di Giulio Vellar. Apro la bottiglia di Scotch invecchiato 33 anni, mi servo e la poso sul tavolo d’acciaio. Eunuca prestazione, il nostro vivere. Saliscendi continuo ed incostante su una strada con lavori in corso. Almeno hanno avuto il buon senso di segnalarli, a metà. Bevo. Inserisco il proiettile nel tamburo, sentendo il culo che si arresta sul metallo. Do un giro gagliardo, un colpo di polso ed è pronta. Routine frenetica. Correre, correre, correre, (per dove cazzo andare, mi chiedo?) cercando in contemporanea di arrivare a fine mese in modo socialmente accettabile. Se lavori per vivere, perché ti uccidi lavorando? La bocca molesta l’ugola, un servizietto a gola profonda per finire. Circolo vizioso per schiavi ammaestrati che, coprofagi, leccano appassionatamente per ottenere lavoro. E schiavisti legalizzati di vecchio stampo, che si riscaldano d’ inverno con mazzette da 500 lanciando a terra centesimi solo per farti chinare e inculare di conseguenza. Disagio interiore mi consuma. Premo il grilletto. Il cane scatta secco sull’innesco. Nulla. Pace interiore mi rinnova. Un sorriso reale si crea, amplia e consolida sul mio viso. Ripongo tutto nella cassetta di sicurezza ed esco. Risorto dalle ceneri. Cammino per strada altezzoso, a testa alta. Sono felice. Guardo il viso di quelli che sorpasso e incrocio: grigi muri di infelicità e frustrazioni. La loro espressività inespressiva riflette quanto la società moderna sia maledettamente vuota e incapace di far raggiungere la vera gioia. Dicono che rischiando la vita si cambia. Hanno ragione. Avere una seconda possibilità per maturare verso qualcosa che al momento si reputa più giusta è sempre un’ottima cosa, per raggiungere un’esistenza migliore. Se non altro ti tiene impegnato senza farti pensare all’insensatezza del Tutto. Ma non divaghiamo. Giro l’angolo per andare verso il mio appartamento. Saluto l’usciere, un uomo di mezza età, alto, magro, pelato, occhi grandi e verdi, labbra fine e aria un po’ inquietante, ma quando lo conosci (e gli hai dato un po’ di mance) scopri che è simpatico e per nulla invadente. Salgo le scale di marmo grigio scuro fino alla mia porta. Entrando, noto le ciabatte di Elly sul tappetino blu, dev’essere fuori, penso. Allora tolgo le scarpe e vado verso il frigo per stapparmi una birra. Vado verso il giradischi e metto su un vecchio vinile di Meditations di Coltrane. Quell’atmosfera urbana e apparentemente casinista mi aiuta a pensare. Mi siedo sul divano, alzando le gambe sul tavolino e posizionando tatticamente il posacenere per dover compiere il movimento più piccolo possibile. Mi accendo la sigaretta. Relax. Il pensiero va a ieri sera. Stavo bevendo birra sul divano, insieme ad Elly, guardando il classico programma di politica in tv. Gladiatori strapagati impegnati in combattimenti verbali inutili, impotenti che meriterebbero di far da cavie per armi chimiche. Finisce il solito discorso su come il partito potrebbe migliorare il paese. Inizio ad applaudire sarcasticamente, un atto oggi talmente usurato che ha perso il suo potere di sfottere e divertire. Un clown che, pur di far sorridere ancora, si sfonda la testa a martellate. Basta. Bevo l’ennesima birra. Il governo si prende cura dei propri interessi e se ne sbatte della gente. In ogni caso comunque le cose cambiano solo per turnare i soliti sodomiti paraculo. Basta. Bevo l’ennesima birra. È stato allora che ho inteso le Due Grandi Verità della vita. N° 1 – Siamo alla perenne ricerca di un piccolo ed innocente sballo prolungato. N° 2 – La nostra visione del futuro non supera il fine settimana. Del resto, pensai, chi ha bisogno, chi è certo di avere più tempo? Così vado al cesso per liberarmi dei liquidi in eccesso e, mentre son là, alzo lo sguardo verso lo specchio. Speculare. Il mio viso si contorce in distorte figure. Caleidoscopiche geometrie di dubbio gusto, ma indubbiamente originali. Colori acidi e statunitensi – nel modo d’agire, s’intende – dipingono la mia cute senza prima avermi chiesto il permesso. Luridi capitalisti di un’ironica Novità di sopravvivenza autoindotta. E l’unico pensiero è che il momento resterà sfuocata rimembranza dei postumi. Ah… Sospiro… ” Quello che noi siamo, e di conseguenza eravamo, lo raccogliamo al mattino con lo Swiffer “. Vado a spegnere la televisione, prendo la mano di mia moglie, la accarezzo e incrociando le nostre dita la trascino in camera da letto baciandole il collo. La lingua che solletica superficialmente la pelle, piano, piano, fino a generare scariche elettriche. Scostandole i suoi bei capelli castani dal viso, rivelo gli occhi color nocciola. Amore. Passione. Sensualità. Desiderio. E allora la butto sul letto, spogliandola con la voglia violenta di cui solo un amante alticcio è capace. E così…

Aperte sostenitrici, e Ammmmm… plesso neuronale. Tutto è Caos e Ordine, Creazione e Distruzione, Morte e Nascita, Vita e… Nulla.

Mi sveglio. La nostra percezione della giustizia cambia – sostanzialmente – in base alla parte del letto in cui ci svegliamo la mattina. In sottofondo la TV attacca con le notizie del giorno. Esseri in costante sindrome premestruale alzano la voce, mentre io sto silenziosamente smaltendo la Guinness dei doposbornia. Esseri che adorano la tragedia, credono nella guerra, incitano alla violenza e all’intolleranza – anche se predicano l’ Amore Fraterno – pur d’avere un comune e giornaliero argomento di conversazione. Ninfomani echi ipocriti in caschi per la permanente. Lo lascio abbracciato, abbracciandoti stretto sotto la coperta di pile verde. Lontani dalle voci. Lontani dalle disgrazie. Lontani da tutta la merda che resta. Soli, affamati d’aria.

Mi desto dai ricordi. La puntina sta girando a vuoto e il giradischi emette solo scricchioli aritmici. Mi alzo per andare a prendere una boccata d’aria sul terrazzo. È allora che noto una lettera sul tavolino. È di Elly. Mi dice che non prova più nulla e che ha conosciuto un altro, che non sono più la persona che ha amato. Le solite puttanate del momento. Incredulità. Rifiuto. Rabbia. Frustrazione. Vado verso il bagno e mi guardo di nuovo allo specchio. È la mia pelle, strappata malamente e incollata alla buona con un po’ di saliva, attaccata quel tanto che basta per ingannare le preoccupazioni dei conoscenti più intimi. Purtroppo però, alle volte qualcosa traspare. Dimenticando il copione, secerno triste sudore salato e m’assale una confusa e convulsa scarica di diarrea verbale. Solo allora posso dire di mostrare effettivamente il mio Essere. Scuoiandomi a terra – muscoli, ossa e sangue – imploro, inginocchiato sulle mie rotule fin troppo esibizioniste, l’Accettazione. Nulla. Non ho nemmeno più lei. La mia felicità. Gargarismi salati, muco annacquato e bulbi solforosi. La mia vista è appannata, ma fottutamente lucida. Non posso credere a quello che vedo. Solo, unicamente solo, m’appiglio ad un cono gelato. Sputtanando allora, per l’ultima volta, tu e il tuo riscaldamento globale. Ah Amore….. Eravamo le nostre ombre, i nostri ospiti tanto attesi. Eravamo la nostra solitudine, la voglia di riempire le nostre carenze. E ora cos’è rimasto? Grafia bagnata di un inchiostro sbiadito. E ora…e ora… Desiderando l’infinito ho ottenuto il Nulla. Se avessi fatto l’opposto ho idea che sarebbe finita allo stesso modo. Almeno però, mi sarei risparmiato la fatica. E allora mi asciugo le lacrime con la manica della camicia, esco dal bagno andando alla porta d’ entrata. Ricordo la felicità, ricordo poco prima. Ah, ricordo quando pensavo banalmente di essere Uno e Tutt’uno con il resto, ma dalla mia probuddhista valutazione ho capito di essergli solamente divorziato. Lo sbaglio principale è non aver stipulato a suo tempo un buon contratto prematrimoniale. È un po’ come se un giorno ti trovassi davanti una bella e lunga scalinata, prendessi la rincorsa e saltassi aprendo bene le gambe sul corrimano. Del resto, comunque, ogni uomo è Solo Diversamente Inutile. Senza una certezza a sostenerci, cadiamo. Senza un dubbio ad importunarci, non ci resta che morire. Esco, avanti per il marciapiede, giro l’angolo e sbatto contro un bambino. Ripenso alla mia infanzia. Camminavo allegramente, in quei giorni, felicemente unico nel mio Immenso Affollato Nuovo Mondo. È Gioventù Amata. Gioventù Bruciata. Gioventù Indecisa. Gioventù Derisa. Gioventù Ludica. Gioventù Unica. E adesso mi ritrovo così, a masticare una centrifuga di argilloso sangue nasale e abbondante merda, fatta ingoiare con la forza dalla vita e finalmente rigettata. Tenuta in fondo, tenuta lì fino alla fine. Tutti i soprusi, le ingiustizie, i rimpianti e le sfighe. Tutto. Ma si sa, anche lo stronzo più denso prima o poi viene a galla. Eh allora ecco, Beata Ignoranza. E ora… E ora… Stupidamente, pensavo di poter andare oltre. Oltre al fatto di non poter pensare, se non stupidamente. Cammino, cammino e cammino, non so dove sto andando. Sputo ad ogni passo, è l’ unico modo per stare con i piedi per terra. Catene, secrete da lunghi e profondi gargarismi ispirati, mi assicurano al mondo. Passo dopo passo, dopo passo, dopo passo. Suole vischiose e quel lascivo déjà vu di quando calpesti un chewing gum sul marciapiede. Senza le bestemmie, ovviamente. È Materialità cruenta. Materialità spenta. Materialità malsana. Materialità puttana. Mi fermo, allora, alzo la testa e scatarro verso l’alto, attendendo masochista il mio disgusto. Ora so dove sto andando. Dove sono. Entro nella banca. Arrivederci, esclamano rivedendomi entrare dalla porta. Addio, penso. Mi faccio accompagnare di nuovo verso le cassette di sicurezza, ho dimenticato di fare una cosa. E a quel punto la guardo attonito. Nessuna, più nessuna capacità d’espressione, se non per quella scontatissima, ma inevitabilmente dovuta, del dolore. Nessuna, più nessuna possibilità per rinnovarsi, di crescere e raggiungere una nuova felicità, una nuova Vita piena d’Amore e Gioia, Fidanzate, Mogli, Figli, Figlie, Fratelli, Sorelle, Padri, Madri, Parenti, Amici e Conoscenti, ma poi Eccola. Che c’è di male? Ghigno Illuminato con conseguente esecuzione di gargarismi ematici non andati a buon fine. L’Ego vive d’immortalità, ma quanto stolto può essere per non capire che niente è senza fine? Almeno c’è la speranza. Un’anima che trascende la materialità per vivere in eterno. Non sono un gran lavoratore e adoro il cazzeggio, ma che cazzo dovrei fare in tutto quel tempo? Noia. Noia. Noia. Lo stesso ipotetico Dio cercherebbe di ammazzare il tempo tagliandosi i polsi. Così apro la cassetta di sicurezza e tracanno tutto lo scotch restante in pochi sorsi, lasciando solo un sorso alla fine. Così prendo le sigarette e me ne accendo una. Aspiro. Butto fuori. Aspiro. Butto fuori. Così trinco l’ultimo sorso tutto d’un fiato. Così carico tutto il tamburo. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Sei. Lo faccio scattare. Così, con questo chiudo. Così, premendo il grilletto, vi dico solo Addio e Vaffanculo.
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