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Una tipica famiglia del Nordest odierno, disunita e lacerata, sconta la propria pena sulla pelle di uno dei suoi componenti. Per comprendere, infine, che la colpa è sempre di tutti.

di Nicolas Alejandro Cunial


«Il Nordest è finito»
, così termina la prima pagina de La colpa, edito da Biblioteca dell’Immagine, e sembra essere proprio questa la morale sottile che accompagna la storia raccontata in questo romanzo. Le pagine, infatti, descrivono una famiglia trevigiana (e, da trevigiano, posso dire che il quadro è stato dipinto alla perfezione) che nulla fa per impedire la propria autodistruzione, accelerando il suo percorso verso l’inevitabile declino.

Carlo, capofamiglia e sposato con Laura, ha due figli: Federico, più che ventenne, e Giulia, teenager. Il suo lavoro consiste nell’accettare di non avere più un lavoro, dato che la “locomotiva d’Italia”, si è ormai arrestata e tutti i sacrifici – o presunti tali – fatti da suo padre sono andati in fumo insieme al mobilificio che gli aveva lasciato in eredità. Carlo, infatti, è un uomo segnato dal bisogno – tipico della marca – di gestire la propria vita all’insegna dello sperpero: e, pur avendo ormai perso tutto, continua a giocare, e a giocare pesante, anche se non ha più nulla da perdere. È proprio questo “nulla” che Carlo non si rassegna ad accettare, ostinandosi a tenere aperto il mobilificio di famiglia nonostante il conto sia sempre più in rosso.

Laura è, invece, la classica donna che adora fare la madre, meno la moglie, abbastanza la zoccola. Ha sposato Carlo più per i soldi che per amore, incantata dalla prospettiva di una vita agiata, e ora si trova alle prese con un figlio di cui non conosce praticamente nulla se non il nome, e con una figlia che, nonostante il legame affettivo, non riesce ad aiutare.

Federico, una volta perso il lavoro, si lascia trascinare dal vortice della droga e comincia a spacciare. Nutre rabbia contro il mondo, di cui la sua famiglia è l’emblema più prossimo: sente il peso di un’emancipazione mancata e avverte sempre più forte il sospetto che, per lui, non sarà mai possibile una vera indipendenza. E, quindi, preferisce farsi trascinare a fondo.

Giulia, invece, è una ragazza che sa quello che vuole: Marco, unico oggetto dei suoi desideri. Purtroppo la sua bassissima autostima, i suoi problemi di peso che diventano psicologici sfociando nella bulimia, la rendono fragile e altamente instabile.

Sono questi quattro personaggi ad essere le voci narranti di questo romanzo, che si svolge in un arco temporale di qualche giorno, e le loro differenti voci sono unite dalla bravura dell’autore, ma disunite nel legame parentale. A queste, si aggiunge un’altra voce, onirica: quella della colpa, un’entità che prende sempre più spazio nello stomaco dei protagonisti fino a diventare l’unico e vero personaggio portante della storia. L’autore si dimostra molto abile (come aveva fatto già in  Al di là del muro) nell’indurre il lettore a concentrare la sua attenzione sulla vicenda, per prenderlo alla gola dimostrandogli che quello che sembrava il succo del romanzo era in realtà solo un magro aperitivo del suo senso più generale.

Con questo romanzo, De Poli torna alle sue origini (Incubi a nordest, Edizioni La Gru, 2011) per quanto riguarda il contesto: il territorio nel quale la vicenda si svolge – ossia il trevigiano martoriato da capannoni abbandonati e mausolei dell’industria ormai fantasma – è infatti molto più che un comprimario nella vicenda. Ma, rispetto alle sue prime opere, De Poli compie qui un notevole salto stilistico, passando da un realismo puro e duro a un realismo con tracce di onirismo, di cui è forse debitore a Massimiliano Santarossa, editor del libro.

Il romanzo convince per stile e trama, ma purtroppo qualche falla nella sua costruzione c’è: prima tra tutte, quella relativa ai molti refusi che creano – almeno per me – una certa difficoltà nella lettura e che sono probabilmente dovuti a una certa superficialità da parte di chi di dovere (o, magari, da tempi di pubblicazione troppo risicati).
Altro cruccio, la lunghezza: l’autore avrebbe avuto bisogno del doppio delle pagine per poter esprimere in modo davvero efficace il disegno che aveva progettato. Se uno degli obiettivi del romanzo era descrivere una famiglia-tipo di questa città (Treviso, appunto) e di questo tempo (gli anni dieci del duemila), De Poli avrebbe avuto bisogno di molto più spazio, proprio in virtù della sua abilità nella costruzione e nell’approfondimento dei personaggi: qui, purtroppo, gli unici personaggi che sembrano davvero riusciti sono quelli della madre e della figlia (caso curioso per un autore maschio), a differenza di Carlo Federico, anch’essi ben delineati, ma manchevoli di quello spessore che solo con più pagine si sarebbe potuto ottenere.

Uno dei pregi più evidenti di questa storia, invece, è la sua capacità di far capire anche a chi non proviene dalla marca come si muove, come pensa, come agisce una famiglia di queste zone che, dopo essere stata per lungo tempo altolocata, è costretta ad affrontare la propria disfatta. Per me, invece, leggere questo romanzo è stato come trovarmi di fronte a una foto di cui conoscevo già ogni dettaglio: paradossalmente, a mio parere, saranno proprio i “foresti” a cogliere il meglio di questa storia di colpe, decadenza e nordest.


Alberto De Poli, La Colpa. Ascesa e caduta del Nordest, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2014.


Related readings:

Massimiliano Santarossa, Viaggio nella notte, Hacca, 2012.
David Trueba, Aperto tutta la notte, Feltrinelli, 2001.

 

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