Come vi avevamo precedentemente raccontato, alla mostra Augmented Place, attualmente allestita in piazza Cavour, sono presenti le opere materiali ed immateriali di sei artisti: Alterazioni Video, Fausto Falchi, Gregory Fong, IOCOSE, Antonio Riello e Cosimo Terlizzi.

A seguito della terza conferenza, organizzata all’interno del programma di incontri pensati in occasione delle mostra, abbiamo deciso di dedicarci a due di questi artisti: Fausto Falchi e Antonio Riello, i cui lavori sono curati rispettivamente da Elisa de Marchi e Guido Bartorelli.

Fausto Falchi

Nato a Pomigliano d’Arco (Napoli) nel 1982, Fausto Falchi appartiene alla generazione dei cosiddetti “Nativi digitali“, ovvero coloro che, essendo nati negli anni ’80, realtà che cominciava ad essere fortemente informatizzata, hanno dimostrato da subito una grande confidenza con le nuove tecnologie, molto di più rispetto alle generazioni precedenti.

Questa caratteristica generazionale fa da filo rosso a quasi tutti gli artisti in mostra e costituisce un precisa scelta curatoriale. Bartorelli e il suo gruppo di lavoro ritengono che la generazione sia un fondamentale fattore unificante del fare artistico: artisti nati nello stesso arco di anni sono sottoposti ai medesimi stimoli sociali e quindi tenderanno a rispondere, anche se in modo diverso, alle medesime problematiche. Per questo motivo i curatori si sono concentrati sulla generazione dei “Nativi digitali”, perché, in virtù della loro innata confidenza con le nuove tecnologie, conseguente al momento storico – sociale in cui sono nati, rappresentavano la generazione più direttamente coinvolta e quindi più adeguata per discutere delle tematiche sollevate in mostra.

Centrale nell’opera dell’artista partenopeo è la riflessione sul rapporto tra società e tecnologia. Riflessione che, non perdendo mai una dimensione ludica e disincanta, gioca sul  «sovvertire il normale approccio e l’abituale percezione della virtualità e degli strumenti tecnologici» (E. de Marchi, Augmented Place, cat., Padova, CLEUP) ricorrendo, spesso, ad un procedimento tipicamente duchampiano: la macchina celibe – sterile, una macchina decontestualizzata, che, modificata e ritoccata, viene negata nella sua funzionalità convenzionale e caricata di significati altri.

Significativa in questo senso è l’opera Bored Machine (2009), una macchina che non produce più nulla, bensì consuma, anzi, più precisamente, fuma una quantità esorbitante di sigarette. Questa macchina non è più un mezzo per facilitare l’uomo, per incrementarne il benessere, non producendo più nulla, diviene inutile, sterile; così, privata della sua funzionalità e utilità, questa creazione diventa occasione di riflessione critica, ma anche divertita, sulla tecnologia e sul rapporto dell’uomo con essa.

Particolarmente interessante e, inoltre, perfettamente pertinente alle tematiche di Augmented Place è la recente riflessione di Falchi sul rapporto tra la società e la rete, internet. In un primo momento l’artista sembra esserne affascinato e tende a concepirla come mezzo democratico di eccesso al mondo, di informazione e comunicazione. Questo primo momento di riflessione è ben testimoniato dal lavoro Knowledge zone (2008) dove, attraverso un’antenna costruita artigianalmente, l’artista amplificava un segnale wireless nell’area del Campo Santa Margherita a Venezia dando a tutti la possibilità di connettersi ad internet.

I lavori più recenti invece testimoniano un approccio più critico alla rete, cercando di metterne in luce l’eccesso, tanto di presenza nel nostro quotidiano, tanto di informazioni di cui continuamente ci bombarda, nelle quali il fruitore del web, senza gli adeguati strumenti, rischia di perdersi.

Indicativo di questo secondo momento di riflessione è il lavoro Food for fish (2009), una pagina web con un video in streaming di un pesciolino dentro un acquario e un tasto che invita gli utenti a dargli del cibo per nutrirlo realmente. Dopo breve tempo l’animaletto morì per eccesso di cibo. In questa opera risulta evidente una riflessione su come il web possa portare ad una fusione sviante tra reale e virtuale, alla quale si aggiunge il livello metaforico della morte pesce che allude al pericoloso e distorcente sovradosaggio di cibo – informazioni caratteristico della rete.

Lunga questa linea si sviluppano anche i due lavori presentati ad Augmented Place: SGA/A e SGA/B.
Il titolo si riferisce alla “Sindrome generale di adattamento”, quell’insieme di risposte che l’organismo mette in atto quando viene sottoposto a varie forme di stress, e si propone come una riflessione sulle conseguenze e sugli effetti di internet e della rete sulla nostra società.

SGA/A (2012) è l’opera allestita in galleria e consiste in un’installazione di antenne, costruite artigianalmente, che amplificano un segnale generando uno svariato numero di reti wireless. In un nuovo rimando alla lontana del DADA ed in particolare di Schwitters e dei suoi Merzbild (sorta di sculture realizzate accumulando di oggetti diversi) Falchi recupera oggetti comuni di varia origine (come possono essere uno scolapasta metallico, un cestello metallico per la cottura a vapore o dei barattoli di latta) per decontestualizzarli e ricombinarli, investendoli di una nuova funzione.

De Marchi ritiene che l’aspetto artigianale di questo lavoro, sia fondamentale in quanto, essendo stato realizzato seguendo dei tutorial in internet, diventa «sintomo generazionale di chi, abituato a navigare tra un sito e l’altro, decide non solo di cliccare, ma anche di produrre e costruire con i propri mezzi, livellando in questo modo il confine tra amatoriale e professionistico» (E. de Marchi, Augmented Place, cat., Padova, CLEUP).

L’opera, proponendo un numero eccessivo di reti alle quali connettersi, si riaggancia alla riflessione sul sovrappiù del web, confondendo il pubblico con la sua offerta sovrabbondante ed imponendo una scelta. Inoltre SGA/A è una perfetta macchina celibe e non dà soddisfazione al visitatore, in quanto le reti generate dall’installazione sono solo visualizzabili, ma non accessibili; la funzionalità ed utilità di questa nuova macchina viene così negata ancora una volta.

SGA/B (2012) è l’opera che doveva venir realizzata all’esterno in piazza Cavour. In perfetta corrispondenza con SGA/A ne costituisce, in un certo qual modo, il calco. Se in galleria troviamo un’installazione che genera un numero eccessivo di reti, all’esterno Falchi voleva realizzare un campo di total off, ovvero una zona dove venisse azzerato qualsiasi segnale elettromagnetico. La volontà era quella di cancellare le connessioni virtuali, così eccessivamente presenti nel nostro quotidiano, per cercare di stimolare nuove relazioni.
Per svariate difficoltà non è stato possibile realizzare l’opera, e ciò fa riflettere: nemmeno volendo ci si può liberare dalla rete, dalle connessioni virtuali, anzi, cercare di farlo è quasi illegale.

 

Antonio Riello

Antonio Riello nasce a Marostica nel 1958 e inizia la sua carriera nei primi anni ’90, per le sue opere si è parlato di Concettuale Ironico.
Dopo la temperie transavanguardista degli anni ’80 ed il suo ritorno alle forme più tradizionali dell’arte, come pittura e scultura, nei primi anni ’90 molti artisti, tra i quali Riello, decisero di recuperare le modalità espressive del Concettuale degli anni ’60 – ’70 sulla cui base innestarono un consapevole scarto: l’ironia.

Riello, infatti, recupera dal concettuale originario l’uso del ready – made, il ricorso a procedimenti artistici di carattere concettuale-tautologico e la massima importanza data all’idea, al concetto all’origine dell’opera. Ma non si limita al recupero, su di esso, infatti, innesta un’ironia sferzante, quasi sempre assente nell’arte concettuale, ottenuta incrociando concetti e oggetti appartenenti ad ambiti contrapposti; ciò finisce per alleggerire ed infine parodiare il modello austero e serioso di partenza, ottenendo effetti completamente nuovi e, molto probabilmente, più immediati ed accessibili al pubblico.

Esempio tipico dell’arte concettuale può essere l’opera One of three chairs (1965) di J. Kosuth, dove vediamo la foto di una sedia, una sedia vera e propria e la definizione che possiamo trovare di essa in un comune vocabolario. Attraverso questo procedimento tautologico Kosuth dà vita ad una complessa e quasi vertiginosa speculazione meta-artistica sul linguaggio, One of three chairs diventa un’opera di puro pensiero.

Riello, invece, realizza un’opera come Toxinum Mortifera (1992), composta da una fialetta e dalla relativa definizione, che spiega come nella provetta vi sia una tossina in quantità sufficiente per uccidere l’intera l’umanità. Sul processo tautologico, di evidente derivazione kosuthiana, Riello innesta una fortissima componente ludica ed ironica, parodiando ed alleggerendo, così, la riflessione linguistica che la tautologia innesca.

Lungo questa linea troviamo anche le opere presentate ad Augmented Place, su una base di derivazione concettuale che tende a dare maggior importanza all’idea, al concetto dell’opera che alla sua realizzazione, Riello innesta una fortissima componente ironica derivante dal combinare, ancora una volta, concetti appartenenti ad ambiti contrapposti.

In galleria troviamo il videogioco Italiani brava gente, caricato in un internet ancora embrionale nel 1997. L’opera è un videogioco, una sorta di Space Invaders che invita il visitatore a bombardare delle barche albanesi che tentano di attraccare sulla costa pugliese. Intrecciandola con l’ambito ludico e divertito del videogame, Riello vuole portare agli occhi di tutti e nel modo più diretto e provocatorio possibile, la grave problematica degli immigrati e della conseguente xenofobia, che stava emergendo proprio in quegli anni in Italia.

Il lavoro, in questo senso, risulta perfettamente riuscito: il videogioco scatenò un grandissimo scandalo mediatico e successivamente «gli strali delle condanna fecero scattare di livello la discussione su quella che, in definitiva, era la nuova Italia da condividere con gli immigrati» (G. Bartorelli, Augmented Place, cat., Padova, CLEUP).

Nonostante Riello appartenga ad una generazione precedente rispetto agli artisti in mostra, non sia, quindi, un “nativo digitale”, questa sua opera esprime una straordinaria lungimiranza, in quanto arriva a comprendere, già nel lontano ’97, come il vero spazio pubblico non sia più la piazza, bensì lo spazio mediatico, il web. Proprio per questo l’opera risulta perfettamente pertinente alla mostra, costituendone, in modo estremamente significativo, anche se limitato perché singolo lavoro, la parte storica.

La medesima riflessione sull’identità nazionale e sulla xenofobia fa da filo rosso a molti lavori realizzati dopo Italiani brava gente, come la serie Ladies Weapons, armi decorate con varie leziosità smaccatamente femminili (piume…) e ravvivate da colori sgargianti, concepite per essere la difesa per le povere donne italiane minacciate dal crudele extracomunitario; oppure la serie Be Square, dove Riello fece vestire l’intero staff di vari musei d’arte contemporanea con un outfit appositamente realizzato in tartan con i colori simbolo dell’Europa (il tartan è il tessuto a quadretti tipico scozzese, i cui colori, un tempo, distinguevano i vari clan), questi vestiti divennero, così, una sorta di divisa nazionalistica atta ad affermare e difendere la nostra identità europea dal crudele extracomunitario.

Sempre lungo questa linea si colloca il lavoro che Riello ha appositamente realizzato per la parte esterna/wireless di Augmented Place: Giostrina (2012). L’opera è un video che rappresenta un carosello vecchio stile, come ne possiamo trovare in tutte le piazze italiane o europee, accompagnato dall’Inno alla gioia di Beethoven che, guarda caso, è l’inno dell’Unione Europea, praticamente un insieme di stereotipi kitsch europei. Il finale chiude il video in modo inquietante: il carosello comincia a ruotare sempre più velocemente,«ne scaturiscono paragoni sul “girare assieme” di un’altra comunità allargatasi forse troppo repentinamente, l’Unione Europea: una giostra sulla quale siamo saliti tutti, ma che non vorremo si trasformasse in una centrifuga» (G. Bartorelli, Augmented Place, cat., Padova, CLEUP).

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