Giorgio Bocca

di Alberto Bullado.

Se uno mi avesse chiesto prima di Natale cosa evocasse in me la parola “Bocca” avrei risposto Scarlett Johansson ed il sesso orale. Ora il compleanno di Gesù verrà ricordato anche per la morte di Giorgio Bocca. «Ma perché, non era già morto?» faccio ad un mio amico che con non poco cinismo mi risponde: «In un certo senso sì», ovvero morto intellettualmente. È lo stesso Bocca ad ammettere: «Sono certo che morirò avendo fallito il mio programma di vita: non vedrò l’emancipazione civile dell’Italia». Esatto vaticinio. Una dipartita sancita anche da quell’ultimo articolo firmato per Repubblica, nel quale, con la solita maestria, l’intellettuale e giornalista riporta la tiritera del grottesco Berlusconi, uno che non si dimetterà mai. E che poi si è dimesso, rivelando come fossero in molti a non avere lo “sguardo lungo” e come il potere fosse ben oltre l’orrore di un solo e piccolo uomo e della sola e piccola parte d’Italia che esso rappresentava. Quel potere che la molti intellettuali, trattati come reliquie o aruspici, non sanno combattere, non comprendono e che tuttora non sanno riconoscere, tanto sono affetti da strabismo. Ma non mi si fraintenda. Qui non si vuole dispezzare la buonanima di Giorgio Bocca, poiché io credo che un uomo sia molto più delle sue idee e delle sue battaglie. È anche vita, attitudine, stile, linguaggi. Ed è questo che la gente tende a non comprendere, ovvero la controversa ricchezza di Giorgio Bocca, che non sta nell’exemplum morale ma nel suo atteggiamento, coriaceo e scorretto anche nel torto.

Morire il 25 dicembre, poi, è un accadimento in linea con il personaggio, o meglio, con l’avatar creato ad hoc dai giornali che, malgrado l’Italia della crisi, straziata dallo spread, con le gambe sotto le tavolate e il bottone slacciato dei calzoni,  hanno innescato, a cadavere ancora caldo, una serie di scoppiettanti scambi d’opinione stile botti di capodanno. Vedi coccodrilli piangenti come madonnine napoletane, oppure interventi dinamitardi a gamba tesa a proposito del curriculum e il cursus honorum dello stesso Bocca. Piovono accuse reciproche: “non si può santificare una faccia di bronzo”, “non si può gettare fango addosso al Maestro”. Articoli già scritti da mesi ovviamente, poiché in palio non c’è solamente la memoria di un uomo ma la reputazione commemorativa di un determinato oratorio, tanto cara ai suoi avversari. Ma alla fine chi era quel vecchio incarognito da un simile trattamento?

Wikipedia recita: “giornalista, scrittore, partigiano”. Aggiungici ex combattente di Giustizia e Libertà, tra i fondatori di Repubblica. Praticamente tutte le carte in regola per diventare il nuovo Padre Pio della coscienza civile italiana. Cosa si può pretendere di più? Una discendenza diretta con Gramsci. Oppure essere gay. Ma se così fosse stato Bocca non sarebbe morto di vecchiaia bensì ammazzato su una spiaggia di Ostia. Invece il nostro non era nulla di tutto questo. Era un signor fascista, ma di un fascismo apprezzabile a pochi e che pure a me, di tanto in tanto, andava a genio. Un fascismo metaforico come sovversione fascista delle regole in sé e a loro volta fasciste. Un fascista antifascista, se vogliamo metterla in questo modo, un uomo condito di intolleranze retrò e ruvidi razzismi, ostentati con naturalezza, tipici di certi vecchi reazionari per nulla al passo con i tempi e che si ritrovano disgraziatamente a vivere in questi tempi drogati di progresso. Eppure parliamo di una figura che alla sua morte gode di molta popolarità anche dalle nuove generazione che non hanno fatto la guerra che hanno appena scaricato una nuova app per il loro nuovo iPhone. Questo grazie ai giornali e al solito tam tam sul web. Ma ha davvero senso  determinare se nel caso di Bocca si debba parlare di un maestro dalla statura morale inscalfibile, oppure di un frutto avariato della nostra intellighenzia? Non lo so, ma non credo. Ad oggi mi va di ricordare un uomo giunto ad un punto della sua vita nel quale ha deciso di mandare a ramengo ogni sovrastruttura, ogni galateo, ogni garbata sottigliezza da mestierante, è stato questo il suo valore, sbigottendo in primis i suoi stessi aficionados, tradizionalmente bidimensionali e scoloriti, che ora cercano di rendere la memoria di Bocca un santino altrettanto sbiadito. Quella è un po’ la loro missione: istituzionalizzare le proprie fantasie retoriche da educande alla stregua di agiografie adamantine. L’ultimo grande partigiano eccetera. Solamente con la dipartita di Scalfari si potrà migliorare il record. Paragone ingiusto: malgrado il famoso cardigan di Missoni, Bocca era fatto di tutt’altra pasta.

Giovane fascista, così si dice, e poi partigiano antifascista. Firma la condanna a morte di cinque prigionieri repubblichini nel ’45. E “questo basta per renderlo per sempre un eroe” commenta qualcuno su internet. Prigionieri, combattenti arresi, non fascisti armati a piede libero. Del resto essere partigiani significa pur sempre essere soldati obbedienti agli ordini. Seguire una causa. Stare dalla “parte” di qualcuno. Altro che autonomia intellettuale. Letterato e giornalista, lavora per Il Giorno, quotidiano dell’Eni, come dice di sapere: «la verità è che ero il giornalista di Enrico Mattei, del potentissimo Eni con cui i padroni del vapore dovevano fare i conti». Nel ’76 è tra i fondatori di Repubblica, nuova espressione di una “parte” politica e che diventerà la punta di lancia contro il berlusconismo in mano ad un’imprenditoria-partito di diverso segno. Ma negli ’80 e ’90 collabora con alcuni programmi Fininvest. Presenta Emilio Fede[1], suo amico della Gazzetta del Popolo, a Berlusconi e lo raccomanda a Confalonieri. Confessa di aver votato a suo tempo anche per la Lega, i «barbari», grazie alla quale «ci siamo liberati di Craxi e della Democrazia Cristiana». Ma la sua vicenda personale è un continuo addensarsi di invettive e sparate al di sopra delle righe. Il ’68? Meglio le Br[2]. Pinelli? Si è buttato lui[3]. Pasolini? Un “macaco gay”[4]. Pavese? Scrittore pessimo[5]. La Ginzburg? Sopravvalutata[6]. Il direttore Scalfari? «Uno molto pieno di sé che recita il potere». Gianni Brera? Una carogna[7]. Travaglio? Scrive libri pessimi con i ritagli della questura[8]. E poi il suo “amore” verso i meridionali, la città di Napoli[9], ed il suo stesso giornale, pieno di cose inique. Pareri non sussurrati tra amici al bar ma in diretta televisiva in prima serata con quel suo linguaggio antitelevisivo e la prosodia senile. I volti di Fazio e della Bignardi, le loro espressioni, i loro tentativi di edulcorare senza sapere da dove cominciare o come reagire di fronte ad un simile novantenne: sono cose che ti persuadono del fatto che uno come Bocca vada preservato dalla miseria del presente e soprattutto dall’appiattimento della memoria improntata sul politicamente corretto. L’ultimo grande partigiano eccetera.

Per forza di cose, alla luce di tutto questo, incuriosiscono certi attestati di stima. Perché c’è qualcosa che non va se Napolitano dice che Bocca «è sempre stato coerente». Perché c’è qualcosa che non va se uno come Bocca strappa gli apprezzamenti trasversali della politica da Fini a D’Alema passando, giustamente, per Emilio Fede (malgrado Bocca fosse una divinità dell’antiberlusconismo). Perché c’è qualcosa che non va se De Benedetti se ne esce con una frase simile: «il suo impegno civile rimarrà una delle più profonde caratteristiche dei nostri giornali». Ma ci sono tante cose che non vanno in questo paese. Le medesime che schifavano lo stesso Bocca e che lui cercava di esorcizzare con un’incendiaria inquisizione repubblicana, tanto feroce ed infervorante quanto inutile, approssimativa e retrograda, assillante nel condannare l’estetica della politica perdendo di vista la sostanza del potere che non può limitarsi alle miserie rionali. Facilonerie retrive che per anni hanno propiziato quelle forze politiche e quel clima culturale che intrisi del medesimo spirito vetero-costituzionale hanno costruito le autostrade di Parigi, Berlino, Londra e Bruxelles verso Palazzo Chigi e il Quirinale. Sempre la solita storia. Non capire le cose perché non si riesce o non si vuole: un errore tipico della nostra intellighenzia più illuminata.

Il Bocca degli ultimi decenni preferiva l’invettiva, quasi fosse accecato dalla sua stessa visceralità che l’ha reso, alla fine del suo cammino, un monumento di incoerenza e statura morale, di trasformismo e genialità, di verità e ipocrisia. Un meraviglioso esempio di stronzo. Un idolo non tanto per il portato eroico-memoriale, di cui al sottoscritto importa poco o nulla (questa storia del partigianesimo illibato e da illibare è stucchevole e deve finire, se non altro per i vespai sollevati dai neofascisti come quelli dai boyscout della democrazia), ma per la persona, la condotta, l’attitudine. Quindi gli spigoli di una personalità contraddittoria, fragorosa, anche e soprattutto nei suoi errori. E poi i suoi pregiudizi politicamente scorretti, paradossalmente amabili in questi tempi di asfissia moderata figlia della tirannia dei bonzi. L’ultimo Bocca era il contrario del buonismo, una bestemmia all’interno di questa repubblica dei paraculi, di questa burocrazia del quieto conformismo. Contraddizioni ed avvitamenti che passeranno alla storia e che qualcuno con un po’ di malignità ora snocciola come un rosario di immense cazzate. C’è chi per l’occasione usa l’espressione “grande intellettuale”. Certo, un grande intellettuale in quanto tutto ed il contrario di tutto, anche di se stesso. In quanto uomo ricoperto di un’aura sacrale, dotato di un lusso in mano a pochi: la risonanza. Ma più che un intellettuale un uomo che di fronte a tale esposizione si è posto senza filtri nei confronti degli italiani, dipinti come una masnada irrecuperabile. Un modo di fare, il suo, cosciente delle conseguenze, apparendo, all’occorrenza, anche banale, con tutti i pregiudizi dell’uomo semplice e della sua età. Poiché il dogma dell’anticonformismo ad oltranza è anch’esso un dogma ebete.

La retorica partigiana contemporanea, per le sue conseguenze storiche, politiche e culturali, secondo me trova il tempo che trova. Le confutazioni deflagranti contro l’onore di Bocca rappresentano un facile passatempo per chi ha bisogno di divertirsi. Mentre quelle esternazioni al limite del ridicolo, le cantonate, gli abbagli del “maestro” non solo lo rendono ai miei occhi ancora più grande e sfaccettato, ma fungono da strali roventi che perforano e lacerano la retorica di un giornalismo che fa il bagnetto nell’acquasantiera di cui noi tutti dovremmo fare a meno. Quel giornalismo parrocchiale, ancor più detestabile quando intona le proprie sviolinate non già per motivazioni coatte (politica e padronanza), ma per le medesime e vili motivazioni coatte travestite da voulevant morali, etici, repubblicani peraltro poco aggiornati e inutili alle sfide del futuro. La morte di Giorgio Bocca è l’ennesima lezione di cui dovremmo fare tesoro ma che stiamo sprecando con il solito teatrino di stronzate, di derby campanilistici, di inutili revisionismi demolitori. Un’ulteriore arena nella quale dividerci e sputare sangue. Ma Bocca non va né santificato né decostruito. Va apprezzato, per quello che era, ovvero un’anomalia, non per quello che ci viene raccontato.
Menandro diceva che chi muore giovane è caro agli dèi. Se Giorgio Bocca se n’è andato alla veneranda età di 91 anni forse è perché stava sulle palle persino a Dio. Anche per questo gloria al più grande antitaliano arcitaliano di sempre.

 


 

Giorgio BoccaNOTE:

[1] «un amico un po’ scemo, era stato processato come baro e condannato. Questo disoccupato, prendilo…»

[2] I membri dell Br «erano più simpatici di quelli del movimento. Andavi a parlare con quelli del movimento studentesco: dei professorini, dei saputelli…», invece i militanti delle Br «li sentivo più vicini a me».

[3] «A un certo punto, ha perso la testa perché era spaventato dalle domande, da quegli interrogatori e si è buttato dalla finestra lui, non l’hanno buttato». Tuttavia Bocca figura tra i firmatari del famoso manifesto contro Calabresi.

[4] «Pasolini è morto perché, la rigirino pure come vogliono, era di una violenza spaventosa nei confronti di questi suoi amici puttaneschi». Sulla sua omosessualità: «Poi mi dava noia questo: ho un po’ di omofobia, che poi è una cosa militare, come i bei fioeu va a fer il solda’ e i macachi resta a ca’, i macachi restano a casa. Il mio concetto piemontese è che gli uomini veri vanno a fare il soldato. Quindi anche questa faccenda dei suoi rapporti con questi poveretti che manipolava…».

[5] «Come scrittore a me sembrava pessimo».

[6] «Secondo me sopravvalutata in maniera incredibile. Io leggevo i suoi libri e non riuscivo a capire perché era una scrittrice famosa».

[7] «Un fetente, una carogna paracadutista. Sai, uno nasce carogna. Lui, come giornalista, ha fatto carriera facendo la carogna»

[8] «C’è stato un periodo in cui ero l’unico che facesse libri d’inchiesta. Oggi, invece, ogni giorno me ne arriva uno. Questi qui poi sono arrivati alla vergogna, fanno libri ignobili pur di uscire con un libro, hanno una squadra di persone che copia dai giornali e ne fanno un libro. Travaglio, ogni due mesi fa un libro. Ma come fai? Sono libri fatti coi ritagli della questura, dei tribunali, libri pessimi».

[9] «La gente del Sud è orrenda (…) un’umanità spesso repellente». Una viuzza di Palermo: «C’era una puzza di marcio, con gente mostruosa che usciva dalle catapecchie». Napoli: «un cimiciaio ancora adesso». «Zone urbane marce, inguaribili». Ma il meglio lo diede anche da Fazio.

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