Le 13 cose, romanzo d’esordio di Alessandro Turati (Neo Edizioni), è un monologo di un David Lynch cresciuto a pane e Beavis & Butthead.

Le 13 cose: centoventi pagine di libro e c’ho impiegato un mese per leggerlo. Credo si tratti di un mio piccolo record negativo. Probabilmente il lettore medio dovrebbe fermarsi qui, perché al lettore medio interessa soprattutto fruire una qualsiasi cosa che assomigli ad un giudizio spicciolo. Eccolo: rileggetevi la prima frase. E comunque non avrete capito niente del senso di questa recensione. Infatti odio scrivere recensioni. La trovo una cosa pressoché inutile: c’è sempre qualcuno che l’ha fatto prima di te e la gente ti legge sostanzialmente per due motivi: sapere se leggere questo libro, o se ha fatto bene a leggerlo. Solo che quasi sempre la gente se ne sbatte di quello che dici. E non ha tutti i torti.

Da parte mia ho deciso di scrivere questa recensione per la simpatia che provo a livello epidermico, è proprio il caso di dirlo, per la Neo Edizioni, che sono andato a trovare al Salone del Libro. Giusto per saperne di più sul loro catalogo e sulla loro linea editoriale, mi sono fatto consigliare qualcosa da una simpatica e gentilissima ragazza dello stand e alla fine mi sono portato a casa Le 13 cose. Un romanzo che mi ricorda un motto che noi in redazione ripetiamo ogni tanto per gioco: «La mamma dei surrealisti è sempre incinta». Prima o poi ci faremo la t-shirt (è una storia troppo lunga da raccontare). Invece, per quanto riguarda Le 13 cose: c’è un tizio stralunato con un nome ridicolo, Alessio Valentino, che sembra esserci rimasto sotto a causa di uno shock (ma è anche probabile che ci sia nato così). Ecco, lui è il protagonista. Poi ci sono due cani, il cadavere di un barbone, una bambina che cavalca questo cadavere e che ogni tanto fa delle buche in giardino, una casa vicino ad un bosco in un paese della Brianza (?), una fidanzata morta di cancro e ‘sta cazzo di lista di 13 cose che il protagonista tiene sempre in tasca, e che Emilie, la sua dolce metà nell’aldilà, ha scritto prima di morire. Stop. E questo è quanto.

Se fossi un critico trombone direi che questo è un romanzo sull’insensatezza e l’amarezza della vita e su un’esperienza umana, quella del protagonista, svuotata di ogni senso. Invece vi dico di non aspettarvi chissà quale sviluppo narrativo, intreccio, conflitto. Le 13 cose è un falso romanzo di divagazioni, una sequela più o meno ininterrotta di cazzate e mini deliri che qualche volta irritano e qualche volta divertono. Insomma, possono piacere a gente non particolarmente permalosa e bigotta. Si deambula in modo sconnesso in un mondo ridotto all’osso, fatto di personaggi grotteschi, di situazioni paradossali, ma soprattutto di riflessioni ed associazioni insensate. Insensate nel senso che non hanno senso, ma metodo sì, e pure un certo stile. Che si tratti di un libro “strano” sono capaci a dirlo tutti. E infatti tutti lo dicono. Del resto basterebbe anche solamente sfogliarlo: vi accorgereste immediatamente che è composto da tanti paragrafetti. Leggetene alcuni a caso e vi farete immediatamente un’idea. Un po’ come il Vangelo. Non che leggerlo nella sua interezza cambi di molto le carte in tavola, come avviene leggendo il Vangelo, proprio perché manca una vera e propria consecuzione logica (come nel Vangelo). Tuttavia sarebbe meglio farlo, se non altro perché capireste che il libro non finisce. Ed è per questo che si tratta di un libro figo. Non come il Vangelo.

Proverò ad essere un po’ più chiaro. Le 13 cose è fondamentalmente un libretto freak, un po’ scrauso e dadaista, solo che ogni tanto vira nel trash. Tra le tante cose che si leggono in giro, c’è qualcuno che dice che si tratta di un romanzo caustico e volgare. Non so se per il paio di bestemmie non censurate o per passaggi simili al seguente: «mia moglie, avendo l’artrite reumatoide deformante, ha i pollici capovolti e scrive veramente male. (…) Qualche mese fa (…) ho portato un suo scritto ad una grafologa e lei, la grafologa, mi ha chiesto se fossi sposato con un down. Le ho detto che per una sega avrei aggiunto cinquanta euro alla parcella: mi ha cacciato immediatamente fuori dal suo studio. Aveva ottant’anni e le mancava un piede per via del diabete». Ad ogni modo non è questo il punto di forza o il deterrente o la particolarità del libro (a proposito: un altro motivo che mi ha spinto a scrivere questa recensione sono le cazzate che ho letto su internet). Ecco, si dice che Le 13 cose è un romanzo tosto perché dissacrante, ma la verità è che non dissacra proprio un bel niente. Sarebbe come dare dello spregiudicato ad un bambino che racconta delle barzellette sporche per il solo piacere di dire parolacce. Nei nonsense scurrili di Le 13 cose c’è infatti della genuinità, della coerenza, non necessariamente del genio o della compiaciuta trasgressione.

In realtà leggere questo libro è come ascoltare un monologo di un David Lynch cresciuto a pane e Beavis & Butthead, con una spruzzata di Duchamp nelle vene. E boh, con un giradischi scalcagnato che di sottofondo ti spara una musichetta tipo questa. Il lavoro fatto sulla lingua e sullo stile è perfetto. La lettura va via che è una meraviglia: peccato che il sottoscritto c’abbia messo tutto quel tempo per finirlo. Proprio perché non sono riuscito ad assumerlo che in piccole dosi, poco per volta, una lettura a singhiozzo per un libro che lasci lì per poi riprendere in mano, come se si trattasse di una terapia in pillole che, e dai che ci dai, finiscono per instaurare una strana empatia tra te, lettore, e lui, il narratore. Questione di chimica. Fortuna che si tratta di un libro di centoventi pagine e non di Guerra e pace.

Le 13 cose è infatti evacuato da tutto il superfluo, eppure non c’è niente, in questo romanzo, che sia strettamente necessario. Lo stesso libro non lo è. E in questo Alessandro Turati è onesto (la gente dovrebbe apprezzare un po’ di più l’onestà). Nell’avvertenza posta in incipit c’è tutto lo spirito del romanzo: «L’autore di queste scempiaggini ha quasi 30 anni. Per questo motivo il seguente testo è privo di contenuti. Voi direte: La motivazione non regge! D’accordo». Altro passaggio importante. A pagina 69-70 c’è un dialogo tra un tizio e il protagonista narratore:
«Quest’ultimo pezzo non ha senso!»
«Aspetta la fine. Avevo sognato tutto. Quando mi sono svegliato mi trovavo ad Egoji su una collinetta davanti a un ospedale. A valle, c’era un cimitero senza tombe ma solo con della terra smossa e qualche pianta. Un coglione stava sgozzando un cane con il machete. Era troppo tardi per fare qualcosa, ma da lì in poi ho rifiutato lo specismo»
«E allora? Cosa c’entra?»
«Sono pensieri. Sono parole. Sono riflessioni che puoi rifiutare, come tutte le altre»
L’importante è scegliere di non farlo. E leggere questo libro fino alla fine.

E poi due parole sull’autore: Alessandro Turati mi dà l’impressione di essere un tipo a posto, simpatico, di quelli con i quali ci berresti una birra assieme. E dico di farmi una birra per essere politically correct. Alle volte ha delle trovate acute e feroci[1], altre meno[2]. Avete di certo presente quando quel vostro amico dice una delle sue, quello che solitamente apre la bocca per dire stronzate, ad esempio per autocompiacersi attraverso battute scandalose, motivo per cui riceve sempre in cambio un pugno da quello più vicino? Ecco.
Tuttavia è uno scrittore del quale leggerei volentieri dell’altro. Non tanto per quello che dice – come per i lettori di Baricco, Saviano e Moccia – ma per come lo fa. Credo che questo sia più o meno il giusto approccio da adottare nel leggere questo libro. E qui concludo.

Ciò che voglio dire è che l’importanza de Le 13 cose è quella di smagrire la letteratura di un sacco di stronzate e di stuprare la sensibilità e i preconcetti del lettore medio, ubriacato da cazzate quali “il rispetto per l’orizzonte d’attesa”. La lezione che ho imparato è che, di tanto in tanto, la letteratura deve essere una cosa inutile e, come tutte le cose inutili, una scelta. Mi spiego meglio: non sono uno di quelli che crede al sacro principio del “leggere fa bene”, credo invece il contrario: che “leggere debba far male”, ovvero ferire, smuovere, disturbare. Per come la vedo io la letteratura dovrebbe nascere, possibilmente, da un trauma, piccolo o grande che sia, e dovrebbe, possibilmente, provocarne un altro nell’animo del lettore. Innescare uno scambio. Sedimentare qualcosa di turbativo e/o straniante. Infatti leggere questo romanzo è come strofinare una soffice piuma d’oca vicino al tuo buco del culo: un solletico estremamente fastidioso, insensato, ma ambiguo, perché sa anche strapparti un sorriso. Anche se la cosa ti lascia perplesso.

Allo stesso modo Le 13 cose può risultare accattivante malgrado possa irrimediabilmente deludere quando il libro finisce, in quanto romanzo senza finale, ma anche senza incipit. Quando si dice di non avere né “capo” né “coda”: in questo caso non ci sono, né l’uno né l’altro, perché non ci devono essere. Perché non è uno di quei libri ma un romanzo che fa parte di quella letteratura di cui parlavo poco fa. Una letteratura che in qualche modo deve disturbare attraverso l’inusuale. Molestare i nervi, ma non quelli anatomici. Parlo di viscidi clitoridi inquietanti che qualcuno di noi ha nascosto da qualche parte nell’anima. E che solo il cazzo di certi libri riesce a stimolare. Il libro fortunatamente non si esaurisce lì, in quell’ultima pagina. Perché si tratta di una scoreggia che continua a fare effetto nel nostro cervello. E per quanto possa suonare strano è di questo che un universo di lettori, afflitti da tanto tedio editoriale, avrebbe davvero bisogno.

 

 

 


[1] «La felicità – dicono – guarda da lontano. Cerca gli eletti, poi plana e tende una mano piena di burro. Non si afferra, si sfiora e scivola via subito, istantanea. E passa solo ogni tanto, specie quando non ha le mestruazioni». / «Ho letto in un fumetto che tranciandomi le palle dovrei morire dissanguato. La soluzione, a volte, è piena di sborra».

[2] [Dialogo tra un prete che non voleva fare il prete ma il calzolaio e sua madre]
«Come ti trovi figlio mio?» chiedeva la madre al telefono.
«Bene, si mangia bene»
«Sono contenta»
Anche lui era contento: una Pasqua.

 

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