CAMing-out-1981_1990

Che eredità letteraria ci hanno lasciato, i meravigliosi anni Ottanta? Cosa è rimasto, a oltre trent’anni di distanza, di quel decennio fatto di musica pop e di muri che cadono?

Nel CAMing out! di oggi, vi raccontiamo quello che resta – secondo noi – del decennio più luccicante e del Novecento.

Tiziana Buda segnala:
Luis Sepúlveda, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, Guanda, 2014, 160 pagine.
Traduzione di Ilide Carmignani di Un viejo que leía novelas de amor, 1989.

Copertina Il vecchio che leggeva romanzi d'amoreIl vecchio che leggeva romanzi d’amore è un romanzo denso in cui convivono due anime distinte, ma in fin dei conti non separate: l’anima dell’uomo e l’anima della foresta.
Antonio Josè Bolìvar è un uomo che vive la sua vita “diviso” dai luoghi che, nel passato come nel presente, lo circondano. Un amore perduto alle sue spalle che lo allontana dalla vita di colono, ma anche l’isolamento dalla comunità degli Indios dell’Amazzonia, che pure gli hanno insegnato a vivere nella foresta.
Bolìvar è, ancora, un uomo separato dal tempo. La sua figura è eterna perché le sofferenze patite nel corso della sua vita non lo hanno schiacciato e sconfitto, ma al contrario gli hanno permesso di evolvere, di crescere e di imparare molte cose su se stesso e la specie cui appartiene. Il suo animo, carico di emozioni e sentimenti contrastanti, entra in una singolare simbiosi con lo spirito della foresta, selvaggio e violento, cui si deve il più naturale rispetto.
Ed è proprio questo il motivo per cui deve essere lui a cacciare e finire una tigre, distrutta dall’odio e impazzita dal dolore a causa della perdita dei cuccioli: lo farà con amore (cioè con profonda comprensione), perché guardando l’animale negli occhi Bolìvar vede riflesso se stesso. Questo personaggio, che ci appare quasi come un vecchio saggio, in realtà non è altro che un assassino, e lui stesso ne è pienamente consapevole. Attraverso le pagine di questo splendido romanzo ci si rende conto di quanto spesso l’uomo è in grado di orchestrare il suo personale fallimento.
Alla fine Bolìvar si avvia verso la sua capanna, ritorna alla solitudine che ha scelto per sé e alla lettura dei romanzi d’amore «che parlavano d’amore con parole così belle che a volte gli facevano dimenticare la barbarie umana».

 

Giulia Cupani segnala:
Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, 1986, 208 pagine.

Copertina I sommersi e i salvatiI sommersi e i salvati non è il libro più bello di Primo Levi. Non è il capolavoro della sua prosa netta e cristallina, inevitabilmente amabile, non è la meraviglia incantata che abita le pagine del Sistema Periodico e non è nemmeno la drammatica, leggera e lancinante ironia che attraversa lo scorrere del viaggio raccontato in La tregua. Non è niente di tutto questo, I sommersi e i salvati, e non lo è consapevolmente, non lo è perché non ha alcun bisogno di esserlo, perché non ricerca la bellezza, perché non vuole inseguire l’incanto né lusingare il lettore, ma solo arpionarlo e appiccicarlo alle pagine, senza lasciargli vie di fuga. Questo libro è, semplicemente e consapevolmente, la summa di tutto ciò che Levi aveva bisogno di dire, è la chiusura di ogni suo conto in sospeso, è il suo perfetto addio alle forme della parola scritta, anticamera necessaria del suo definitivo congedo dal mondo. È un libro chirurgico e spietato, necessario e terribile. Da leggere per forza, senza cercare scuse.
Con questo saggio Levi chiude il cerchio aperto con Se questo è un uomo, il “libro liberatore” scritto subito dopo il ritorno da Auschwitz nel tentativo di esorcizzare il veleno del lager. Se quel libro era stato il racconto di un’esperienza infernale, incisa per sempre nella carne e nella memoria e trasfigurata nelle forme della letteratura, I sommersi e i salvati è un’analisi spietata e lucida di ciò che l’uomo è, alla luce dell’esistenza del lager. Auschwitz è esistito, dichiara a gran voce Levi in queste pagine, e questo dato di fatto pone degli interrogativi all’intera umanità, nessuno escluso. Il lager non è qualcosa che riguarda solo chi c’è stato, non è un puro oggetto di memoria, pur necessaria: è una realtà che apre piaghe innominabili e impossibili da sigillare, costringendo ogni uomo e ogni donna a interrogarsi sulla natura stessa dell’umanità, sulla consistenza della “zona grigia” che avvicina vittime e carnefici, sull’impossibilità di difendersi dall’orrore della violenza, che sono vicini e striscianti sempre, nonostante ogni tentativo di non vederli.
È un libro spietato e inesorabile, questo, da leggere accettando il peso della sua verità e la consistenza delle sue accuse di fronte a cui nessuno si salva, e che non hanno paura di dire l’indicibile. In queste pagine Levi trova, una volta per sempre, la risposta al suo antico interrogativo a proposito di cos’è l’uomo, e la getta sul lettore senza paura di ferirlo: l’uomo è il nazista e insieme il reduce, è allo stesso tempo l’ingranaggio di Auschwitz e il suo prigioniero, è l’assassino e la vittima. Nessuno è al sicuro, nessuno è senza colpa di fronte a questo, perché Auschwitz c’è stato, è stato costruito da uomini e ha inghiottito vite di uomini, e questa evidenza non può essere esorcizzata o digerita, ma va solo accettata per quel che è.
Di fronte a questo dato di fatto l’uomo non può salvarsi; può solo sforzarsi restare sempre fedele alla ragione, al pensiero, alla pietà, alle poche cose che – al fondo di tutto – lo rendono diverso dalla bestia. E, alla luce di questa fedeltà, provare a guardare l’abisso che sta sempre fuori e dentro di lui, fissandolo con l’orgoglio di chi può dire, nonostante tutto, di essere uomo, nel bene e nel male, anche di fronte al caos più innominabile e al più irredimibile degli orrori.

 

Serena Stangherlin segnala:
Javier Marías, Tutte le anime, Einaudi, 1999, 222 pagine.
Traduzione di Glauco Felici di Todas las almas, 1989.

Copertina Tutte le animeTutte le anime, uscito in Spagna alla fine degli anni Ottanta, è un libro che racconta le contraddizioni che si trova ad affrontare chi accetta di essere catapultato in una realtà più retrograda e chiusa della propria. Javier Marías trae ispirazione dalla sua esperienza personale all’Università di Oxford, città lungo le cui strade si dipana il filo sottile della narrazione; ma supera il realismo, almeno quello tradizionalmente inteso, e opta per un romanzo che può ben dirsi psicologico o meglio di un “realismo psicologico” disarmante.
Il romanzo si mostra degno di nota in quanto primo di una sorta di trilogia tutta particolare sull’amore, che di fatto non racconta vicissitudini amorose. L’autore ci regala piuttosto una rappresentazione più autentica, paradossalmente perché filtrata, meditata ed interiorizzata, dell’amore stesso. Quanto giunge a più chiaro compimento in Un cuore così bianco, secondo libro della trilogia, cui segue Domani nella battaglia pensa a me, è infatti l’analisi sottile non del sentimento, ma della percezione e dell’idea stessa di esso, che prende piede in Tutte le anime. Non a caso qui, sullo sfondo di una serie di intrighi e di perversioni ben celate dietro la noia e la routine della vita accademica, il protagonista, un docente spagnolo trasferitosi da poco, s’invaghisce di una giovane collega, Clare. Divenendone l’amante “a scadenza”, l’uomo elabora acute riflessioni su quanto il limite e l’impossibilità, o almeno la consapevolezza o l’auto-imposizione di esse, possano aiutare a considerare senza filtri le relazioni che si instaurano in determinati contesti.
Nelle riflessioni più ambigue e profonde del protagonista si ha paradossalmente la messa a nudo di pensieri da cui tutti almeno una volta sono stati sfiorati, senza mai avere la forza o il coraggio di fissarli più a lungo di qualche secondo. Ecco la forza della scrittura pregnante ed affascinante di Marías, il coraggio di chi si guarda vivere e analizza con minuzia i dettagli, forse per darvi un senso quanto più metafisico, ma autentico, possibile.

 

Caterina Di Paolo segnala:
Andrea De Carlo, Due di due, Bompiani, 1989, 389 pagine.

Copertina Due di dueUna doverosa premessa, anzi due: ho letto questo libro a sedici anni, e non ho più letto altro di De Carlo. Di lui so che ha partecipato come giudice a Masterpiece e che lo scorso anno persino i vetri degli autobus erano tappezzati di pubblicità del suo ultimo libro, Villa Metaphora – il titolo e la pubblicità mi hanno convinta a non leggerlo mai.
Due di due, al netto di questi disclaimer, per la me adolescente è stato un fondamentale, e l’attenzione di Calvino alle prime opere di De Carlo forse mi dà ragione.
Guido Laremi e Mario diventano amici al liceo, alla fine degli anni Sessanta. Vivono a Milano e Mario guarda Guido col misto di ammirazione e invidia che molti hanno vissuto per l’estroverso della classe. Guido simpatizza per gli anarchici e prende parte alle contestazioni studentesche criticando l’ortodossia miope dei movimenti comunisti. Mario lo osserva, iniziando a chiedersi quale possa essere la radice di quella rabbia che Guido sembra avere come motore, e insieme sentendosi in difetto, più tradizionalista dell’amico. Dopo la maturità e le fidanzate, l’affacciarsi annoiato e malcerto sul mondo adulto, i due partono per la Grecia: il viaggio svela gli attriti tra i due: Mario malsopporta la spavalderia di Guido e Guido forse vede Mario come un pavido. Guido Laremi – mi viene da chiamarlo per nome e cognome perché così è inciso nella mia mente – ha una componente misteriosa agli occhi di Mario, come tutti gli amici a cui siamo più legati e il cui carisma ci incute timore.
Le vite dei due, dopo il viaggio, prendono vie diverse. Mario trova la sua dimensione nella natura, costruendo un casolare con la compagna e diventando autonomo nella produzione di energia e cibo. Dopo un lungo periodo ramingo, Guido va ospite da Mario. Nel casolare scrive Canemacchina, un libro sulla violenza e l’orrore della città, riscuotendo un enorme successo, e vive su di sé il paradosso di aver criticato un sistema diventando parte del suo entertainment– interviste televisive, recensioni, un benessere di cui non sa bene cosa fare.
Mi è capitato molte volte di chiedermi se io fossi Mario o Guido, e per molti anni ho cullato l’idea del casolare, come una realizzazione ascetica sempre possibile. Mi è capitato anche molto spesso di sentir dire a qualcuno «basta, ora vado in campagna e cambio vita», e di sorridere. Quello che è certo è che Due di due – nella scrittura piana ma insieme vorticosa, nella presenza di Guido così ingombrante e forte – è un libro che ha segnato me e molti dei miei, ma non saprei se consigliarlo. Se avete sedici anni potete leggerlo. Potete leggerlo anche a trenta se riuscite a guardare Guido, Mario e voi che leggete con la necessaria lucidità, senza ridere di loro per non ridere di voi stessi.

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