CAMing-out-1931-1940

Nel decennio in cui le grandi dittature europee raccoglievano le forze e in cui l’Italia – letterariamente parlando – scopriva l’America, si scrivevano storie di guerre e speranze impossibili.

Nel CAMing out! di oggi parliamo delle migliori opere pubblicate negli anni Trenta, decennio pieno di inquietudini e di spettri pronti ad addensarsi sull’Europa e sul mondo intero.

 

Alice CampagnaroCopertina Uomini e topi segnala:
John Steimbeck, Uomini e topi, Bompiani, 2001, 128 pagine.
Traduzione di Cesare Pavese di Of Mices and Men, 1937.

George e Lennie vagano da un ranch all’altro per cercare quel po’ di lavoro che permetta loro di vivere alla giornata. Lennie è un uomo enorme, lento e buono, incapace di controllare la propria forza. Di continuo procura dei guai a sé e al suo compagno, inconsapevole delle leggi più elementari che governano il mondo in cui vive: la violenza e la prevaricazione. Tutto, nella sua mente, è fuori misura e i suoi ricordi sbiadiscono immediatamente. Tuttavia, non scorda mai le parole di George: gli uomini come loro sono condannati ad un’esistenza di stenti e vagabondaggi, e non conosceranno mai altro che la solitudine e l’oppressione dei padroni; ma loro due sono qualcosa di diverso, perché si curano l’uno dell’altro, e hanno un sogno di libertà minimo eppure infinito.
Nel nuovo ranch il padrone non è poi così cattivo, ma ha un figlio viziato e attaccabrighe e una nuora insoddisfatta che si diverte a provocare i lavoranti. Anche se per pochi giorni, un precario equilibrio si stabilisce tra i nuovi arrivati e gli individui più reietti: Candy, un vecchio che rimane al ranch quasi per carità, e Crooks, l’unico “negro” del ranch che in quanto tale è trattato come l’ultimo degli ultimi. I due sono attratti dall’idea di George: Candy la fa quasi sembrare realizzabile, alimentando le speranze di tutti. Crooks, invece, è troppo annichilito dalla vita per concedere a se stesso di dimenticare la propria condizione: attraverso di lui, nella sua insita remissività, passa la linea di confine dell’autodeterminazione, quella che divide “uomini e topi”.
Alla fine, la vicenda di George e Lennie darà ragione a Crooks, alla sua schiena spezzata e alla sua testa chinata. In una realtà troppo pesante da sostenere, ai due viene a mancare, senza scampo e senza ritorno, quel mutuo soccorso che, seppur sottomessi, concedeva loro il lusso della dignità. Nella disperazione finale, torna per l’ultima volta come una beffa quel sogno formulare: che un giorno si possano avere soldi a sufficienza per comprare il proprio pezzetto di terreno, coltivarlo, allevarvi dei conigli, poter stare dentro casa quando d’inverno piove, «e la panna sul latte sarà così spessa che la dovremo tagliare col coltello e prenderla col cucchiaio […] Potremo vivere del grasso della terra».

 

Tommaso De Beni segnala:Copertina Fontamara
Ignazio Silone, Fontamara, Mondadori, 1995, 224 pagine.
Prima edizione: Nuove Edizioni Italiane, Parigi, 1933.

Negli anni Trenta in Italia il fascismo condizionò le scelte artistiche di molti scrittori.
Gli intellettuali rondisti erano vicini al regime e predicavano un ritorno alla prosa d’arte di stampo manzoniano. Quelli riuniti nel cosiddetto gruppo di Strapaese inneggiavano alla purezza dei contadini («Mi trovo in perfetto accordo con le vacche» scriveva Papini), mentre quelli di Stracittà – guidati da Maccari e Bontempelli – rivendicavano il novecentismo e il modernismo ma non furono mai in polemica diretta con il fascismo; Pirandello, dal canto suo, fece la tessera fascista pur continuando a mantenere le sue idee pessimiste ed esistenzialiste.
In poesia nacque il cosiddetto ermetismo, diviso tra Milano e Firenze e avulso dalla politica. Gli autori più emblematici di questa corrente sono Luzi, Gatto, Betocchi e Quasimodo, ma in molte antologie anche Montale viene erroneamente assimilato a questa corrente, per la sua raccolta Le occasioni, del 1939. Ungaretti, che nel 1925 aveva firmato il manifesto degli intellettuali fascisti, nel 1933 pubblica Sentimento del tempo, una raccolta di poesie che rappresenta una specie di ritorno all’ordine rispetto all’espressionismo dell’Allegria.
Sul fronte della narrativa, intanto, Moravia abbandonò per un po’ la forma del romanzo per dedicarsi a racconti evasivi di matrice surreale e satirica, ma ci furono anche scrittori che non rinunciarono a raccontare la realtà che stava loro attorno. Uno di loro fu il napoletano Carlo Bernari, che scrisse Tre operai, un altro fu l’abruzzese Secondo Tranquilli, alias Ignazio Silone, che nel 1933 pubblicò clandestinamente, da esule antifascista in Svizzera, Fontamara, romanzoche è una sorta di Malavoglia del Novecento, in cui però si aggiunge, a differenza di Verga, il chiaro intento di denuncia sociale. Il nome del paese che dà il titolo al romanzo è immaginario, ma l’ambientazione rispecchia quella dei monti pescinesi, in provincia de L’Aquila, in cui lo scrittore era cresciuto, e vuole essere un omaggio alla povera gente, ai “cafoni” sfruttati e maltrattati della sua terra. I contadini si ribellano contro i potenti  a causa di un corso d’acqua deviato, fatto che alcuni di loro attribuiscono a un castigo divino. Il podestà invece li costringe a firmare la rinuncia a usare l’acqua per irrigare i loro campi. Uno di loro, Berardo Viola, esce dal paesino e si reca a Roma, e qui capisce che in Italia sono cambiate molte cose e impara a conoscere il regime fascista e comprende che la Storia ha messo piede anche nel suo paesino arcaico fuori dal tempo. Si autoaccusa di essere un sostenitore della Resistenza e viene carcerato, mentre intanto a Fontamara i suoi concittadini, non vedendolo tornare, fondano una rivista clandestina dall’emblematico titolo Che fare?
Fontamara è considerato il capolavoro di Silone, è molto conosciuto all’estero e ha condizionato profondamente lo sviluppo del neorealismo negli anni Quaranta e Cinquanta.

 

Giulia Cupani segnala:Un-anno-sullAltipiano.-Copertina
Emilio Lussu, Un anno sull’Altipiano, Einaudi, 2014, 224 pagine.
Prima edizione: Edizioni italiane di cultura, Parigi, 1938.

Un anno sull’Altipiano è un libro che racconta una guerra che non c’è più. Racconta un mondo antico e (fortunatamente) perduto, fatto di obici e di muli, di gamelle e di cime montuose da conquistare per piazzarci sopra un cannone, di cose che non appartengono più all’orizzonte del nostro presente, consegnate alla polvere di qualche museo a tema militare, come è giusto che sia.
Eppure, nonostante questa distanza priva di rimpianti e di nostalgie, Un anno sull’Altipiano è un libro che, di quella guerra remota, riesce a tratteggiare l’essenza sanguinante e grottesca con una precisione unica, con una prosa precisa che offende e addolora per quanto è nitida e, di conseguenza, spietata.
In questo libro Emilio Lussu racconta la sua storia di graduato della Brigata Sassari, impegnato in una guerra assurda combattuta prima sul Carso e poi sull’Altipiano di Asiago contro un nemico invisibile, il misterioso “austriaco” che lui e i suoi soldati non conoscono e non vedono mai in faccia, ma che continuano ad ammazzare e da cui continuano a farsi ammazzare, giorno dopo giorno, senza difesa e senza perché.
Accanto a questo nemico incorporeo quasi quanto i tartari di buzzatiana memoria (non fosse che, qui, le bombe a mano sono vere, e le missioni “ardite” che non sono altro che suicidi mascherati anche), in questo libro sono altri gli avversari contro cui Lussu combatte: sono le gerarchie militari preda di assurdi sogni di gloria o di una sconfinata e criminale presunzione, che con la propria boria e la loro noncuranza condannano a morte intere schiere di soldati, che dal canto loro obbediscono agli ordini più assurdi senza nemmeno provare a obiettare; sono il gelo e i topi che occupano le trincee di austriaci e italiani, senza fare distinzioni; sono l’alcool e la costante, strisciante, soffocante ubriachezza di un intero esercito che sta in piedi solo grazie alla grappa, unico genere di conforto distribuito ai soldati con larghezza e generosità, dato che in effetti solo un esercito di ubriachi potrebbe essere disposto ad affrontare quella vita e quella morte.
Non è un libro anti-militarista, Un anno sull’Altipiano: una connotazione di questo genere non avrebbe alcun senso se si pensa all’uomo che era Lussu, alla sua storia, al ruolo da lui svolto nella guerra. È, piuttosto, un libro che racconta la follia del potere e descrive l’orrore dell’uomo che, potendo disporre della vita di un altro uomo, sceglie di sprecarla con spregevole negligenza, o l’orrore altrettanto spaventoso dell’uomo che, consapevole di essere solo una pedina in mani altrui, si limita a bere e obbedire, sperando di riuscire a rimandare la morte fino a data da destinarsi.
Il sapore di fondo di queste pagine è quello dell’alcool cattivo e del terrore senza senso, ed è questa mancanza di senso che abita ogni pagina del racconto di Lussu: il non senso del vivere e del morire, in un buco della terra, cercando di resistere a un nemico inafferrabile quando in realtà i soldati dovrebbero solo girare le spalle ai monti, dato che «è a Roma il gran quartiere generale nemico».

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