In occasione della conclusione di Augmented Place, vi proponiamo un’intervista fatta a Guido Bartorelli ricercatore di storia dell’arte contemporanea presso l’Università di Padova e  figura di riferimento del comitato curatoriale della mostra.
Abbiamo cercato di approfondire alcune tematiche affrontate nel corso dell’evento e di tirare le somme sui suoi risultati.

 

Da dove nasce Augumented Place?

Augmented Place nasce da un intenso dialogo di gruppo. Si tratta di un gruppo di lavoro che ho costituito all’Università di Padova qualche anno fa. Ne fanno parte Elisa De Marchi, Fabrizio Montini, Giada Pellicari, Elena Tonelli e Stefano Volpato. All’epoca erano studenti particolarmente promettenti; oggi, da laureati, ricoprono con pieno merito un ruolo da professionisti. Ci tengo a dire che nella discussione che ha portato alla scelta delle opere in mostra siamo stati tutti e sei sullo stesso piano, salvo il fatto che a me è spettato il ruolo, potremmo dire, di “senior curator”, ma più che altro in senso letterale, ossia anagrafico.

Comunque l’idea di Augmented Place è nata dalla nostra precedente collaborazione per la mostra Art//Tube, che considero il diretto precedente di questa. In quell’occasione si era ipotizzato di far uscire un segnale dalla galleria che raggiungesse i telefonini dei passanti tramite tecnologia bluetooth. Sarebbe stata solo un’informazione promozionale, che non fu realizzata perché capimmo che l’idea di trasmettere qualcosa dalla galleria alla piazza era molto buona e doveva essere sviluppata da opere vere e proprie, dedicando ad essa una mostra. Da quell’idea è nata Augmented Place, dove il wi-fi rimpiazza il bluetooth, nel frattempo diventato obsoleto.

 

Perché ha sentito l’esigenza di costituire questo gruppo di lavoro?

Anche se la mia età è ancora “verde” secondo gli standard accademici vigenti, non ho più vent’anni e mi possono sfuggire alcuni movimenti innovativi nel divenire della ricerca artistica. Sappiamo bene che il più delle volte sono i ventenni a imprimere questi movimenti. Non sempre, certo, ma il più delle volte sono loro. Ebbene è naturale che io abbia perso un po’ di tempestività nell’aggiornamento, dato che è ormai da un po’ di tempo che non mi è più dato di frequentare i ventenni da coetaneo… Ma lavorare all’Università è un grande vantaggio, perché si sta appunto in contatto con i ventenni, con le loro idee e le loro passioni. Per chi lavora sul contemporaneo è una fonte preziosissima.

Inoltre è fondamentale, per chi insegna all’Università, non solo trasmettere dei contenuti teorici, ma anche cercare di avviare concretamente i ragazzi verso la professione. Anche per questo motivo ne ho coinvolti alcuni in un gruppo di lavoro. Non tutti i meritevoli, ovviamente, possono godere della stessa opportunità, anche perché non è sempre facile individuarli in una massa esagerata di studenti che per il docente rimangono, inevitabilmente, estranei. In questo senso, per conoscere più da vicino gli studenti, sono molto utili gli stage, i laboratori e altre forme di collaborazione diretta.

 

Avete scelto tutti artisti nati negli anni ’80, appartenenti alla cosiddetta “generazione dei nativi digitali”, perché tale scelta?

Questo perché ci interessiamo all’ultima ondata di artisti che è entrata sulla scena professionale. Quelli nati negli anni ’90 sono ancora troppo giovani, si stanno ancora formando. Oggi i professionisti più giovani sono nati negli anni ’80. Occuparsi di loro vuol dire scoprire il nuovo.

 

Uno dei temi nodali di Augmented Place è il tentativo di riallacciare l’arte al pubblico: è l’arte che si deve avvicinare al pubblico o bisogna cercare di avvicinare il pubblico all’arte?

Tutti e due. Nel caso di Augmented Place l’elemento caratterizzante, anche se resta invisibile ai nostri vecchi cinque sensi, è lo stare in piazza: vogliamo rivolgerci a tutti, perlomeno a tutti i curiosi che connettono il telefonino alla nostra rete locale. Ma quando l’arte sta in piazza deve farsi premurosa verso la gente, dedicare la massima cura nel relazionarsi. Se l’arte in piazza viene respinta, l’arte non si può difendere incolpando la gente del fatto di non essere sufficientemente preparata ai nuovi linguaggi espressivi. Se l’arte vuole stare in piazza deve sapere che il passante ha tutto il diritto di essere impreparato in materia d’arte, semplicemente perché ognuno di noi ha competenze nelle proprie materie e meno in altre.
La colpa di un eventuale fallimento dell’arte pubblica sta nell’arte stessa, per una sua incapacità nel relazionarsi. Se si ritiene che la gente sia inadeguata, tanto vale starsene in galleria, riservando le proprie mostre esclusivamente agli addetti ai lavori. Ma in questo modo mi pare che l’arte stessa perda di senso.

Se ci si mette in piazza, se ci si rivolge al pubblico bisogna avere l’umiltà di approntare una serie di strategie comunicative che permettano all’arte sia di risulture più digeribile per il pubblico, sia di rimanere se stessa, conservando i suoi contenuti sperimentali, “difficili”.
Ricorrere a strategie comunicative non significa svilire il livello dei contenuti, ma cercare di renderli più accattivanti attraverso un’interfaccia più gestibile, in modo che il pubblico sia invogliato a immergersi nell’opera e comprenderla.
Da parte nostra, abbiamo cercato di sensibilizzare gli artisti al problema della relazione. A ognuno è stato chiesto di cercare di tenere ben presente questa necessità. Il pubblico deciderà se ci siamo riusciti o meno.

 

Come si può rendere l’interfaccia di un’opera più appetibile? Ricorrendo a delle forme esteriori più pop?

Sicuramente il pop dà un aiuto enorme. Per esempio Antonio Riello riesce a suscitare, in modo molto violento, una riflessione sulla xenofobia creando un’opera in forma di videogioco. Il videogioco è una forma sicuramente pop, anche se non proprio in linea con la Pop Art storica. La violenza del gioco ha un impatto molto forte, che diviene una fonte d’attrazione per il pubblico. Avvinto il visitatore in questo modo, sarà più facile che spinga la sua riflessione fino a cogliere le tematiche profonde del lavoro.

 

Pop a mio avviso è anche il lavoro di Alterazioni Video, che ne pensa?

Certamente. È un lavoro molto ben riuscito e felice, “pop” proprio nel senso letterale perché gli abitanti di Lampedusa, la popolazione quindi, ha partecipato direttamente alla progettazione e alla realizzazione del video, collaborando con Alterazioni Video nel dare forma a una narrazione piena di arguzia e assolutamente sorprendente.
Però il ricorso ad un’interfaccia pop non è l’unico modo per avvicinare il pubblico. Per esempio IOCOSE non usano il pop, ma l’ironia, cosa che li rende comunque molto attraenti.

Comunque bisogna anche dire che l’avvicinare all’arte è compito del curatore, della mostra come evento destinato al pubblico. Da una parte il curatore deve preservare l’integrità della ricerca dell’artista, dall’altra tentare di avvicinare il pubblico, cercando di approntare tutta una serie di dispositivi che siano funzionali a rendere più facile questa relazione. Noi, per esempio, abbiamo fatto in modo che vi siano sempre delle persone preparate, stagisti universitari, a disposizione dei visitatori. Non si tratta tanto di visite guidate, quanto della disponibilità al dialogo.
Molte mostre di arte contemporanea, per snobismo, non mettono il pubblico nella condizione di capire. L’artista è libero di essere complesso e difficile quanto vuole, perché deve seguire solo il fine della sua ricerca. Spetta al curatore il compito di approntare delle accortezze che aiutino il pubblico a comprendere.

 

Altro tema molto forte in mostra è l’immaterialità: quanto il futuro dell’arte, secondo lei, è legato ad Internet?

E’ inevitabile che l’arte si leghi a Internet. Non perché l’arte voglia darsi un’anima tecnologica o voglia essere Net Art. Semplicemente perché l’arte si occupa della vita ed essendo Internet parte integrante delle nostre vite, l’arte non può prescindere da esso.

 

Barilli ha affermato che Internet può rappresentare il futuro dell’arte solo da un punto di vista informativo, ma non creativo, lei cosa ne pensa?

Credo che Internet possa significare il futuro dell’arte anche da un punto di vista creativo. IOCOSE, Alterazioni Video, Fausto Falchi, il videogioco di Riello ce lo dimostrano chiaramente.
Barilli motiva l’affermazione sostenendo che l’arte necessita di una materializzazione. Anche su questo punto, ahimè, il mio maestro non sembra d’accordo con noi, visto che, come si è detto, uno dei temi cardini della mostra è l’immaterialità. Da questo punto di vista ritengo che questa mostra abbia rilanciato una certa attitudine che era stata del concettuale storico.

Il concettuale storico, infatti, parlava già di dematerializzazione dell’opera d’arte. Basti pensare al testo fondamentale di Lucy Lippard, Six Years: The Dematerialization of the Art Object. Molti artisti di quella corrente pensavano utopicamente alla possibilità di una comunicazione telepatica, “wireless”, che permettesse di veicolare lavori che fossero integralmente dei concetti.

L’arte di Augmented Place è nuovamente dematerializzata, con la differenza che oggi si può effettivamente veicolare lavori immateriali senza pensare alla magia della telepatia. Le tecnologie wi-fi lo hanno reso possibile e alla portata di tutti. Per questo motivo credo si possa parlare di una riattualizzazione in chiave pop del concettuale degli anni ’60-’70, un concettuale che diventa “popolare” proprio perché si appoggia a quel tipo di trasmissione che oggi sta spopolando. Al proposito fa molto pensare la ricerca di Gregory Fong.

 

Una forma espressiva molto presente in mostra è il video. Barilli ha affermato che la video-arte realizza l’utopia wagneriana dell’opera d’arte totale. Che ne pensa?

È  assolutamente vero. Inoltre Internet offre alla video-arte delle possibilità in più: aggiunge quell’interazione, quella partecipazione che sono valore aggiunto. Non a caso, ad esempio, Alterazioni Video lavorano nell’ambito della video-arte, ma in strettissimo rapporto con Internet. Cosimo Terlizzi, da parte sua, rinnova il video d’artista esaltando quella bassa definizione che Internet ha rivelato come una grandiosa qualità espressiva e partecipativa.
Le forme artistiche attuali permettono di portare ancor più avanti l’idea dell’opera d’arte totale aggiungendo al tutto (l’immagine, il movimento, la musica, la parola…) la partecipazione tipica di Internet. Oggi vi sono delle modalità più interessanti rispetto a quella della tv, del video-tape o del dvd, strumenti canonici della video-arte. Ciò però non significa che la video-arte tradizionale sia superata, essa rimane una delle grandi espressioni del contemporaneo.

 

Tirando le somme: com’è andata alla fine la mostra?

Alla fine la relazione con il pubblico, per quanto tu faccia, è sempre un problema difficile da risolvere. Anche se ci siamo installati in piazza, anche se il mezzo wi-fi è molto accattivante, anche se abbiamo accolto il pubblico con la massima “cordialità”, comunque il problema della relazione rimane. Questa mostra non aveva affatto la pretesa di risolverlo, ma di focalizzarlo e dare un piccolo contributo, anche denunciano lo snobismo di certi ambienti. Con franchezza e umiltà Augmented Place dichiara che c’è un problema legato all’arte contemporanea, che alla lunga dovrà essere risolto. Ma per farlo c’è molto da lavorare. Noi non abbiamo fatto che un passo.

 

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