CAMing-out-back-to-schoolAnche la scuola può riservare inaspettate sorprese: a volte capita, infatti, che in mezzo al marasma dei tanti “libri obbligatori” letti controvoglia, siano proprio le letture scolastiche a costringere a leggere romanzi che avevamo ingiustamente sottovalutato. Per noi, le migliori rivelazioni scolastiche sono state queste:

Alice Campagnaro segnala:
Valerio Massimo Manfredi, Lo scudo di Talos, Mondadori, 1990, 334 pagine.

Lo scudo di TalosCi ho messo molti anni prima di essere pronta ad ammettere, anche a me stessa, che questo libro mi era piaciuto: non solo l’ho trovato gradevole, ma ha continuato ad echeggiare dentro di me per molto tempo dopo averlo letto. Indiscutibilmente non apparteneva a quella che consideravo la letteratura ‘vera’, quando con spocchia da liceale e neofita delle belle lettere riempivo i miei temi in classe di arcaismi balzachiani, perciò l’ho sempre tenuto relegato nella parte più inconfessabile del mio gusto. Ce lo fecero leggere a quindici anni, per farci poi scrivere una di quelle infinite “schede dei libri” che altro non erano che recensioni imberbi, e nonostante lo scetticismo iniziale finii per restarne presa: colorava infatti di tinte oscure e inquietanti la civiltà spartana, che io ammiravo soprattutto per l’eroismo dimostrato contro i Persiani alle Termopili, ma che disprezzavo per molti motivi. (Nella controversia tra innamorati di Sparta e sostenitori di Atene che era divampata in classe, io allora sostenevo Atene. Solo ora mi rendo conto di quanto la contrapposizione Sparta-Atene, sicuramente semplicistica, significasse per noi un intero sistema di valori, un modo di vedere la vita e le cose del mondo che, più o meno inconsciamente, decidevamo di abbracciare.)
La narrazione di Manfredi, fantasiosa e avvincente, entra nel merito dei rapporti sociali e familiari che regolavano la vita a Sparta, raccontando le prevaricazioni degli Spartiati sugli Iloti, e intrecciando magistralmente la complicatissima storia di una famiglia con la grande storia delle guerre contro i Persiani. Talos è un pastore ilota, che conosce l’origine antica e misconosciuta della sua gente e ne condivide gioie e dolori. Talos è zoppo, e la sua zoppìa nasconde un segreto che ha a che fare con la sua nascita, e di cui il giovane non è a conoscenza: quando lo scoprirà inizierà per lui una fase di confusione e smarrimento, ma finirà per difendere la causa del popolo cui davvero sente di appartenere. Manfredi si rifà ad una tradizione della vicenda delle Termopili diversa da quella prevalente, secondo la quale non tutti i trecento Spartiati furono trucidati nella battaglia, ma se ne salvò uno che era stato inviato a portare un messaggio urgente, e che quando scoprì di essere rimasto il solo sopravvissuto si uccise per paura del disonore. All’accuratezza dei dati storici e della descrizione della vita quotidiana fin nei minimi dettagli, l’autore mescola grandi questioni come la fratellanza tra gli uomini e il sentimento dell’identità e dell’appartenenza.

 

Tommaso De Beni segnala:
Italo Svevo, Una vita, Mondadori, 2001, 420 pagine.
Copertina Una vita

È andata più o meno così: la prof di lettere ci dava dei libri da leggere durante l’estate, per tenerci attivi. Poi a settembre avrebbe dovuto interrogarci su quei libri, per capire se li avevamo letti davvero. Un anno toccò a L’isola di Arturo e Il gattopardo. Io non li lessi. “A ‘sto punto, leggo quello che voglio io!”, pensai, e così lessi Stephen King. Perché questo atteggiamento? Perché l’anno prima era toccato a Una vita di Svevo e io ero stato uno dei pochi ad averlo letto. Alcuni avevano iniziato la lettura interrompendola subito, e ai loro compagni (compresi quelli con voti alti) che non avevano aperto il libro e non avevano nessuna intenzione di farlo riassumevano la storia dicendo: «El parla de uno che ghe manca so mama». Cosicché a me toccò fare il secchione di turno, perché ci tenevo che la prof mi interrogasse per mettermi alla prova, ma lei disse «non ho tempo» e io pensai “f*****o, allora non li leggo più, i tuoi libri”.
A parte il fastidio per non aver potuto dimostrare ai miei compagni che Alfonso Nitti come personaggio rappresenta qualcosa di più che un mammone, e che comunque anche in quel caso bisogna contestualizzare e problematizzare la questione (a cui si aggiunse anche il fastidio di aver speso soldi per niente), devo dire che, per essere un libro consigliato dalla scuola e letto a 15 anni, mi è piaciuto. Per esempio, per tornare alla faccenda del protagonista mammone, o sfigato, bisogna dire che Alfonso riesce comunque a conquistare Annina, quindi non è proprio sfigato al cento per cento. Il problema è quello che viene dopo, perché mentre Vitangelo Moscarda e Mattia Pascal si auto-escludono dalla vita, Alfonso entra nel flusso vitale della realtà sociale ma non riesce, in pratica, ad essere all’altezza dello stare al mondo. E qui c’è un piccolo grande insegnamento per cui certe volte tanto più uno sembra vicino al successo e alla felicità, quanto più poi cade in basso facendosi male. Per la cronaca, tutti ‘sti discorsi la prof non ce li ha fatti, ma stranamente io non ho trovato Una vita un libro noioso. Per me è stato il primo approccio alla letteratura “seria” del Novecento, e non sono stato deluso.

 

Giulia Cupani segnala:
Dino Buzzati, Il deserto dei tartari, Mondadori, 1998, 256 pagine.

Copertina Il deserto dei tartari

Se ripenso alla mia prima lettura del Deserto dei tartari, la sensazione che ricordo più nettamente è quella di un fortissimo disorientamento, un senso netto ma indefinito di inadeguatezza e di inquietudine che mi impediva di mettere a fuoco qualcosa che – io lo sentivo – stava nascosto in quelle pagine, e che continuava a sfuggirmi parola dopo parola, rifiutando di lasciarsi prendere.
Avevo iniziato il libro su consiglio del mio professore di italiano della prima superiore: uomo altissimo, intelligente, acuto e umile, che selezionava i romanzi da farci leggere in classe secondo criteri estemporanei, imperscrutabili e del tutto casuali e che io stimavo moltissimo, con la forza grande che ha sempre la stima degli adolescenti nei confronti degli adulti che ritengono degni di ammirazione. Eppure, nonostante tutte le mie buone intenzioni, con Il deserto dei tartari la molla dell’entusiasmo faticava a innescarsi. Il motivo era, forse, che il volume che leggevo era un vecchio tascabile Mondadori degli anni Settanta che avevo trovato in casa di mio nonno, e a cui le discutibili politiche editoriali dell’epoca avevano rifilato una copertina terribilmente depressiva, che odorava di tristezza, pesantezza e inscalfibile vecchiume. O, forse, ero influenzata dal giudizio dei miei compagni di classe dell’epoca, che quasi all’unanimità dichiararono il libro inutile e illeggibile, irragionevolmente pesante e del tutto sprovvisto di trama, e lo bocciarono senza appello nel corso di un animato dibattito con il professore, che cercava invece di sostenere le ragioni di Buzzati e della sua prosa.
Io non riuscivo ad essere in totale disaccordo con i miei compagni, mentre scorrevo le pagine di quel brutto tascabile vecchio stile sperando con tutta me stessa che prima o poi qualcosa finalmente si decidesse a succedere a Giovanni Drogo, il povero protagonista di questo romanzo tutto fatto di immobilità, parole disseccate e attesa, ma nonostante tutto, sotto il senso di vago fastidio per questa storia senza svolgimento e senza azioni, sentivo che in quelle pagine c’era qualcosa di forte e di inafferrabile, che incantava e poi sfuggiva, e che rendeva quella lettura necessaria, al di là di ogni sensazione di segno contrario. Questo sentimento non nasceva, lo ammetto, dal fascino della prosa di Buzzati, a cui all’epoca ero ancora immune e che cominciai a percepire solo molti anni dopo: aveva piuttosto a che fare con la percezione chiara di quello che è il vero profumo di questo romanzo, l’eco del suo senso che si cristallizza nell’eterna attesa – senza nome e senza fine – di qualcosa che non si sa nemmeno immaginare, e che solo alla fine di ogni cosa, solo all’ultima pagina, di colpo diventa evidente.
Senza rendermene conto, in quella lettura faticosa e inquieta il senso più vero di queste pagine mi si stava comunicando nel modo più chiaro possibile, quello che – al di là di ogni fastidio – non consente fraintendimento. La storia dell’infinita attesa di Giovanni Drogo entro le mura spesse, sorde e mute della Fortezza Bastiani si è sedimentata nella mia memoria in questa forma insieme esplicita e inespressa, incapace di coprirsi di parole. E penso che, per un romanzo come Il deserto dei tartari, nessun destino potrebbe essere più appropriato di questo.

Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )