CAMing-out-1951-1960

Negli anni Cinquanta il mondo si lascia alle spalle la seconda guerra mondiale e inizia ad assumere l’aspetto con cui noi l’abbiamo conosciuto.

Nel CAMing out! di oggi vi segnaliamo quelle che sono, secondo noi, le opere migliori di quel decennio sospeso: perché gli anni Cinquanta non sono stati solo Beat e Gioventù bruciata…

Copertina Foglie morteTiziana Buda segnala:
Gabriel Garcìa Marquez, Foglie morte, Mondadori, 1998, 176 pagine.
Traduzione di Angelo Morino di La hojarasca, 1955.

Pubblicato nel 1955, Foglie morte è il primo romanzo di Gabriel Garcìa Marquez. Il racconto si apre con il funerale di un medico suicida odiato da tutti tranne che da tre persone, le sole a prendere parte alla cerimonia e che diventano le voci narranti della storia. Nonno, figlia e nipote.
Attraverso i loro pensieri e i loro ricordi viene gettata luce sul misterioso medico e, pagina dopo pagina, scopriamo cosa legasse il dottore ai tre protagonisti, perché fosse odiato da tutti a Macondo, che genere di persona fosse.

Questo sforzo svela un personaggio magico, difettoso, controverso che si muove con straordinaria maestria tra incanto e realtà. Il titolo originale dell’opera esprime perfettamente la tensione e l’equilibrio tra questi apparenti opposti. La hojarasca indica il mulinello di foglie che si forma sotto la spinta della leggera brezza estiva, ma nello stesso tempo significa anche il pattume o il ciarpame. Insomma in un certo senso si può immaginare questo romanzo come il racconto della vita umana nel suo aspetto materiale e degradante, arricchito da elementi magici e onirici. Questi elementi insieme danno vita a un’immagine di autunnalità, di decadenza in cui la solitudine diventa la vera, grande protagonista.

In Foglie morte già si intravede il Marquez di Cent’anni di solitudine. La sua scrittura è straordinaria, ricca di immagini e odori caratteristici. Uno spaccato delle illusioni e delle disillusioni dell’uomo.

 

Giulia CupaniCopertina Una vita violenta segnala:
Pier Paolo Pasolini, Una vita violenta, Garzanti, 1959.

I romanzi di Pier Paolo Pasolini sono opere dolorose, disturbanti, spesso apertamente moleste, necessarie e crudeli insieme. Sono lunghe cavalcate in mondi beceri e polverosi, fatti di personaggi che sembrano condannati da un fato inesorabile a cadere sempre nelle stesse spirali di colpa e di dolore, di estraneità e di incomprensione. Sono figure di ragazzi imprecisi di cui è impossibile comprendere le scelte e i desideri, dato che ogni loro azione sembra mossa da fili inafferrabili ma insieme forti più di qualsiasi forma di “coscienza”: questi ragazzi sono creature del caos e del suo dolore, e non si possono giudicare. Si possono solo amare e poi biasimare e poi amare di più, eternamente, ed è questo ciò che Pasolini fa in ognuna delle sue pagine.
Questo destino di colpa, lotta e inevitabile dannazione è quello che tocca anche al giovane protagonista di Una vita violenta, Tommaso, un ragazzo di borgata di cui in queste pagine viene raccontata la crescita umana e politica. Ma niente è più lontano di questa storia dall’idea classica di “romanzo di formazione”: Tommaso non è un ragazzo che cresce e impara, non è un giovanotto che pagina dopo pagina impara a camminare nella vita, ma semplicemente una molecola di umanità che, sballottata qui e là dalla sorte, cerca di adattarsi a ciò che la circonda, percependo confusamente la propria impotenza all’interno dell’enorme e ingovernabile caos delle cose.
Così Tommaso vaga dal fascismo – abbracciato quasi per necessità, in compagnia di una nutrita schiera di amici-camerati – all’adesione alla DC – frutto dell’assegnazione alla sua famiglia di una casa popolare, vista come vera e propria via di fuga da una vita fatta di baracche e fogne a cielo aperto – al comunismo, ultima tappa di un percorso in cui ogni fede è casuale e immotivata, pura espressione di un impulso irrazionale. Allo stesso modo anche la sua vita segue percorsi casuali ed estemporanei, che a tratti sembrano trasformarsi in binari dritti e sicuri, fatti di un amore “per bene” e di una definitiva adesione al ceto medio, ma che poi si rivelano inaccessibili per lui, che nelle ultime pagine della storia muore tentando di salvare una donna da un’inondazione, in un estremo e fallimentare impeto di umanità e condivisione.
È difficile afferrare la figura e l’opera di Pasolini, difficile leggerle nel contesto del mondo che le circondava, difficile giudicarle: l’unica cosa che si può fare è accettare il mondo fastidioso e pieno di buio e di violenza che Pasolini racconta, prendendolo per quello che è.
E magari ricordare che un romanzo estremo e crudele come Una vita violenta ha fatto parte della cinquina del Premio Strega, nel 1959. Quell’anno, però, Pasolini non vinse: il premio andò invece a un altro romanzo straordinario, tragico e barocco, il romanzo italiano forse più pulito e perfetto di sempre: Il gattopardo. E questo strano incrocio della storia letteraria nazionale, nel suo semplice e casuale essersi verificato, dice molto a proposito di quello che era l’Italia degli anni Cinquanta, e di quello che è diventata nei decenni a venire. I decenni in cui tutto cambiò, perché nulla cambiasse mai.

 

Tommaso De BeniCopertina La Bufera e altro segnala:
Eugenio Montale, La bufera e altro, Neri Pozza, 1956, 139 pagine.

Nel 1956 esce il libro della maturità artistica di Eugenio Montale. La bufera è un sintagma shakespeariano a cui però il poeta ligure aggiunge il vago pronome “altro”, che fa il paio con il titolo ossimorico della settima sezione dell’opera: Conclusioni provvisorie. Il terzo libro di Montale chiude la prima fase della sua poetica, tanto che si parla appunto di un primo e di un secondo Montale. Egli dirà che i suoi primi tre libri, presi insieme, sono come una personale Divina Commedia in cui l’io lirico compie un viaggio analogo a quello dantesco. Difficile però pensare alle atmosfere de La bufera e altro come a un Paradiso. La poesia che chiude la raccolta s’intitola Il sogno del prigioniero e introduce il tema politico nell’ambito privato; è preceduta da Piccolo testamento, componimento che anticipa in parte i toni e gli atteggiamenti di Satura e sembrerebbe quasi alludere a una morte dell’autore, ridimensionata e sminuita però dall’aggettivo “piccolo”. Del resto uno dei grandi temi del libro è proprio la rottura della barriera tra vivi e morti, come si può notare in Voce giunta con le folaghe.
Nonostante l’iniziale accoglienza tiepida di pubblico e critica, Montale disse da subito che questo era il suo libro migliore e io credo che ci si possa fidare della sua grande capacità di essere anche un lucido critico letterario.

La figura femminile principale è ancora Clizia, alias Irma Brandeis, a cui però viene contrapposta Volpe, alias Maria Luisa Spaziani. Se Clizia però è una donna-angelo che ha una funzione metafisica, Volpe è decisamente più terrena, in dialogo con la natura fisica del mondo, piante e animali, associata spesso all’immagine del fuoco e dell’incendio.

In questo libro compaiono anche due prose, Dov’era il tennis… e Visita a Fadin, che alludono alle raccolte di prose narrative montaliane come La farfalla di Dinard e che sono inserite nella sezione denominata Intermezzo assieme a una poesia, Due nel crepuscolo, che risale al lontano 1926. Seguono delle brevi poesie di viaggio e “d’occasione” (‘Flashes’ e dediche) che richiamano appunto il libro precedente di Montale.

La primavera hitleriana – della sezione Silvae, che comprende undici componimenti che descrivono il sacrificio d’amore – fa invece entrare nella raccolta il dramma storico raccontando di Hitler e Mussolini a Firenze. L’ultima parte, come già detto, mostra un Montale stanco e rassegnato che espone la sua filosofia negativa in contrasto con qualsiasi ideologia politica che pretenda di vedere l’uomo come padrone della propria esistenza e che arriva quasi a umiliare la propria opera sostenendo che non sopravvivrà al tempo. Un atteggiamento che anticipa il secondo Montale.
La bufera e altro è un’opera molto complessa e ricca di sfaccettature, che ci mostra uno dei più grandi poeti italiani del Novecento all’apice della sua carriera poetica.

 

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