Quarterback, fotomodello, studente di medicina, marito della cantante Björk e star del mondo dell’arte: tutto ciò è quello che è ed è stato Matthew Barney, sicuramente uno delle figure più enigmatiche ed affascinanti degli anni ’90, dei quali ha saputo interpretare esemplarmente lo spirito, cogliendone le tensioni, i drammi e i contrasti.

Nato a San Francisco nel 1967, Matthew Barney è diventato famoso grazie a due cicli di opere: la serie Drawing Restraint (1987 – oggi) e  i cinque lungometraggi della serie Cremaster (1994 – 2002). Le sue creazioni sfidano continuamente il concetto tradizionale d’opera d’arte, sfuggono semplicistiche classificazioni, sono lavori complessi ed articolati, che, grazie alla loro aggressività spettacolare e misteriosa, affascinano e seducono.

 

In occasione dell’ultima conferenza di Augmented Place, Nicola Dusi, semiologo e ricercatore presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, ha presentato il suo volume Matthew Barney. Poliformismo. Multimodalità. Neobarocco che ha curato in collaborazione con Cosetta Saba, e che si propone di indagare a fondo questa figura così sfuggente ed enigmatica, ma allo stesso tempo fondamentale, dell’arte contemporanea. Il libro raccoglie saggi ed interviste (fatte a Barney stesso, ma anche ad importanti semiologi come Omar Calabrese e Paolo Fabbri) e si distingue per l’approccio scelto nell’affrontare l’opera dell’artista.

Considerata la complessità e pluridisciplinarietà delle creazioni di Barney, Dusi e Saba hanno optato per un approccio che sia in primo luogo pluridisciplinare, che spazi dalla storia dell’arte, all’estetica, alla semiotica, alla storia del cinema, fino alla sociologia dei media.

In secondo luogo hanno scelto una via che potremmo definire figurale, ossia una lettura plastica e compositiva delle opere di Barney, che ricerchi il senso e il significato delle scelte estetiche e formali. Quest’ultime costituiscono il pattern strutturale delle scelte iconografiche-figurative operate dall’artista che, nella loro vertiginosa complessità, risultano quasi del tutto inavvicinabili. Questa lettura figurale consente un più agevole approccio all’opera di Barney, che, invece, risulterebbe quasi del tutto incomprensibile ricorrendo ad una lettura iconografico-figurativa.

Per far in modo di cogliere al meglio la complessità del lavoro di Barney, Dusi ha deciso di descriverla a partire dai tre sottotitoli del volume ovvero: Poliformismo, Multimodalità e Neobarocco. Per Neobarocco si intende la pratica tipica di Barney di recuperare una quantità immensa di iconografie, miti e immagini, mescolati e rimescolati in un continuo gioco dinamico di intrecci.

In queste opere la citazione, operazione tipicamente postmoderna, non si traduce in un mero recupero di un lavoro altrui, ma si configura come una traduzione e rielaborazione del materiale citato, che Barney recupera e fa proprio trascrivendolo ed inserendolo all’interno del proprio lessico espressivo.

 

In Cremaster 3, ad esempio, è presente l’importantissimo artista Richard Serra, uno degli esponenti di spicco della Process Art e della Land Art americane degli anni ’60 e ’70. In questa occasione l’artista fu invitato da Barney a ripetere la sua storica performance Splashing, nel corso della quale, originariamente, Serra gettava del piombo fuso contro delle lamine appoggiate ad un muro. In Cremaster 3 invece, al posto del metallo l’artista scaraventa della vaselina, un materiale molto amato e usato da Barney. E’ ben chiaro, quindi, come l’artista di San Francisco abbia voluto recuperare il lavoro di Serra, non limitandosi a citarlo, ma facendolo proprio, riscrivendolo secondo il suo personale vocabolario espressivo.

In stretto rapporto con il Neobarocco troviamo anche un altro termine: Poliformismo. Con questo concetto si intende il continuo e dinamico gioco di forme nei lavori di Barney, immagini e cose in un’inesausta metamorfosi e trasformazione.

Indice di questo polimorfismo è l’interesse dell’artista americano per materiali molli e morbidi che possono assumere le forme più svariate e che se scaldati diventano liquidi, come ad esempio il lattice, la vaselina e il miele. Estremamente indicativo in questo senso è la pratica tipicamente barneyana di trasformare e risemantizzare i luoghi entro cui realizza le sue opere, luoghi che diventano parte stessa del corpo creativo dell’artista.

Esempio di ciò è il modo in cui Barney ha trasformato il Guggenheim Museum di New York, location della sua perfomance The Order, parte di Cremaster 3. Ricorrendo a materiali a lui cari, come vaselina e lattice, l’artista americano ha riscritto e risemantizzato il museo inglobandolo all’interno del suo universo poetico.

 

Diretta conseguenza del polimorfismo dell’opera barneyana è la sua Multimodalità. Con questo termine si intende il carattere estremamente pluridisciplinare dei lavori di Barney, che spaziano agilmente tra le più diverse forme espressive, come la scultura, la video-arte, il cinema e la performance e le diverse discipline, oltre all’arte, la scienza, la letteratura, la mitologia, rendendo difficile una catalogazione entro rigidi schemi del suo lavoro. Inoltre per mulimodalità si può intendere anche l’universo polisensoriale generale dall’artista, capace di coinvolgere più sensi e suscitare le più svariate emozioni e riflessioni.

Riassumendo questi tre concetti potremmo definire l’opera di Barney come un’opera aperta, sfrangiata, in continua evoluzione e metamorfosi, che non vuole fermarsi, coagularsi in una forma fissa e definitiva. Da ciò deriva una delle tematiche centrali nell’opera di Barney: l’indifferenziazione, quello stato di stasi, di sospensione prima dell’azione, dove tutto può ancora diventare tutto, dove l’energia è ancora un’energia potenziale non ancora un’energia produttiva. Proprio per questo all’artista americano interessa di più il momento creativo che la creazione compiuta, e infatti le sua opere si configurano come un continuo ed inesausto processo creativo che non vuole approdare ad una creazione compiuta e conclusa.

La sua opera può essere intesa come una sorta di monumentale enciclopedia dove tutto lo scibile umano si ammassa caoticamente senza alcuna rigida struttura razionale che lo amministri. Tutto quello che prima sembrava certo e definito si scioglie, presente, passato e fantasie futuristiche si fondono e si confondono in una sorta di nuovo brodo primordiale fisico, psicologico e culturale, dal quale primo o poi nascerà una nuova generazione dell’umanità.

In questo modo Barney rappresenta in modo straordinario il terremoto dell’identità che caratterizzò la società tra la fine degli anni’80 e gli anni’90. Sotto la spinta delle innovazioni scientifiche e tecnologiche e sotto il peso sempre maggiore della società di massa, l’uomo si perde, si confonde, vede cambiare i suoi connotati tradizionali e si vede mutare in qualcosa di nuovo, di ancora non precisato e definito; è una società in un momento di transizione verso la disintegrazione e la ricostruzione di un nuovo sé, è lo stesso mondo che descrive magnificamente David Cronenberg nel superbo La mosca.

 

Per questo Barney è stato associato a quel gruppo di artisti che Jeffrey Deitch aveva definito Post-human in occasione della mostra omonima da lui curata nel ’91. Usando le parole stesse di Deitch, in quegl’anni ci si trovava in un momento dove «realtà, fantasia e finzione si stanno fondendo nell’ispirazione per un nuovo modello di organizzazione della personalità».

Dopo aver inquadrato a grandi linee il lavoro di Barney credo sia interessante confrontarlo con gli artisti presenti ad Augmented Place e lo spaccato della società contemporanea della quale danno espressione. Da questo confronto appare evidente come per certi versi l’opera dell’artista americano risulti superata.

Barney aveva rappresentato un’umanità in mutamento e in trasformazione, mentre l’umanità di Augmented Place è già mutata e trasformata, è un’umanità nuova. Il brodo primordiale di Barney sembra essersi addensato  nel primo grado di uomo nuovo che non vive più un drammatico confronto con i nuovi media e le nuove tecnologie, ma si è fuso con essi. Come dimostra la rassegna, cellulari e computer sono diventati delle nuove e tecnologiche protesi sensoriali che ci permettono di cogliere fino in fondo una realtà che non è più quella di venti anni fa, ma è una realtà nuova, aumentata dai nuovi media.

Barney appartiene ad una generazione precedente rispetto ai cosiddetti “nativi digitali”, vive il dramma e la crisi identitaria causata dalle innovazioni scientifiche e tecnologiche, mentre immersi in esse sono nati e cresciuti gli artisti in mostra, veri e propri “nativi digitali” e con esse hanno intessuto la loro indentità, l’identità di un nuova generazione. Il ciclo che Barney non voleva chiudere si è chiuso, o almeno sembra essere giunto al primo stadio di una nuova evoluzione.

 

 

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