per lasciare la sala: è diventato ormai evidente, infatti, che la storia messa in scena non parla soltanto di lavoro ma di qualcosa che va oltre: la responsabilità di ognuno sulla vita di tutti.

“A tempo indeterminato” è uno spettacolo che guarda la crisi dell’economia e del lavoro innanzitutto come una crisi del senso di coscienza dei singoli individui. Emerge la tragedia di una società che, capace di ragionare solo secondo termini di produttività e obiettivi (inclusi quelli ideologici), disumanizza e travolge l’essere umano.
Uno spunto interessante viene dall’essere riusciti ad andare oltre la chiave di lettura immediata secondo cui è il padrone della fabbrica l’unico a non avere coscienza perché concentrato sulla produttività e sui risultati economici: anche Alessandro infatti nel suo opporsi alle logiche capitaliste sposa quella stessa disattenzione al dato umano senza riflettere sulle conseguenze che la cassa integrazione avrebbe avuto non tanto sulla sua vita, ma su quella degli altri, in questo caso su quella di Roberto.
L’occasione della protesta, invece, le interminabili ore vissute fianco a fianco sul tetto, lo portano a riconsiderare da vicino l’intera situazione, e a comprendere che per Roberto quel lavoro alienante era, oltre che un indispensabile mezzo di sopravvivenza economica, anche la chiave per sentirsi utile e partecipe “ingranaggio” della società tutta.

Ecco allora che gli attori, senza mai un cambio d’abito o di scenografia, progressivamente si trasformano, e da operai diventano sempre più uomini, le cui storie personali, delineandosi, diventano a poco a poco più vivide, creando empatia con lo spettatore e portando così ad un livello di comprensione più alto della tragedia che stanno vivendo.

Alessandro è il primo a capire. E a redimersi.
Riguardo ai padroni della fabbrica… nessuna speranza all’orizzonte.
Quanto agli spettatori, invece, succede un fatto strano: a spettacolo concluso le luci si riaccendono e nei loro volti è stampato un sorriso (conseguenza del divertimento e dell’ironia di cui la storia è piena). Ma è un sorriso che appena scoperto si blocca e si trasforma quasi in una smorfia di consapevolezza amara.

Si torna a casa senza saper bene che faccia fare, con una forte (nuova?) consapevolezza di essere uomini, di essere fragili, e con la voglia di una società che conosca e tuteli questa fragilità.

In fondo basta poco: basta avere coscienza, vivere e scegliere con responsabilità ogni azione… compresa quella di continuare soltanto a riderci su.

 

 

Calendario delle rappresentazioni:

 

  • Sabato 17 novembre
    A tempo indeterminat
    o
    Compagnia Vicolo Corto
  • Sabato 24 novembre
    3 manufatti artigiani

    Compagnia Costa/Arkadis

 

  • Sabato 1 dicembre
    La signora Baba e il suo servo Ruba

    Compagnia Nim
   
Link di riferimento:

Sito ufficiale del “Teatro de LiNUTILE”

Premio “LiNUTILE del Teatro” 2012

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