di Laura Casarsa.

Giovedì 29 Novembre in galleria Cavour si è tenuto il sesto appuntamento con il pubblico che ha visto protagonista la critica, curatrice e docente Fabiola Naldi nella presentazione del suo libro Tell a Vision. Il video tra storia e critica. Il titolo del libro, come rileva il curatore della mostra Guido Bartorelli, ci pone subito all’attenzione la vicinanza tra il concetto di visione e narrazione, tema centrale nel panorama della video art e nel percorso proposto dall’autrice.

 

L’incontro verte sulle dinamiche del video making proposte nel libro, testo diviso in quattro sezioni che si propongono di ripercorrere non solo le ricerche, ma la storia dell’autrice stessa, caratterizzata dal fatto di essere una storica, e quindi legata al mondo accademico, ma allo stesso tempo una persona che ama lavorare in modo militante, cercando di essere sempre attenta alle nuove tendenze della contemporaneità. A questo proposito, credo che la passione e dedizione con cui l’autrice ha trattato certi temi sia stata apprezzata da tutti gli ascoltatori, e abbia reso la conferenza un piacevole momento di scambio in cui il passato e la tradizione delle origini del cinema si è intervallato con attuali videoclip musicali, trailer di fiction e video Art con la “A” maiuscola.

Tell a Vision si propone infatti, attraverso saggi, testi critici e articoli inediti, di ripercorrere la storia della video arte, partendo da una rilettura delle avanguardie storiche e arrivando al videoclip musicale contemporaneo. Appare subito evidente come il confine e la distinzione tra video art, videoclip e video installazioni sia labile.

Ciò è dimostrato dal lavoro di personalità come Floria Sigismondi, fotografa e artista a sé stante meglio conosciuta per i suoi video musicali (Marilyn Manson, The Cure, Muse, Christina Aguilera e David Bowie sono solo alcuni dei molti artisti con cui ha collaborato) caratterizzati da particolarissimi effetti di luce, atmosfere allucinate e soggetti inquietanti ritratti fuori fuoco. Allo stesso tempo la Naldi riconosce come sia un paradosso considerare e avvicinare i video clip alle ormai accettate forme d’arte contemporanea, poiché questi sono generalmente prodotti dalle case discografiche e quindi seguono un preciso intento commerciale, fine da sempre schizzinosamente evitato dall’alto mondo dell’arte contemporanea.

 

Sono state commentate poi le lungimiranti intuizioni di Gerry Schum, gallerista fondamentale per aver riconosciuto nel film e nel video dei mezzi autonomi per la produzione e comunicazione dell’arte contemporanea. Basti pensare alla produzione di Identification, una vera e propria video collection che propone le azioni di diversi artisti come Joseph Beuys, Maio Merz, Alighiero Boetti, Daniel Buren, Walter De Maria, Long e Giliberto Zorio.

 

Emerge poi dall’ incontro un ulteriore questione che si può ricollegare alle differenze sostanziali che intercorrono tra film e video arte: il cinema è narrativo, nasce per intrattenere, mentre la video arte vede una mancanza di narrazione in favore di un gioco che verte sul concetto di intensità. Sembra proporsi di nuovo una dicotomia, un allontanamento tra questi due mondi apparentemente incompatibili. Ma ecco quindi che la Naldi presenta alcuni artisti che in qualche modo superano questa dicotomia, realizzando sia del cinema d’artista, che video art. Le realizzazioni cinematografiche di Steve McQueen come Hunger e Shame non lasciano dubbi a tal proposito.

 

L’autrice sottolinea poi come attualmente un ulteriore elemento sia subentrato per cambiare nuovamente le carte in tavola: la rete e YouTube. Questa riflessione ci permette di ricollegarci ad Augmented Place e in qualche modo, al suo più importante lascito: la dimostrazione di come l’arte possa scendere dal proprio piedistallo per insinuarsi immaterialmente sul web, e perché no, tra il promo di una fiction e un video musicale.

 

 

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