Samuel Beckett sta passeggiando per Parigi quando un pappone decide di accoltellarlo al petto. La motivazione del gesto? Nessuna. Da quell’episodio Beckett…

«La vita è come uno scherzo di cattivo gusto» dice il vecchio Palahniuk. Un “teatro dell’assurdo” il vecchio Samuel Beckett. Se vi leggeste Diary dello scrittore di Portland scoprireste un sacco di cose sul legame tra artisti e il dolore, sofferenza e l’estasi mistica, patimento ed ispirazione. A proposito, ora vi racconto questa sul celeberrimo nobel irlandese.

Beckett non amava molti i tribunali. O almeno non me lo sarei visto un tizio come Beckett sentirsi a suo agio in aula. Se è per questo Beckett non amava nemmeno l’Irlanda, che pure ritrasse ampiamente nei suoi romanzi – Dublino, i suoi pub, le strade, le colline di Wicklow – così come fece Joyce prima di lui. In effetti non c’è scrittore irlandese che non abbia lasciato la madrepatria alle spalle – una «scrofa che divora la propria figliata» per dirla alla Joyce – e Beckett non contraddisse questo trend. Lasciò la terra natia molto presto, preferendo l’Europa, il continente.

E insomma, nel 1937 è costretto a tornare a casa, a Dublino, richiamato come testimone d’accusa nel processo per diffamazione che lo zio Harry Sinclair, ebreo, aveva intentato contro l’antisemita Oliver St. John Gogarty (ovvero quello stronzo a cui Joyce, ancora lui, si era ispirato per il personaggio di Buck Mulligan nell’Ulisse). Cosa che gli fece meritare l’odio di Gogarty, le invettive del suo avvocato e i titoli di un quotidiano serale di Dublino che l’aveva accolto come “l’ateo venuto da Parigi” (“Ah, cara cattolica Irlanda” avrà pensato il nostro Samuel…).

Una volta sbrigato l’affare, Beckett se ne ritorna a Parigi, nel ’38, casa dolce casa, e per strada si becca una coltellata da una sorta di pappone, tale “Prudent”. Lo scrittore perde molto sangue, ha una lama piantata nel petto e Joyce (sempre lui) fa di tutto per far preparare una stanza privata d’ospedale per far soccorrere l’amico – piccolo inciso: l’incidente, rimbalzato dalla stampa dell’epoca attirerà l’attenzione di Suzanne Dechevaux-Dumesnil, che poi Beckett sposerà in segreto molti anni dopo.

Lo scrittore irlandese quasi ci rimette le penne, ma sopravvive. E lo fanno presenziare al processo contro il suo assalitore. Fu in quell’udienza preliminare che Beckett chiese a Prudent di motivare il suo folle gesto:

«Perché mi hai accoltellato?»
E Prudent: «Mi dispiace signore, ma non lo so»

La vita è come uno scherzo di cattivo gusto. Anzi, un teatro dell’assurdo. È questo quello che deve aver pensato Samuel Beckett di fronte alla sconcertante e disarmante dichiarazione di Prudent. Episodio che probabilmente portò lo scrittore a riflettere sull’assurdità della vita. Episodio che gli diede l’ispirazione per scrivere… esatto, proprio quell’opera lì.
O almeno così vuole la leggenda.

Waiting for Godot  (Aspettando Godot, che inizialmente venne pubblicato in francese, En attendant Godot, 1952) venne completato nel ‘40, più o meno due anni dopo l’incidente di Parigi.

Se anche voi state pensando come tutto questo possieda un suo affascinante non sense, beh, sappiate che non siete gli unici.

 

P.S Alla notizia dell’accoltellamento, Gogarty e i suoi compari festeggiarono la notizia con una scorpacciata di ostriche e Guinness. Ottimo abbinamento.

P.P.S E la volete sapere l’ultima? Beckett alla fine lasciò cadere le accuse contro il suo assalitore. Motivo? Perché trovava Prudent una persona tutto sommato simpatica e di buone maniere. Esatto: tutto ciò non ha NESSUN senso.

 

Nothing is more real than nothing.
Samuel Beckett

 

Galleria d’immagini:
Illustrazioni di:

Micah Gunnell

Ciaran Monaghan

Adrian Walsh

Hayato Yamane

Rich Sheehan

Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )