di Giulio Vellar. La vita è un saliscendi di tristezza e felicità, dicono. Se è così, è ovvio che alla fine ti viene da vomitare. Sono seduto alla scrivania. Occhi fissi al muro bianco, sporco e scrostato. Fisso la calotta all’avambraccio, o almeno a quello che ne resta. La faccio aderire il più possibile e la blocco. Sono un uomo con la capacità tattile di un pezzo di legno. Fortunatamente un manichino benevolo ha sacrificato un arto per darmi la possibilità di un’insensibile parvenza di contatto umano. Crac. Crac. Crac. Crac. Crac. Almeno posso ancora schioccarmi le nocche dell’altra mano. Dicono che farselo spesso faccia venire l’artrosi, e io li ho anche ascoltati, fino a un annetto fa. Avrei potuto continuare per tutto il giorno, se solo avessi saputo. Se. Malato di cancro polmonare che non ha mai fumato, per precauzione, pur avendo sempre una voglia fottuta. Se. La precauzione alla fine è solo una vasectomia d’esperienze. Mi cade lo sguardo sulle mie vecchie fotografie. Ventiquattr’anni di vita normale. Ho avuto un’infanzia felice e spensierata, la mia famiglia è sempre stata attenta alle mie esigenze e ai miei desideri. Ero amato. Avevo la fidanzata da due anni: non tanto, ma stavamo bene insieme ed eravamo pure andati a convivere. Prima ovviamente stavo a casa con i miei, che erano gente umile e, non avendo un gran capitale messo da parte, non potevano aiutarmi più di tanto. Del resto chi può più permettersi di andare a vivere da solo a vent’anni, con uno stipendio di mille e rotti euro al mese? Ci amavamo. Io l’amavo e dopotutto la perdono per quello che ha fatto. Nei mesi post-incidente lei era sempre con me. Anche durante la riabilitazione, anche quando ho cercato di convivere con la mia nuova realtà. È stata dura, avevo crisi continue, non volevo accettare quello che era successo. Perché proprio a me? Mi sentivo come un vecchio adesivo stropicciato, incollato per un angolo allo sciacquone di plastica sopra ad un water aperto. Sempre in bilico tra tristezza, rabbia e un’apatia incontrollata. Lei era lì comunque, a consolarmi. Era forte, ma io la sentivo piangere la notte, o quando credeva che io non potessi sentirla. Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato quel giorno, così non mi sono stupito più di tanto quando me l’ha detto. Non le ho risposto nulla, l’ho solo baciata, in silenzio. Non pensavo di essere così debole, pensavo di poter sopportare qualsiasi cosa, con la mia stolta sfrontatezza da ventenne. Povero coglione. Ho sempre ritenuto importante la vita sociale. Conoscere nuove persone, stare in mezzo alla gente: chiacchiere, gesti, sguardi. Probabilmente è per questo che la sola persona che non ho mai conosciuto veramente sono io stesso. Da quel momento le cose sono solo peggiorate. Certo, avevo la mia famiglia a sostenermi, i miei genitori, le mie sorelle, ma non avevo lei. Avevo ancora qualche speranza di vederla tornare. Aspettavo, guardando alla finestra. Infiniti attimi, scanditi dal ticchettio dell’orologio, mi separavano da lei. Secondo, dopo secondo, dopo secondo. Il tempo passa lento quando non sei felice. Guardavo le lancette e avevo l’impressione che le batterie stessero per finire. Provavo a scrollarlo, dandoci delle sberle sul retro. No, forse mi sbagliavo, era solo speranza. Eccolo allora il secondo che passava. Impotente. Inutile. Disperato. Un giorno, stanco di tutto questo, lasciai cadere l’orologio per terra, guardando il vetro che andava in frantumi. I pezzi si dispersero vagabondi sul pavimento. Come un uomo che soffre di eiaculazione tardiva, aspettai ancora. Impaziente. Alla fine ovviamente persi la speranza. Sono seduto alla scrivania. Ricordi. Frammenti infetti, singoli fotogrammi girano, girano e girano in un ciclo continuo di disgusto e malinconia. Prendo una foto. Ho l’accendino in mano, la fiamma bluastra mi illumina il volto. Sterilizzo memorie consumando dolore. Lascio cadere il tutto nel cestino di metallo. Una lacrima mi solca lo zigomo, ma non so se sia dovuta al fumo negli occhi. Stanco, stanco, stanco. In sottofondo la tv vocifera implacabile. Rabbia. Voci di cerebrolesi disquisiscono di cose di cui non sanno un cazzo. Voci partoriscono vaneggiamenti insalubri totalmente ricoperti di escrescenze coloniali. Voci opportuniste. Voci denigratorie. Voci fasciste. Voci irrisorie. Calma. Calma. Calma. Calma, ma non stupitevi se un giorno mi si sfonderanno i timpani a forza di ascoltare cazzate. Crepe ed emorragie interne. Sono mai stato così sincero? La sottile patina che mi copre gli occhi si fa via via sempre più opaca. E così, guardando quella stupida scatola contenitiva, vedo sitcom di perverse e deprimenti realtà leofilizzate. In sottofondo, ad ogni pessima battuta, arriva una flebile e monotona risata. Sola. Nervosa. Masochista. Trattengo il fiato. Ancora. Ancora. Ancora. Il mondo sta bruciando e l’ossigeno che ci rimane alimenta solo le fiamme. Ancora. Prendo il telecomando è lo lancio contro lo schermo, sfondandolo in mille pezzi. Il mio libero arbitrio sta diventando fascista. Contrattazione. Prendo uno di quei piccoli pezzetti neri. Ci metto un po’, perché non sono ancora così pratico, e recido un po’ il mio polso buono. Slap. Slap. Slap. Vado verso la cucina e apro il ripiano dei condimenti. Slap. Prendo il tubo di sale iodato. Plastica bianca, etichetta blu a rombo. Sangue metronomo gocciola sul pavimento. Slap. Slap. Slap. Pensieri mi lacerano la testa. Insistenti abusivi con l’hobby del vandalismo. Giro il pezzo sulla parte alta del tubo. Apertura a grani piccola. Apertura a grani media. Apertura totale. Mi fermo. Slap. Il dolore fisico è l’anestesia migliore, penso, svuotandomi tutto il tubo sul polso. Nulla, proprio nulla. Immagine più viva che mai. Torno verso la scrivania, grumi di sale rosso segnano il mio cammino. Accendo una sigaretta. Aspiro. Aspiro. Aspiro. Trattengo. Trattengo. Trattengo. Trattengo. Esalo lentamente quello che resta. Il fumo si condensa attorno al mio corpo, creando una malsana aura protettiva. Invisibile al mondo, immobile per ogni cosa, strafatto di solitudine. Attimi in cui ricordi e problemi svaniscono nella nebbia cieca. Siamo solo Io e la mia esistenza. Io ed io. È allora che accade l’inevitabile. Tutta la positività si dirada acerba, aspirata da una vecchia cappa che adora il deep throat. “Maledetta genuflessa incallita”. Nudo. Tutto questo mi porta di nuovo al punto di partenza. E così… Aspiro. Depressione. Ogni possibilità di evadere è inutile. Le cose, se non le affronti, ti si nascondono dentro e se ne stanno lì, finché un giorno non escono spolpandoti vivo. Non posso più fare altro, credo. Ripenso a tutto per l’ennesima volta. Al crudele senso dell’umorismo della vita. Speranze abortite in feti deformi. Non sempre la prole partorita è quella desiderata. Vuoi figli di successo, felici e sposati? La probabilità di averli è la stessa che hai, da ubriaco marcio, di non pisciare sulla tavoletta. Sogni infranti in microscopici frammenti non lineari. Solo che la colla è poca, e non può aggiustare tutto. La pazienza è il mio peggior pregio e il mio miglior difetto, mi dico fissando il moncherino e la protesi tremante. Pezzo dopo pezzo, dopo pezzo, dopo pezzo. Un frammento che brilla di luce riflessa è solamente il ricordo di uno splendore passato, la memoria con le pezze al culo di una gioia nostalgica. Accettazione. Adesso le cose stanno così. Nulla in più e nulla in meno. Così, vita, il tuo è un omicidio. Unghie che mi scavano in superficie alla ricerca di qualcosa. Scavi, scavi, scavi, ma se tocchi l’osso dovresti fermarti, sai? Sono solo carne, sangue e terminazioni nervose. Organi di sopravvivenza e di dubbia moralità. Se poi la morale è opportunista non è affar mio. La mia anima forse se n’è andata – tempo fa o da un po’, non lo so – ma se trovi un biglietto d’addio dimmelo, per favore. Ricordati che comunque il 90% dei morti suicidi non lascia scritto nulla, quindi non preoccuparti se è. Non vedo perché lei dovrebbe essere diversa. Se anche vivi per qualche ideale muori comunque, quindi vivi fottendotene e vattene fottendotene. Questo è quanto. Vita, oh vita, averlo saputo prima che eri una lurida e sadica puttana. Rabbia. Rabbia. Rabbia.
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