Questo libro ibrido, tra il racconto, il monologo e il saggio, è costruito come una mappa, la quale disegna un percorso all’interno della storia d’Italia. In questa mappa ci sono degli incroci e uno dei punti d’incontro è il carcere. Il protagonista infatti è un detenuto condannato all’ergastolo che parla con Giuseppe Mazzini e prepara un discorso, che in realtà ha già tenuto in tribunale il giorno della sua condanna.

Tale discorso verte intorno al concetto di rivoluzione, che sembra una cosa estranea alla storia d’Italia. E invece non è vero, è solo che la storia la scrivono i vincitori.Gli stessi che poi trasformano Garibaldi e Mazzini in targhe, piazze e statue. Invece ne basterebbe una sola di targa:

«Una targa lunga dalle Alpi a Pizzo Calabro, isole comprese, una enorme targa su tutta l’Italia e scriverci qui presero per il culo Garibaldi, Mazzini, Pisacane, eccetera eccetera e tutto il risorgimento. Ditegli a Garibaldi che la rivoluzione non si fa coi re. Nelle rivoluzioni ai re non gli si porge la mano, ma gli si taglia la testa» (pag.80).

Il Risorgimento sarebbe dunque un’occasione mancata, una rivoluzione tradita. E ce ne sono altre due, di cui il protagonista parla nel suo discorso. Una è la Resistenza partigiana al nazifascismo e l’altra è la lotta armata degli anni Settanta:

«e questi tre risorgimenti hanno due caratteristiche in comune. La prima è che si tratta di rivoluzioni combattute dai figli e tradite dai padri. La seconda consiste nel fatto che tutt’e tre sono storie di galera e lotta armata» (pag. 87).

Il parallelismo tra questi tre periodi della storia italiana non è del tutto nuovo (è suggerito infatti da Volponi nel romanzo del 1975  Il sipario ducale e non è nemmeno inventato di sana pianta da Celestini, ma deriva da alcune suggestioni, spiegate in appendice al testo, come per esempio il fatto che gli ideatori delle Brigate Rosse avevano inizialmente pensato al nome Brigate Pisacane o ad un’intervista in cui la partigiana Marisa Musu paragona, per esattezza di esecuzione, l’attentato di via Rasella con quello di via Fani.

Nemmeno il carcere è un pretesto casuale, bensì è un tema centrale del libro, al punto che Celestini si è documentato andando a visitare diversi penitenziari, come Rebibbia a Roma o il Due Palazzi a Padova. Troviamo così termini gergali specifici che hanno a che fare con il carcere (“gabbio”, “casanza”, “spesino”, “peculio”, “mof”, “erbivoro”, “scabio”) e anche riferimenti a problematiche come i suicidi in carcere, il numero di detenuti stranieri, la tossicodipendenza in carcere o la sessualità in carcere.

Non mancano nemmeno riflessioni come questa:

«Per un intellettuale la galera è un’opportunità. Ventidue ore su ventiquattro chiuso in cella a pensare, scrivere, leggere. Un tempo così non è fatto per i ladri di mele. Un povero scemo non c’ha la preparazione adatta. Chi ruba una mela s’ammazza. Gli ignoranti non dovrebbero avere il permesso di essere reclusi» (pag.78).

O come questa:

«il carcere è il cuore dello stato. In carcere lo stato si dimostra per quello che è veramente. Cioè un carceriere. […] Cambiare il carcere è il passo più importante verso un cambiamento radicale della società» (pag.85).

Ci sono poi storie, come quella del Negro Matto Africano, che pur essendo molto toccanti sembrano inserite solo per arricchire il palinsesto di sofferenza umana. Nel suo complesso il libro è molto particolare, ricco di immagini, di citazioni, di riferimenti alla storia, alla realtà del carcere e non solo. È un libro per stomaci forti, nonostante l’ironia che talvolta affiora e allo stesso tempo è un libro che propone un modo nuovo e interessante di parlare del Risorgimento.

Ascanio Celestini, Pro patria, Torino, Einaudi, 2012.

Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )