CAMing-out-1941-1950

Nel decennio della seconda guerra mondiale, la letteratura non si è fermata.

Nel CAMing out! di oggi parliamo delle migliori opere pubblicate negli anni Quaranta, figlie di un decennio pieno di tragedie e di inquietudini: opere di poesia e di narrativa di altissimo livello, capaci di raccontare l’angoscia e la catastrofe ma, allo stesso tempo, di guardare il mondo con coraggio, lucidità e straordinaria potenza.

1912Tommaso De Beni segnala:
Thomas S. Eliot, Quattro quartetti, ETS Edizioni, 2010, 220 pagine.
Traduzione di Audrey Taschini di Four Quartets, 1943.

Four Quartets fu pubblicato per la prima volta nel 1943 e raccoglie diverse plaquettes scritte e pubblicate separatamente da Eliot tra il 1935 e il 1942. Difficile dire se fu proprio quest’opera a convincere la commissione svedese ad assegnargli il Nobel per la letteratura nel 1948, fatto sta che tutte le sue opere più grandi e notevoli, sia di teatro che di poesia, sono state scritte negli anni Venti e Trenta. Four Quartets è quindi il più bel libro di Eliot degli anni Quaranta, e rappresenta la maturità artistica (almeno per quel che riguarda la poesia) di quello che a mio parere è il più grande poeta angloamericano (nato statunitense, venne naturalizzato inglese nel 1927).

Nonostante siano stati scritti in momenti diversi, i Quartetti sono collegati tra loro e possono essere rappresentati anche a teatro. Ogni Quartetto è diviso in cinque tempi in cui si alternano concettualità e musicalità. I luoghi nominati sono legati a un’occasione concreta – come per esempio un viaggio o un episodio storico – ma hanno sempre anche un significato simbolico. La simbologia nascosta nell’opera del poeta è talmente particolare e complessa, ricca di riferimenti religiosi e filosofici, che è ancora in fase di interpretazione da parte di alcuni studiosi.
Un ulteriore elemento di complessità dell’opera deriva dal fatto che lo scoppio della seconda guerra mondiale (che non era ancora finita e non sembrava poter finire, quando venne pubblicato il libro) ebbe conseguenze psicologiche e materiali devastanti sulla vita dell’autore, tanto che alcuni critici hanno ipotizzato che Eliot non avesse inizialmente concepito il testo con la struttura che conosciamo oggi. Egli ha però autorizzato l’interpretazione che lega i quattro poemetti all’alternarsi delle stagioni, e che quindi li considera come articolazioni di un unico spunto. I primi versi del primo poemetto, infatti, parlano proprio del tempo: «Se tutto il tempo è eternamente presente, tutto il tempo è irredimibile», mentre il secondo ha un incipit tanto fulminante quanto ermetico, che poi torna come un refrain biblico: «Nel mio principio è la mia fine».

I Quartetti aiutano a considerare Eliot come l’emblema di una moderna classicità, incarnata da una personalità complessa che passava senza soluzione di continuità dalla completa disperazione all’amicizia con Groucho Marx.

10971Giulia Cupani segnala
Vitaliano Brancati, Il bell’Antonio, Milano, Bompiani, 1949.

Il bell’Antonio di Vitaliano Brancati, pubblicato nel 1949, è un romanzo che denuncia in pieno la sua età, e che pure non è capace di invecchiare.
Si sente forte e chiaro, da subito, che il mondo raccontato nelle sue pagine è il mondo compromesso e pieno di compromessi degli anni del fascismo, con le sue grettezze, le sue miserie e la straordinaria capacità del regime di infettare ogni aspetto della vita pubblica e privata delle persone, cancellando ogni spazio di libertà e soffocando i pensieri, prima ancora che le parole e i gesti.
Si sentono forti e chiare l’arretratezza e la crudeltà che attraversano la storia del povero Antonio Mangano, ragazzo siciliano talmente bello «da far alzare lo sguardo dal messale» anche alla ragazza più innocente e più pura che però, a dispetto del suo fascino magnetico, in realtà è impotente, del tutto incapace di “farsi onore” perfino con la propria moglie.
Antonio è l’emblema dell’uomo che si sente dimezzato, consapevole com’è di nascondere – sotto l’apparenza di una perfetta virilità, unico mezzo per ottenere il rispetto dei propri simili e l’estenuante venerazione di ogni donna che lo incontra – un segreto scandaloso, che se venisse scoperto lo trasformerebbe in un attimo nel più misero dei reietti, in un fuoricasta del mondo fatto solo di testosterone, rispettabilità e “potenza” in cui vive e in cui il suo disturbo non è una patologia ma «una tragedia! Perché noi pensiamo sempre a una cosa, a una sola cosa, a quella!».
Per tutte queste ragioni, Il bell’Antonio è un libro che si inizia a leggere con curiosità quasi antropologica, come fosse un reperto arrivato da lontano per raccontarci un mondo medievale e becero, arretrato e perduto.
Ma basta pochissimo, mano a mano che le pagine scorrono, per cominciare a sentirsi un po’ a disagio. Le parole di Brancati – che denunciano ma non umiliano, che sono straordinariamente delicate anche quando deprecano e mettono alla berlina – poco alla volta cominciano a dipingere un mondo che sembra sempre più familiare, arrivando infine a delineare un universo di angosce personali e rapporti sociali che sono, nella loro sostanza, totalmente sovrapponibili ai nostri.
Il mondo catanese degli anni Trenta, il suo “gallismo” sfrontato e crudele, la fragilità dell’uomo che scopre dentro di sé qualcosa che lo isola dai suoi simili irreparabilmente, sono tutti tasselli di un mondo che è talmente divorato dal suo male da non riuscire nemmeno più a rendersi conto che gli servirebbe una cura. Ed è in questo senso che Il bell’Antonio, pur denunciando la sua età, non invecchia mai: i mali di cui parla oggi possono forse essere curati da una pillola blu, ma una volta azzerati i sintomi la malattia continua a corrodere, sempre uguale a se stessa, solo un passo più in là.

Caterina Di PaoloCopertina La statua di sale segnala:
Gore Vidal, La statua di sale, Fazi 2009, 229 pagine
Traduzione di A. Osti di The City and the Pillar, 1948.
e
Pier Paolo Pasolini, Amado mio, Garzanti 2000, 201 pagine.

Nel 1948 Gore Vidal ha solo ventidue anni, ma è già uno scrittore di successo e ha davanti a sé una brillante carriera politica. Decide di pubblicare La statua di sale pur sapendo che avrebbe stravolto l’America. Come ha scritto nel 1995 lo stesso Vidal, nella splendida prefazione al libro: «Se avessi pubblicato [La statua di sale] avrei svoltato a destra e sarei finito, maledetto, a Tebe. Abbandonandolo, avrei girato a sinistra trovandomi nella santa Delfi. L’onore richiedeva che prendessi la strada per Tebe. Ho letto che ero troppo stupido a quel tempo per capire cosa stavo facendo, ma in faccende del genere ho sempre avuto una certa perspicacia. Sapevo che la mia descrizione di una storia d’amore tra due ragazzi americani “normali”, come quelli con i quali avevo trascorso tre anni nell’esercito in tempo di guerra, avrebbe messo in discussione nel mio paese natio – che è sempre stato più simile alla Beozia, temo, che non ad Atene o alla spettrale Tebe – tutte le superstizioni sul sesso
La statua di sale è un libro doloroso, il cui titolo biblico rimanda alla grandezza indicibile di tutte le verità che decidiamo di soffocare dentro di noi. Jim Willard, giovane, aitante e normale ragazzo americano, s’innamora del suo migliore amico, Bob; con lui ha un incontro sulla riva di un fiume che segnerà per sempre la sua esistenza. I due si separano, ma Jim continuerà a pensare a quei giorni e alla verità abnorme che portano con sé; anche se Jim ha molti amanti, più grandi, più ricchi, più adoranti di Bob, Jim continuerà a pensare a lui e passerà gli anni di lontananza come una statua di sale, rinnegando l’omosessualità e riconoscendo solo l’amore per Bob – «L’idea stessa di essere innamorato di un uomo gli pareva ridicola e innaturale; al massimo un uomo poteva trovare il suo gemello, come Bob, ma era una cosa rara e del tutto diversa».
È un libro estremamente vivido, non certo per la presunta scabrosità che aveva fatto arricciare il naso agli americani dell’epoca (Life accusò Vidal di aver fatto diventare omosessuale la più grande nazione del mondo), ma per questa ricerca spasmodica di un ritorno a un momento fondativo, a un amore e a un momento che ha cambiato ogni cosa e che fa sembrare stinto il resto della propria vita. Il protagonista a volte, come un vero tipico ragazzo americano, fa la scorza contro gli altri; proprio come deve aver fatto il giovanissimo autore che per sua stessa ammissione, ai tempi della pubblicazione del libro, fingeva di non aver paura delle conseguenze della sua scelta di fronte al suo editore.

Copertina Amado mioÈ curioso come nello stesso anno, il 1948, Pier Paolo Pasolini abbia scritto, dall’altra parte dell’oceano, un racconto come Atti impuri, pubblicato nella raccolta postuma Amado mioAtti impuri ha molto in comune con La statua di sale: un titolo biblico, l’argomento dell’amore omosessuale e il terrore di gettare scandalo. Pasolini, a differenza di Vidal, decide di non pubblicare il racconto, pur avendo in mente per questo e per il racconto scritto nello stesso periodo, Amado mio appunto, un futuro editoriale. La storia di Paolo, professore arrivato insieme alla madre in un paese del Friuli e affascinato dal bellissimo alunno Nisiuti, è chiaramente autobiografica; anch’essa molto dolorosa e combattuta come la vicenda al centro de La statua di sale. Ma nel libro di Pasolini a osservare gli omosessuali con giudizio è l’appartenenza religiosa, un dio non laicizzato come in Vidal; un dio che riverbera in una natura struggente, mescolata e insieme distante dalle piccole questioni umane. Atti impuri è un racconto sull’impossibilità dell’amore, come La statua di sale: «Mentre egli è chino sopra il quaderno, io mi trovo di fronte al nostro amore come a un mostro invisibile». Un racconto in cui il protagonista stesso è scisso tra un odio verso le sue pulsioni e un’impossibilità a non viverle; ci si sente al centro di un mondo con mille occhi giudicanti e subito dopo in una bellezza naturale e indifferente, come quella del fiume in Vidal. Il libro di Pasolini, però, ha un lirismo, un’attenzione verso i tentennamenti e le grandezze che albergano nel protagonista, che Vidal non vuole mostrare o far vedere nel suo Jim. Paolo (e Pier Paolo) conoscono bene i timori e i tremori, e li fanno risuonare in un’ «energia quasi settecentesca e musicale del personaggio, che fa volentieri della sua sofferenza teatro, culto della bellezza, del manierismo», come ha scritto Renzo Paris in questa splendida recensione uscita sul manifesto.

Naturalmente questi libri andrebbero letti da tutti gli omofobi del mondo (è triste e curioso che ne esistano ancora), ma non voglio consigliare due capolavori simili a una categoria così infelice. Sono libri che vanno letti da chi conosce l’amore e da chi ha deciso, anche solo per un momento cruciale, di non vivere nella bugia, pur rischiando tutto sulla propria pelle.

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