La nuova creatività italiana

Dal 23 febbraio al 24 marzo all’Ex Macello di Padova è allestita la mostra Quattro protagonisti della “Nuova creatività italiana” (Officina Italia 2) Alex Bellan, Eloise Ghioni, Antonio Guiotto, Diego Soldà, organizzata dal Settore Attività Culturali dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova nell’ambito del format Universi diversi e curata da Renato Barilli, Guido Bartorelli e Guido Molinari.

La mostra si pone come ideale continuazione della precedente Nuova creatività italiana: Officina Italia 2 del 2011 – 2012, una mostra collettiva, curata dal medesimo team di lavoro, che si proponeva, nel solco delle precedenti Officine (Officina Italia del 1997, Officina Europa nel 1999, Officina America nel 2002, Officina Asia nel 2004), di dar voce alle figure emergenti dello scenario artistico coevo, in questo caso italiano.
Quattro protagonisti della “Nuova creatività italiana” si presenta, quindi, come una sorta di spin-off di Officina Italia 2, configurandosi come l’insieme di quattro piccole personali dedicate a quattro artisti che nella precedente mostra si erano distinti: Alex Bellan, Eloise Ghioni, Antonio Guiotto e Diego Soldà.

Alex Bellan

Davanti ai lavori di Alex Bellan si prova un senso di disagio e di inadeguatezza: ciò che abbiamo davanti sono oggetti quotidiani, ma così stravolti nella loro forma e funzione che è impossibile intrecciare con essi qualsiasi tipo di relazione.
In 2500 cm, troviamo una sorta di scultura creata legando tra loro dei metri da geometra. L’oggetto quotidiano, il metro, perde la sua funzione, non può misurare più nulla, legato e fissato stabilmente in un oggetto fruibile solo in senso estetico.
Oppure In Ex dove troviamo due rotoli di scotch carta riempiti di nastro adesivo anche nell’anello centrale in modo tale che quel nastro sia completamente inutilizzabile.
O anche Focolare, un termosifone capovolto dalla cui valvola fuoriesce verticale un tubo in rame alto circa due metri, un termosifone impazzito che staccatosi dalla parete si rifiuta di regalare all’uomo una qualsivoglia forma di calore.
L’arte di Bellan è un’arte “bulimica”, un’arte che divora la realtà e le immagini  del mondo che la circonda per poi vomitarle deformate e distorte, con il preciso intento sociale di rivelare quelle carenze e quei vuoti che cariano il nostro tessuto sociale e culturale.

Eloise Ghioni

Eloise Ghioni ritorna alla pittura, ma intendendola in  modo tutto personale e tutt’altro che convenzionale. I suoi quadri presentano un disegno di base geometrico sul quale l’artista applica delle piume dai colori sgargianti e smaccatamente artificiali.
La commistione tra il freddo astrattismo delle forme geometriche e l’elemento pseudo-naturale delle piume da vita a dei tappeti, a delle tele che sembrano riprodurre segni e simboli cabalistici legati a qualche culto lontano e misterioso, una pittura che sembra voler creare dei nuovi e moderni totem in cui credere e ai quali ispirarsi per il futuro.
Quest’impressione è rafforzata dalla presenza, su altissimi piedistalli in legno, di alcune sculture decorate con colori nuovamente vivissimi e artificiali e accompagnate da titoli aforistici, quasi dei mantra, come «Raggiungi in alto le stelle nascoste della tua anima» oppure «Segui con fiducia la direzione dei tuoi sogni».
Come delle meteoriti misteriose provenienti da luoghi imprecisati, queste sculture sembrano volersi configurare come dei catalizzatori delle forze umane, una versione esuberante e variopinta del famoso parallelepipedo nero di 2001: Odissea nello spazio.

Antonio Guiotto

Le opere presentate in mostra da Antonio Guiotto presentano quel tipico gusto dell’artista padovano per un gioco ironico e concettuale spesso teso verso una narrazione riccamente citazionista e frequentemente venata di elementi autobiografici.
Guiotto gioca con lo spazio dell’Ex Macello; il rigore e l’austerità della vecchia struttura padovana vengono vivacizzati da una serie di improbabili quanto inutili interventi architettonici.
Da un lato vi è la serie Supporti: delle fantasiose strutture che vorrebbero svolgere una funzione di sostegno all’edificio dell’Ex Macello. Così troveremo una quantità smodata di oggetti realizzati con spranghe e tavole di legno montate assieme con calchi in gesso di bottiglie e mattoni. Questi sono poi appoggiati a sostegno delle pareti e dei pannelli espositivi dell’edificio, quasi fossero degli archi rampanti, ma sono troppo piccoli e dalle forme troppo bizzarre per poter svolgere una qualsiasi funzione di sostegno. Oppure troveremo un specie di colonna gigantesca che sostiene un filo quasi invisibile: tanta grandezza e monumentalità per sostenere così poco, quasi nulla.
Dall’altro lato troviamo l’opera Forse, un leggero telo in nylon che agganciato per i quattro angoli ai pannelli espositivi si libra alto verso il tetto, mosso da un motore che vi soffia contro aria calda. L’opera sembra voler essere una specie di leggiadra volta a crociera in perfetta sintonia con l’Ex Macello che proprio per la sua forma a tre navate ricorda una cattedrale. L’opera potrebbe alludere ironicamente agli equilibrismi e alle difficoltà del giovane artista d’oggi che si vede spesso legato da troppi vincoli che gli impediscono di spiccare il volo definitivo.

Diego Soldà

Come Eloise Ghioni anche Diego Soldà recupera la pittura, ma in un senso, ancora una volta, tutto personale e tutt’altro che convenzionale. Le sue opere sono frutto di varie stratificazioni di colore al termine delle quali l’artista passa uno strato bianco che rende spento e acromo il lavoro. Successivamente seziona o gratta via lo strato superficiale rivelando tutto il vibrante e rutilante cromatismo dell’interno.
L’artista nel suo lento depositare strati policromi è riuscito a cogliere lo scorrere del tempo. Le sue opere assumono una matericità, una concretezza vitalistica di sorprendente naturalezza, pur nella loro palese artificialità. La pittura perde ogni sua connotazione convenzionale per diventare la manifestazione concreta dell’agire della vita e del tempo; diventa un muro secolare sul quale si sono depositati anni e anni di intonaci diversi e che ora si stanno scrostando, diventa un tronco d’albero che mostra i suoi anelli o una roccia sedimentaria che mostra i suoi strati.

 

 

 

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