Book-Review-Zenarola

Una donna torna sulle tracce dell’infanzia alla ricerca della sorella Andrea, facendo il bilancio della propria vita e i conti con un passato irrisolto. Ma non immagina che le coincidenze del fato la porteranno a scoprire un’Andrea che ancora non conosceva.

“Al mare non dovrebbe piovere mai”, ammonisce Alessandra Zenarola nella prima pagina di L’autunno dell’anno prima, edito da Scrittura & Scritture. Questo invece è un racconto fradicio, in cui abbonda l’acqua in tutte le sue forme: un mare spesso tempestoso, la pioggia incessante, le lastre fragili di ghiaccio frantumate dai tacchi delle scarpe, l’umidità dell’afa estiva. E in effetti la ricorrente immagine poetica della laguna di Grado in inverno è forse la cosa che più resta impressa nella mente del lettore.

La protagonista, Domiziana, Mizia o Mizzi, è una donna debole e sempre sovrastata dalla vita e da chi la circonda, soprattutto da chi la ama: ogni uomo di cui si innamora, la sua adorata e insensibile figlia, la sorella che come un fantasma del passato sottende ogni momento presente. Il suo rapporto con il cibo è schizofrenico: Mizia non è anoressica, ma soltanto maniacalmente attenta a ciò che introduce nel suo corpo. L’estrema moderazione in fatto di alcool e cibo è facile metafora della sua incapacità, causata da una nascita troppo fragile, di farsi assorbire dalla vita e dal mondo e di godere della sostanza delle cose. La descrizione di questo cibo rifiutato, che insiste molto sui particolari visivi, è così plastica (a volte persino espressionista) da esprimere in modo piuttosto efficace la sofferenza derivante dal rapporto tra esterno ed interno, manifestamente impossibile. Altra motivazione spicciolamente psicologica dell’inappetenza è quella del tormentato rapporto con la madre (e con il padre, figura assente come da migliore tradizione italiana) che, come tutti i lettori comprenderanno, è la causa di ogni incapacità e inettitudine nella vita adulta.

La sorella Andrea è la pecora nera. Quella che con le sue trovate riduce alla disperazione la famiglia, che tuttavia la preferisce alla “figlia buona”; quella alla cui ingombrante ombra cresce la povera Mizzi. La sorella più grande e ribelle che però, come emerge in qualche momento, è la sola a capirla e amarla davvero. Questo personaggio esplode come un prevedibile fuoco d’artificio nella storia, riuscendo a suscitare per un poco l’interesse del lettore. Fa deflagrare la famiglia borghese, si spinge oltre il limite consentito compiendo una serie di azioni piuttosto prive di senso (come lo sono sempre quelle degli adolescenti “contro” e della gioventù bruciata). Altrettanto prevedibilmente, esaurita la carica energetica della giovinezza ardente che tutto conquista e fa suo, si spegne in una banale paura di invecchiare, in una mancanza di senso che si rivela agli occhi del mondo come sciatteria e trascuratezza. Ma naturalmente, non ha mai dimenticato il vero motore del mondo, gli affetti familiari che nonostante il suo perdersi restavano sempre dentro di lei.

Proprio per cercare una traccia della sorella, Domiziana lasciando Roma torna a Grado, dove la famiglia usava trascorrere le estati quando le figlie erano piccole. A Grado, dove la stagione invernale è assai morta, conosce sullo scenario della pensione Turchina alcuni personaggi dai tratti più interessanti: la proprietaria, giunonica e chiacchierona con un retrogusto di tristezza e un figlio adolescente sciapo e annoiato; Darko, un bosniaco che vive solo con un cane ed ha un passato misterioso; Amos e Fedora, due innamorati moldavi che, a causa della cecità di lei e della speranza che ripongono nella possibilità di un’operazione che la guarisca, diventano una sorta di universale simbolo di fiducia nel futuro. Mizia comincia ad uscire da se stessa e dalle sue paure, e si aggrappa a Darko cercando sicurezza nel suo carattere brusco ed essenziale, nel suo virile nucleo di autonomia difeso dall’assedio di qualsiasi indebolimento esterno.

Mentre procede la vicenda principale, che si dipana tra Grado e Roma, alcuni flashback ci fanno conoscere meglio la figura di Andrea e il rapporto difficile tra le due sorelle, precisando le motivazioni interiori che muovono Domiziana sulle tracce della memoria. Purtroppo la memoria e i cortocircuiti che essa produce tra presente e passato, tra io e altro, non vengono indagati in modo profondo né originale, e la trama avanza impunemente fino ad uno scioglimento che è e rimane solo tale, una semplice soluzione, un punto conclusivo fine a se stesso. Insieme allo scioglimento, si dà anche ragione del titolo, anch’essa collocata nel passato, nell’infanzia di Mizia e nel suo problematico amore sororale.

Peccato che questo romanzo sviluppi in misura minima le potenzialità date dalla scelta della trama e dalla capacità di scrittura della sua autrice. Lo stile infatti non è banale: essenziale e veloce, poetico a tratti; efficace nelle descrizioni, che appaiono sempre vivide, impressioniste quando si tratta di raffigurare paesaggi (riuscite soprattutto nel dipingere il mare d’inverno), più realistiche in altri casi. Realistici e meticolosi sono anche gli elenchi di oggetti, utili a immergere il lettore in un ambiente ben determinato e pervasi da un certo gusto per la concretezza. La descrizione, tuttavia, quand’è impressionista assume delle tinte pastello troppo coerenti con un certo tono stereotipicamente femminile diffuso in tutto il romanzo, che compromette inevitabilmente la pregnanza della scrittura. La psicologia dei personaggi è scontata, le dissertazioni leziosamente esistenzialiste, i colpi di scena della trama non riescono ad essere mai tali: la narrazione galleggia con grazia su una pagina che non riesce mai ad assumere una sua gravità. In queste pagine c’è l’ironia, c’è il dolore, c’è la riflessione; tuttavia, ogni cosa è presentata in una forma leggera, poco significativa, il cui difetto principale è quello della sua stessa evanescenza.

 

Alessandra Zenarola, L’autunno dell’anno prima, Scrittura & Scritture, 2014, pg. 200

 

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