Contemporaneo quindi strano, strano quindi contemporaneo. Sillogismo molto diffuso, e non solo tra la gente comune. L’arte contemporanea non viene capita e spesso non vuole nemmeno farsi capire quindi la gente la ignora, etichettandola come “particolare”, o, più direttamente e semplicemente, come brutta ed inutile.

Le avanguardie del primo ‘900 hanno reciso quel cordone che teneva legata l’arte alle masse. Frattura che divenne baluardo della loro poetica. Frattura che, oramai vecchia di più di un secolo, non si è più sanata. Se al tempo era l’arte a rifiutare il pubblico, ora è il pubblico, la società a rifiutare l’arte. Quegli spazi comunicativi che un tempo le erano propri o non sono stati più occupati o sono stati occupati da altre forme di creatività, spesso svincolate da velleità artistiche.

Attualmente l’arte sembra barcamenarsi a fatica, schiacciata tra due universi creativi che stanno mettendo in discussione tanto la sua identità che il suo stesso ruolo all’interno della società contemporanea.

Il primo di questi due universi è la cosiddetta creatività ad alta definizione, la creatività patinata e glamour dei mass-media, che, forte dei maggiori finanziamenti, riesce a creare di più, meglio e in minor tempo, un tipo di creatività mossa da precisi intenti commerciali e che da sempre saccheggia le parallele invenzioni artistiche (senza andar tanto lontano, basti pensare al recente videoclip di Born this way di Lady Gaga, dove ad un’operazione musicale puramente commerciale vengono accostati riferimenti a Bacon, Dalì e 2001: Odissea nello spazio di Kubrick).

L’altro universo è quello della creatività a bassa definizione, amatoriale, che sta raggiungendo le case di tutto il mondo grazie ad internet. Mezzi espressivi che un tempo erano costosissimi oggi sono alla portata di tutti: ognuno può improvvisarsi artista e poi caricare i suoi video su YouTube, rendendo noti al grande pubblico tutti i suoi esperimenti creativi. Questi lavori, però, sono svincolati da una qualsivoglia intenzionalità artistica, sono un franco e divertito esercizio di creatività finalizzato ad un puro intrattenimento partecipativo.

 

All’interno di questo contesto vuole inserirsi la mostra Augmented Place curata da Guido Bartorelli e dal suo gruppo di lavoro (Elisa De Marchi, Fabrizio Montini, Giada Pellicari, Elena Tonelli e Stefano Volpato), inaugurata l’8 novembre in Piazza Cavour dove rimarrà allestita fino al 9 dicembre.

L’idea è quella di cercare un canale che permetta di riaccostare l’arte alla gente, che permetta di reinstaurare una proficua comunicazione e che riallacci questi due universi per troppo tempo tenuti separati, cercando così di ritrovare un ruolo ed uno spazio per l’arte nella società contemporanea.

Questa volontà si è sviluppata seguendo due direttive principali, quella di ricercare in ogni modo una relazione diretta con il pubblico e quella dell’immaterialità delle opere, caratteristica tipica di molte espressioni creative, artistiche o meno, contemporanee. Ne consegue una mostra sviluppata in due sezioni.

Una prima parte si trova in piazza Cavour, sopra la galleria, e consiste in una serie di opere immateriali caricate in una rete wireless sita nell’area della piazza, accessibile tramite smartphone, tablet o computer. L’idea di uploadare le opere in una rete localizzata e non direttamente sul web è stata dettata dalla volontà di far vivere le opere solo in questo determinato luogo che in un certo qual modo risulta “aumentato” dalla presenza delle opere. Come sostiene Bartorelli nel catalogo della mostra, Augmented Place, infatti, «si rifà all’Augmented Reality in modo non del tutto letterale dal punto di vista tecnico. Ne sfrutta, però, il principio generale, così affascinante, di utilizzare il telefonino come protesi sensoriale per percepire contenuti localizzati lì dove ci si trova» (G. Bartorelli, catalogo di Augmented Place).

In questo modo le opere implicano una relazione diretta con il pubblico, in quanto esistono solo nel momento in cui il passante si ferma, prende il telefonino, lo usa come “protesi sensoriale” accede alla rete e guarda le opere. Senza tutto ciò quello che le persone hanno davanti non è altro che piazza Cavour, non la piazza Cavour aumentata dalla opere.

Questa ricerca di una relazione con il pubblico è ancor più accentuata pensando alla gratuità delle opere e della rete e al supporto richiesto per visitare la mostra, sia esso smartphone, tablet o computer, comunque sempre estremamente comune e diffuso.
Una volta viste le opere il passante può incuriosirsi e decidere di approfondire la sua conoscenza sui lavori visti scendendo in galleria e visitando la seconda parte della mostra.

Questa seconda parte, concepita come una sorta di pendant esplicativo della prima parte, è una mostra più convenzionalmente intesa: le opere degli artisti già presenti nella parte superiore sono allestite nello spazio sotterraneo della galleria Cavour, direttamente visibili senza ricorrere alla rete. Anche qui ritroviamo le due tematiche cardine della sezione superiore wireless: l’immaterialità, tema che fa da filo rosso a tutte le opere, e la ricerca di una relazione con il pubblico, ottenuta attraverso un ricchissimo programma di conferenze e attraverso la presenza di stagisti preparati, pronti a rispondere ad ogni domanda e a stimolare un dialogo.

La volontà è quella di ricercare il più possibile confronti, dibattiti e discussioni sugli argomenti sollevati dalla mostra, cercando di andar oltre al carattere snob di molte rassegne d’arte contemporanea, chiuse nell’elite dei loro addetti ai lavori, cercando di superare le difficoltà comunicative insite nelle opere proponendo una realtà dialogica, comunicativa e “cordiale”, come l’ha definita lo stesso G. Bartorelli durante la presentazione.

 

A questo scopo il comitato curatoriale ha scelto per la mostra sei degli artisti più adeguati per questo tipo di sperimentazione:

Alterazioni Video, presentato da Giada Pellicari

Alterazioni Video presentano un cortometraggio tipico esempio di turbo – movie, che, come afferma Giada Pellicari nel catalogo della mostra, sono video composti da gif animate, «caratterizzati da un minimo di canovaccio di sceneggiatura e per il resto da una realizzazione – ma anche un’ideazione – decisa sul posto (in questo caso Lampedusa, n.d.r.), in collaborazione con le persone del luogo». Il titolo è “black rain” e rappresenta degli immigrati che cadono sull’isola nelle vesti di super – eroi.

 

Fausto Falchi, presentato da Elisa de Marchi

Falchi presenta in mostra una scultura, ostentatamente rozza, composta da varie antenne che emettono un segnale immateriale che si diffonde così nello spazio espositivo.

 

Gregory Fong, presentato da Stefano Volpato

Fong presenta in mostra una serie di dittici composti di due piccole foto, delle fototessere ingrandite. una di esse rappresenta la persona com’è in realtà, l’altra come la società vorrebbe che fosse, ovvero bella ed abbronzata.

 

IOCOSE, presentato da Fabrizio Montini

Un collettivo che si propone di fare del crowd-sourcing, ovvero il mobilitare delle persone in tutto il mondo tramite internet. l’opera presentata è composta da una serie di foto che testimoniano uno di questi crow-sourcing: ai partecipanti era richiesto di pensare ad un complotto e successivamente manifestare contro di esso.

Antonio Riello, presentato da Guido Bartorelli

Riello già nel ’97 aveva capito come lo spazio pubblico per eccellenza non fosse più la piazza, ma l’ambiente mediatico. a dimostrazione di ciò creò un videogioco, italiani brava gente, caricato in un’internet ancora embrionale e oggi presentato in mostra, che invita il pubblico a distruggere le navi albanesi che tentano di attraccare sulla costa pugliese, parodiando, così, la xenofobia e il problema degli extracomunitari.

 

Cosimo Terlizzi, presentato da Elena Tonelli

i lavori di Terlizzi ruotano attorno al concetto del corpo della sua presenza ed assenza in strettissima relazione con il pubblico, continuamente invitato ad essere parte delle sue opere, riuscendo così a trattare «di questioni più intime, personali e particolari per poi estendersi ad altre universali e generali», come afferma Elena Tonelli nel catalogo della mostra

 

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