Caming-Out-1961-1970

Il decennio degli anni Sessanta è stato inquieto e sospeso, anche per quanto riguarda l’universo della letteratura.

Nel CAMing out! di oggi vi segnaliamo quelle che sono, secondo noi, le perle irrinunciabili del decennio degli anni Sessanta: dieci anni caotici e complessi, traboccanti di stimoli, inquietudini e ipotesi di rivoluzioni.

Tiziana Buda segnala:
Milan Kundera, Lo scherzo, Adelphi, 1991, 358 pagine.
Traduzione di Giuseppe Dierna di
Žert, 1967.

Copertina Lo scherzo«Tutta la storia della mia vita aveva avuto origine da un errore, dal brutto scherzo della cartolina, da quel caso, da quell’ assurdità. E sentii con terrore che le cose nate per errore sono tanto reali quanto le cose nate a ragione e per necessità»

«L’ottimismo è l’oppio dei popoli! Lo spirito sano puzza di imbecillità! Viva Trockij!». Questa frase, scritta su una cartolina nel 1948, segna inevitabilmente il destino del protagonista del primo romanzo di Milan Kundera, Lo scherzo, pubblicato nel 1967. Il romanzo racconta la storia di un giovane studente, Ludvik, che a causa della sua ironia vede la sua vita capovolgersi completamente: prima giovane socialmente integrato nella Praga filosovietica, in seguito emarginato e tradito perfino dai suoi stessi amiciin quanto sovversivo. Finisce, per così dire, nel lato oscuro della luna.

In un mondo in cui ogni uomo ha la presunzione di credere di esercitare il proprio potere sulla storia, un banale scherzo viene interpretato con troppa serietà. E quando lo scherzo si sovrappone alla realtà, le sue conseguenze non possono che essere tragicamente reali. Questo è il mondo in cui Kundera ci avvolge e in cui l’umorismo viene considerato una forma di pensiero incompiuta e sostanzialmente ambigua.
Il vuoto che si forma intorno al povero Ludvik viene riempito dal desiderio di vendetta, in primis nei confronti dell’amico che più di ogni altro è stato la causa della sua condanna. Ludvik decide così di sedurne la moglie, ma ancora una volta il destino si beffa di lui, umiliandolo e privandolo della giustizia tanto desiderata.

Attraverso le pagine di questo romanzo il protagonista è costretto, suo malgrado, a osservare la sua rovina da una prospettiva esterna agli eventi che si compiono intorno a lui. In questo senso, allora, Kundera ci ha voluto raccontare la storia di un condannato. Ma anche della Storia che, come essa ha ampiamente dimostrato nel corso del suo processo, non può essere domata da nessun uomo. Ed è proprio da questa ironica considerazione e dinanzi all’assurdità degli eventi che prende corpo l’interrogativo tutto umano sul senso della storia.

 

Nicolas Alejandro Cunial segnala:
Giuseppe Berto, Il male oscuro, Rizzoli, 1964, 416 pagine.

Copertina Il male oscuroLo scrivo come lo dovrebbe scrivere chiunque parli di questo libro che è un capolavoro totale che nessuno potrà mai eguagliare, infatti quando l’ho terminato è giunta la tristezza perché avrei voluto non finisse mai anche se questo avrebbe significato per Berto vivere d’infinita infelicità perché è di questo che tratta Il male oscuro, dell’infelicità provata realmente dall’autore durante un decennio anche se il libro comincia con la sua infanzia, in cui gli accadde di tutto.
Crescendo la sua personalità già instabile a causa di un complesso rapporto con il padre viene deteriorata dagli eventi e dalla sua folle ossessione di giungere alla gloria come scrittore in una Roma molto felliniana dove a farla da padrone tra gli intellettuali ci sono i radicali, mentre lui al limite soffre di radicali liberi, anzi di coliche e non avete idea dei dolori che patisce mentre nessuno gli crede, anzi tutti pensano che i dolori siano mentali e che in pratica lui se li inventi invece le coliche ci sono e una volta operato lui si sente meglio ma allora sopraggiunge la nevrosi che lo getta in uno sconforto abissale. Tutto è contro di lui, allora cristo santo perché non farla finita si domanda più di una volta e mentre lo si legge non gli si può certo dare torto perché un uomo non dovrebbe mai patire tali sofferenze ma la sua giovanissima compagna riesce a mantenerlo a galla e per un periodo sembra che lui stia anche meglio, ma il male non se n’è andato si sta solo riposando per tornare più oscuro che mai e questo in effetti accade sconvolgendo così la vita dell’autore e della sua famiglia che nel frattempo si è allargata grazie alla nascita di una figlia che lui pensa a come potrà mai crescere con un padre che viene torturato nell’anima e che non vede luce alcuna, che se ce ne fosse una anche fioca lui potrebbe combattere ma così è più facile scavare per andare ancora più in fondo che risalire, così l’incontro con uno psicoanalista gli permette di mettersi l’anima in pace dopo anni di sedute.
Verso la fine del libro un evento piuttosto tragico ci induce a pensare ecco ci risiamo sicuro ricasca nella nevrosi vedrai che nella pagina successiva torna in depressione ma questo invece non accade insegnandoci che forse è vero che l’uomo può guarire da se stesso solo se non tenta di eliminare quel male oscuro di cui teme la presenza ma se impara invece ad adottarlo come parte integrante della propria vita. Il libro però è qualcosa di ancor più sconvolgente e bisogna leggerlo perché davvero un romanzo come questo capita una volta nella nostra breve esistenza.

 

Tommaso De Beni segnala:
Mario Luzi, Nel magma, Garzanti, 1966, 70 pagine.

Copertina Nel magmaNegli anni Sessanta la poesia italiana ha iniziato un processo di evoluzione che l’ha portata verso forme intellettualistiche e d’avanguardia che hanno causato un difficile rapporto con la critica e – soprattutto – con il pubblico.
Tuttavia almeno fino agli anni Settanta, grazie ad alcuni avanguardisti di talento come Pagliarani, ma soprattutto grazie alla “vecchia guardia”, il livello della poesia italiana è rimasto molto alto. Nel 1963 esce Nel magma di Mario Luzi, poeta toscano che si era fatto strada nell’ermetismo fiorentino degli anni Trenta con La barca. Nel magma forse non è la raccolta più bella di Luzi, ma rappresenta una svolta stilistica molto importante e interessante. Luzi cerca, infatti, di aprirsi la strada verso una poesia narrativa, poco praticata in Italia, e cambia il modo di intendere il soggetto nelle sue poesie. In realtà l’io non sparisce del tutto da queste liriche, ma non è più monologante, bensì dialoga con uno o più personaggi, che per lo più lo mettono alle strette, come in Presso il Bisenzio, in cui il poeta si immagina di essere pubblicamente denunciato da alcuni personaggi per il suo scarso impegno politico nei duri anni Trenta e Quaranta.
Il linguaggio alto e intellettuale di Luzi si sfalda a favore di un registro più prosastico, nel tentativo di abolire il confine tra soggetto e oggetto. Una scelta condivisa anche da Sereni nel suo capolavoro Gli strumenti umani del 1965. Come fa notare Mengaldo nella sua antologia Poeti italiani del Novecento (pag. 652), le poesie di Nel magma più che liriche sembrano dei poemi che ricordano il teatro scarno e claustrofobico di Eliot.
Il contesto rimane purgatoriale, come in opere precedenti: il soggetto non sparisce ma sembra quasi compiacersi nel farsi umiliare da altre voci. La realtà e la storia entrano nelle poesie, ma lo fanno solo lateralmente, come fossero schegge impazzite, e solo per affermare la loro inconoscibilità.

 

Giulia Cupani segnala:
Beppe Fenoglio, Una questione privata, Garzanti, 1963, 180 pagine.

Copertina Una questione privataUna questione privata di Beppe Fenoglio è un libro straordinario, un romanzo “resistenziale” che riesce, raccontando la guerra partigiana, a uscire da ogni canone e ad essere molto più che una storia di guerra e di combattimenti, di fascisti e di ribelli. Pubblicato postumo nel 1963 (in anni in cui l’Italia e la sua letteratura guardavano ad altro che non al proprio passato e alle “vecchie storie” di banditi e di repubblichini) questo romanzo sa parlare della Resistenza esondando da ogni confine e costruendo una storia che è allo stesso tempo una storia d’amore, di perdita, di morte e di guerra, e molto più di questo, senza far torto a nessuna di queste connotazioni ma anzi sintetizzandole tutte in un testo di eccezionale purezza, essenzialità e precisione.
La “questione privata” che racconta questo romanzo, infatti, è una storia che con la guerra ha poco a che fare, pur essendo intrisa fino in fondo di fango, reparti partigiani, proiettili e fascisti: è prima di tutto la storia di un’amicizia ambigua e di un amore non realizzato i cui protagonisti sono Milton – partigiano nobile e dolente, coraggioso e brutto – Fulvia – la ragazza sfuggente e remota di cui è innamorato – e Guido – suo amico che (è chiaro da subito, anche se Milton cerca fino all’ultimo di negare l’evidenza) ha avuto una relazione con Fulvia mentre lui era lontano.
Milton non sa come siano andate davvero le cose tra Giorgio e Fulvia, ma il tarlo della fiducia tradita lo consuma e diventa il centro di ogni suo pensiero, proprio mentre i fascisti, attorno, rastrellano, torturano e uccidono. Milton ha bisogno di Giorgio per scoprire la verità, ma quest’ultimo – partigiano “elegante” che dorme con il pigiama anche nei pagliai e che combatte controvoglia – è stato preso dai fascisti e sta per essere fucilato. L’unico modo per salvarlo è catturare un ostaggio e proporre uno scambio di prigionieri: comincia così la sfiancante, dolorosa e tragica ricerca di Milton, che scava nella nebbia e nel fango delle Langhe per trovare un nemico, uno qualsiasi, di cui servirsi come di un’irrinunciabile pedina, necessaria per arrivare all’unica verità che gli importa davvero e che è molto poco bellica, ma che è ugualmente irrinunciabile, per quanto “privata” .
In questo romanzo, che ha per protagonista un ragazzo che è partigiano con tutto se stesso ma che è disposto a rinunciare a ogni cosa pur di provare a salvare un amore che appare candido, disarmato, ingenuo da far male, si avverte l’eroismo di ogni storia intensamente umana che si mescola con l’anti-eroismo di ogni “storia sbagliata”, abitata da uomini che sono fragili e inermi anche quando stringono parabelli e uccidono fascisti.
Italo Calvino, commentando questo libro, ha scritto che era il testo che tutta la sua generazione «aveva sognato di scrivere». E in effetti questo romanzo – tragico e postumo, terribile e “ultimo” – è esattamente questo: il punto d’arrivo perfetto a cui ogni narrativa resistenziale tendeva, e insieme l’anello capace di collegare le storie di guerra alla letteratura in generale, andando al di là di ogni vincolo, ogni confine e ogni etichetta.

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