CAMing-out-1971-1980

Gli anni Settanta sono stati un decennio rivoluzionario, caotico e ribollente di novità, anche nel mondo della letteratura.

Nel CAMing out! di oggi vi segnaliamo quelle che sono, secondo noi, le perle irrinunciabili del decennio più scintillante, angosciato e controverso del Novecento letterario.

 

Tiziana Buda segnala:
Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, Einaudi, 1976, 208 pagine.

Copertina Lettere luterane“La vita consiste prima di tutto nell’imperterrito esercizio della ragione: non certo nei partiti presi, e tanto meno nel partito preso della vita, che è puro qualunquismo. Meglio essere nemici del popolo che nemici della realtà.”

Lettere Luterane, pubblicato postumo nel 1976 è una raccolta di testi che Pier Paolo Pasolini pubblicò sul Corriere della Sera e sul Mondo durante il suo ultimo anno di vita.

La società che descrive Pasolini è figlia di un consumismo degenerato che, penetrato a livello capillare all’interno della quotidianità di ciascun individuo, giorno dopo giorno uccide il Paese. Percorrendo queste pagine ci si trova dinanzi ad una scissione netta tra Stato e popolo. In altri termini, ed entro certi limiti, contempliamo il presente attuale.
La cultura particolarista muore un frammento alla volta, sotto il peso degli schemi di comportamento ideati appositamente dal Palazzo. Muore l’iniziativa dei giovani che perdono ogni appiglio ai propri valori morali, alla loro individualità. Con vivido realismo, l’autore afferma la necessità di abolire la televisione e si spinge ancora oltre, individuando nella scuola un ulteriore sistema di controllo del comportamento della società. In fondo se lo Stato è corrotto anche gli organismi che da esso dipendono subiscono lo stesso processo di svilimento. Si tratta di provocazioni che hanno lo scopo di risvegliare il popolo, di invitarlo a vedere la realtà della sua condizione.

Le parole di Pasolini, una volta lette, non svaniscono nel vento, ma restano, si cristallizzano dando forma a una verità amara che deve essere messa a nudo. Costituiscono, in un certo senso, il testamento di un uomo che viveva da estraneo nel suo mondo e che tuttavia era ben calato nella storia, cioè nel cuore battente della vita umana. La sua rivolta non si è spenta insieme a lui, ma brucia ancora e probabilmente brucerà per sempre.

 

Tommaso De Beni segnala:
Paolo Volponi, Corporale, Einaudi, 1974, 509 pagine.

Copertina CorporaleCorporale è un romanzo che pochi capirono, nel 1974, quando uscì. Figuriamoci oggi, quarant’anni dopo, ora che l’industria culturale ha definitivamente narcotizzato i lettori abituandoli a trame limpide, linguaggio semplice e a una lunghezza media che non deve superare le 200 pagine.
Il romanzo ebbe, peraltro, una vicenda editoriale travagliata e fu pubblicato da due editori diversi nel giro di pochi mesi. Nel frattempo uscì La storia di Elsa Morante, la quale, pur essendo stata una delle poche persone ad apprezzare l’opera dello scrittore urbinate, gli sottrasse completamente l’attenzione del pubblico e della critica letteraria. Nemmeno l’amico e pigmalione Pasolini apprezzò Corporale, salvo poi assimilarne la lezione nell’incompiuto Petrolio.
Dopo aver vinto il premio Strega nel ’65 con La macchina mondiale, Volponi si dedicò alla stesura – durata quasi dieci anni – del suo nuovo romanzo, che segnò una grande svolta soprattutto dal punto di vista del linguaggio. Il protagonista è Gerolamo Aspri, ex dirigente aziendale e insegnante in una scuola privata, con un’ideologia che va dalla democrazia olivettiana al marxismo-leninismo fino al marxismo critico e psicanalitico della scuola di Francoforte. Le pagine iniziali insistono molto su una pietra, cara al protagonista ai tempi della scuola. C’è poi una parentesi “esotica” in Africa (forse un riferimento ai nove mesi passati da Céline in Camerun). Dopodiché si torna all’italianissima Rimini, meta delle vacanze estive di Aspri e della sua famiglia, con una scena stupenda in cui viene descritta una tromba d’aria. L’idea della catastrofe si insidia così nella mente del protagonista, il quale sviluppa un’ossessione per le possibili conseguenze di un eventuale disastro nucleare (il romanzo è ambientato negli anni ’60). Segue una parantesi metropolitana (e celiniana) ambientata tra Varese e Milano, in cui Aspri collabora con il tedesco Overath, personaggio che prende il nome sia da una città tedesca che da un calciatore molto noto in quegli anni, e si dedica a traffici illegali che riguardano droga, prostitute e lotte clandestine di cani. In questo frangente Aspri si identifica con il Robin Hood messicano Joaquin Murieta (o Murrieta), considerato un bandito o un rivoluzionario a seconda dei punti di vista. Nell’ultima parte il protagonista si rifugia sull’Appennino marchigiano per costruire il suo rifugio anti-atomico.
Lo stile di scrittura è un Giano bifronte che guarda da un lato verso Joyce, Céline e Leopardi e da un altro lato verso la neoavanguardia (e, forse inconsapevolmente, anche al postmodernismo americano di Kurt Vonnegut e Thomas Pynchon). La narrazione alterna la prima persona alla terza, tecnica che forse molti hanno conosciuto leggendo Infinite Jest di David Foster Wallace, ma che troviamo molto prima di lui proprio in autori come Pynchon.
La forma è quanto mai instabile, tanto da assomigliare più all’apologo e al poema che al romanzo. I temi sono molteplici, ma, come dice il titolo, quello del corpo è centrale, anche come metafora dei cambiamenti sociali, tecnologici e politici.

 

Alice Campagnaro segnala:
Goffredo Parise, Sillabario n.1, Einaudi, 1972, 144 pagine.

Copertina Sillabario n. 1Nel nostro ideale canone degli anni Settanta, scelgo quest’opera perché è straordinariamente estranea al decennio esplosivo durante il quale è stata pubblicata.
I Sillabari non esprimono il conflitto, lo schianto, il polemos che governa la vita degli uomini, bensì sono permeati da una dolcezza e un dolore sommessi. Raccontano sottovoce storie minute di individui spesso senza nome, o identificati dal solo nome di battesimo, nelle quali ogni esperienza è universale. Molti anni passano, fulminei e impietosi, in poche righe, alternandosi a situazioni talmente dilatate da dare l’impressione di essere riprese al rallentatore: il ritmo, ora ampio ora pulviscolare, gonfia ogni brano di narrazione con il respiro del mondo.
I luoghi sono quelli brumosi del Veneto più bello, fatto di montagne innevate da cui lanciarsi in vertiginose corse sugli sci, di profonde campagne ordinatamente organizzate dalla mano dell’uomo che affila la falce (non a caso, il più rurale dei racconti è intitolato Bellezza), di città d’arte. La natura è sempre amica dell’uomo, non tradisce. La bellezza di alcuni luoghi (uno su tutti: Piazza San Marco, che Parise amava di un amore particolare) è descritta con precisione ma è sempre dovuta al ‘sentimento’ dell’uomo che vi si trova e sente il proprio animo in sintonia con il suo essere lì.
La scrittura di Parise è volutamente naif e gioca ad accentuare la semplicità dello sguardo. I personaggi sono spesso autenticamente ingenui ma il narratore, e il lettore con lui, non lo sono mai.
Le parole sono scelte con una cura estrema che le rende tutte necessarie, come avviene in poesia, e si finisce spesso per trovarsi di fronte a un abisso di silenzio da cui solo la parola, quella parola, può salvare. Il lettore avanza nella purezza di questi racconti come su una fragile superficie ghiacciata al di sotto della quale, in trasparenza, palpitano i sentimenti umani, sopiti ma non annullati in un’opera che sa magistralmente unire la bellezza e il dolore in un unico, necessario significato.

 

Caterina Di Paolo segnala:
Luke Rhinehart, L’uomo dei dadi, Marcos y Marcos, 2004, 544 pagine.
Traduzione di Marina Valente di The Dice Man, 1971.

Copertina L'uomo dei dadiNon sapevo se scrivere una recensione formale di questo libro o se scriverne una sfegatata e scombinata, così ho pensato “pari la prima dispari la seconda” ed è uscito un tre. Quindi niente convenevoli: questo libro è un capolavoro assoluto, dovete leggerlo tutti, ora. Uscite, compratelo e leggetelo adesso. Raus.
Per quelli che vogliono arrivare alla fine della recensione per capire come mai questo è un capolavoro assoluto, vi spiego un po’ di cose, ma in modo non ordinato perché il dado mi ha detto di fare così.
L’uomo dei dadi è uscito nel 1971 ed è arrivato in Italia, per merito di Marcos y Marcos, solo nel 2004. Marcos y Marcos ha fatto una grandiosa opera di bene a pubblicare questo libro che sembra scritto tra dieci anni.
Il libro, all’uscita, è stato bandito in diversi Paesi ed è diventato subito un cult in America.

L’uomo dei dadi
è l’autobiografia di Luke Rhinehart, vero nome George Cockcroft. Luke Rhinehart è uno psicanalista che decide che ogni sua scelta futura dipenderà da un lancio di dadi. Lo fa sempre di più, e arriva a creare dei Centri del Dado per i suoi pazienti. Succede di tutto, e non c’è nessun buonismo da anime belle.

Libri simili: Suburbio e fuga, Franny & Zooey, Mi ami?. Ho detto poco, eh? Il tema di questo quartetto favoloso è la dissoluzione dell’ego, pratica che non è mai troppo tardi per considerare.

Tipi umani
per cui L’uomo dei dadi è particolarmente necessario: gli amanti del realismo, del minimalismo, dell’ombelicalismo; chi va in analisi, chi scrive solo in prima persona solo per esporre le proprie angosce, gli ipocondriaci o in generale chi tende a sovrainterpretare i propri stati mentali o fisici. Quindi, a spanne, il novanta per cento delle persone che conosco.

Cosa succede a chi legge L’uomo dei dadi: mia madre ha iniziato a collezionare dadi compulsivamente. Non mi è dato sapere quando li usa ma a volte lo fa. A volte lo faccio anch’io. Da quando ho letto il libro cerco di capire, tra i miei amici che hanno letto L’uomo dei dadi, chi sia diventato a sua volta uomo dei dadi. Molti me ne sembrano una versione debole (come me, del resto, e come Sheldon nella puntata di The big bang theory che omaggiava questo libro): lanciano i dadi per decisioni minori, o facendo domande faziose. Rhinehart mostra come con una certa buona volontà e molta incoscienza si possa diventare uomini dei dadi totali. Bisogna rinunciare alla propria vita e alla propria identità. Ci tenete così tanto?

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