Nella serata di venerdì 14 settembre, al Padova Vintage Festival è stato proiettato il documentario Anvil-The Story of Anvil, realizzato da Sacha Gervasi, giornalista che ha scritto la sceneggiatura di diversi film e che ha avuto la fortuna di viaggiare per anni accanto alla band canadese, di cui è stato un roadie sin dal 1982.

Quando si parla di Vintage si pensa di solito ad un certo tipo di persone, vestite in un certo modo. Se si dovesse associare una musica al Vintage, probabilmente verrebbe in mente la black music degli anni ’50. Io non ho mai pensato che il metal potesse essere Vintage. Ma se ci pensate bene, il primo metal, cosiddetto heavy, è un genere fortemente legato agli anni ’80, non a caso si parla di old school. La moda dei metallari rappresenta l’altra faccia degli anni ’80, un modo di vestire (capelli lunghi, chiodo, scarpe da tennis rigorosamente bianche e logore, jeans strappati, gilet con le toppe, borchie, catene), ma soprattutto di essere, che ha condizionato e appassionato milioni di persone in tutto il mondo, e che non ha senso ignorare quando si parla di anni ’80. Perché accanto (o dall’altra parte rispetto) a Michael Jackson e Duran Duran c’erano Scorpions, Iron Maiden, Metallica.

E c’erano anche gli Anvil. E ci sono ancora. Gli Anvil sono un gruppo heavy formatosi a fine anni ’70, che ha inciso il primo disco nei primi anni ’80, come tanti altri gruppi del genere. La primogenitura venne dall’Inghilterra (Judas Priest, Iron Maiden, Venom), poi nell’83 dall’America arrivarono i Metallica. Nel 1985 il metal era ormai un genere diffuso e molti gruppi erano già affermati. L’anno prima, a Tokyo, gli Anvil suonarono in un tour assieme a Bon Jovi, Scorpions ed altri. La loro performance fu una delle più entusiasmanti, grazie al giro di chitarra semplice ma coinvolgente di “metal on metal”, al carisma del cantante, e al modo di vestire che metteva insieme elementi glam con catene e bracciali stretti intorno al corpo (analogamente ai primi Venom). La gente era in delirio e i componenti delle altre band riconoscevano il talento; gruppi come Twisted Sister e i secondi Venom si sono ispirati molto a loro. Il batterista era uno dei più bravi nel suo genere. Tutti oggi concordano sull’importanza che questo gruppo ha avuto nella storia dell’heavy metal, e nel 1984 tutti erano d’accordo nel dire che quei ragazzi avrebbero fatto strada.

Ma non è stato così. Eppure gli Anvil non si sono mai sciolti e in più di trent’anni hanno prodotto 14 dischi. Cos’è che non ha funzionato? Colpa dei pregiudizi sui canadesi? O delle case discografiche indipendenti? O dei manager inadeguati? Forse tutto questo insieme. Quello che è certo è che per questi ragazzi di ormai cinquant’anni il metal non è solo un hobby o una moda. È tutta la loro vita (non è retorica), e il documentario aiuta a capire quanto forte possa essere la passione per la musica.

Aleggia il senso di malinconia e decadenza raccontati in The Wrestler di Aronofski, perché i membri del gruppo, per vivere, svolgono dei lavori duri, dal muratore allo scaricatore. E durante le ferie suonano nei locali. Senza guadagnarci. Alla fine il documentario va ben oltre i generi musicali e sembra porci un quesito esistenziale: fino a che punto ha senso inseguire i propri sogni? È eroico vivere così, o semplicemente da ingenui?
Gli Anvil da trent’anni inseguono il sogno di sfondare, senza riuscirci, ma anche senza mai abbandonare la passione, e continuando a fare ciò per cui si sentono portati. È incredibile guardare queste persone e vedere come siano rimaste fedeli a se stesse e alle loro convinzioni per tutti questi anni. Senza mai arrendersi.

 

1 commento a “ Anvil: it’s hard to be irons ”

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