CAMing-out-1990

Cosa hanno lasciato, nel mondo della letteratura, gli anni che abbiamo attraversato? Cosa resta, a guardarli a posteriori, dei decenni letterari trascorsi?

Facciamo il punto della situazione, e nel CAMing out! di oggi raccontiamo il “best of” degli anni Novanta: ecco qui il meglio del meglio della narrativa di fine millennio, scelto da noi:

 

Tiziana Buda segnala:
Robert M. Pirsig, Lila. Indagine sulla morale, Adelphi, 1992, 508 pagine.

Copertina LilaRobert Pirsig non è un narratore comune. Forse non è affatto un narratore, ma piuttosto un filosofo. Lila, il suo secondo romanzo, viene pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1991. È un testo che la critica non ha tardato a demolire, proprio perché la componente filosofica è molto più densa rispetto al precedente Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. Eppure non gli è affatto inferiore, anzi.

Fedro incontra una donna ambigua ed enigmatica, Lila. Ma Lila è anche “il gioco del mondo”, una sorta di fantasmagoria regalata da Siva che si confonde con la nostra realtà. E infatti tutto ciò che la riguarda è beffardo, incongruo, in continua oscillazione tra verità e imbroglio.
Discendendo le correnti dello Hudson verso New York con la barca a vela il lettore è spinto, tra comicità e terrore, a intraprendere un viaggio nelle profondità dell’animo umano, di cui Lila diviene l’esempio. La domanda che assilla Fedro è forse una delle domande fondamentali della filosofia in tutta la sua storia. La domanda sulla qualità. Cos’è la qualità? Lila la possiede oppure no?

Coinvolgendoci in un turbine di eventi e di pensieri abissali Pirsig vuole determinare con estrema trasparenza in cosa si distinguono Bene e Male e qual è l’equilibrio che ne regola il campo d’azione. Un equilibrio tra qualità statiche e qualità dinamiche, proteso a conservare la solidità della struttura (di una società, di un singolo individuo, della conoscenza), e contemporaneamente a rinnovarne gli schemi in piena libertà, perché, in fondo, la matita è più potente della penna”.
Ed è proprio su un equilibrio come questo, dunque, che si fonda la qualità di un mondo.

 

Nicolas Alejandro Cunial segnala:
Frank McCourt, Le ceneri di Angela, Adelphi, 1997, 378 pagine.

Copertina Le ceneri di AngelaNon c’è molto da dire: dovete leggerlo. Punto. McCourt ha vissuto un’infanzia tremenda, segnata dalla povertà e dalla fame, da un padre alcolista e poi fuggitivo, in un’Irlanda dimenticata dallo stesso Dio che venera. Il cattolicesimo è solo un aspetto che rende la sua vita fanciulla così deprimente: aggiungetevi un contesto storico – siamo negli anni ’30 – in cui i maestri di scuola ti squarciano le mani con una bacchetta se proferisci parola; una famiglia talmente povera, ma così orgogliosa, che non si abbassa a chiedere la carità e si fa bastare quel nulla che gli viene dato dall’assistenza sociale (qualche chilo di carbone per riscaldare una casa diroccata affiancata da una latrina in cui tutto il vicinato viene a scaricare i propri liquami, alcune razioni di cibo e nulla più).
Ora, immaginate che tutto questo ve lo racconti un bambino, e avrete Le ceneri di Angela, il primo libro sulla vita dell’autore cui segue Che paese, l’America!
McCourt, nato in America ma tornato con la sua famiglia all’età di quattro anni nell’Irlanda più povera e incazzata con l’Inghilterra, sopravvivrà alla scomparsa di tre dei suoi fratelli minori, alle notti insonni in cui il padre – tornato ubriaco di Guinness dal pub – sveglierà lui e i suoi fratelli facendoli giurare che moriranno per l’Irlanda, al tifo, a settimane intere in cui la famiglia non ha altro da mangiare che tè.

Il pregio di questo libro è la sua capacità di non scadere mai nell’autocommiserazione, forse perché un bambino non conosce questo sentimento e vede il giorno successivo come il tempo necessario affinché tutto possa migliorare. La speranza di andarsene, di tornare in America, muove ogni azione e intenzione del giovane Frank, vittima degli eventi e osservatore acuto del suo tempo.
La bellezza di questo romanzo, inoltre, risiede nello stile: vi sembrerà davvero che tutta questa storia ve la stia raccontando prima un bambino, poi – col progredire dell’età – un ragazzo, con tutta l’innocenza dei suoi occhi attenti. A fine lettura, rimane la delusione di non essere stati lì, nella storia dell’autore, per fare il tifo per lui quando, durante le piogge torrenziali, andrà a raccogliere pezzi di carbone per strada per migliorare l’esistenza propria e della sua famiglia. Io, almeno, avrei voluto avvicinarmi a lui e, senza dire nulla, ci saremmo capiti: non è la mancanza a fare più male, ma l’impossibilità di riempirla.
Lui c’è riuscito.

 

Giulia Cupani segnala:
Ian McEwan, L’inventore di sogni, Einaudi, 1994, 89 pagine.

Copertina L'inventore di sogniCi sono scrittori che raccontano la realtà, e ci sono scrittori che parlano di inesistenti mondi di invenzione fatti di immagini oniriche, di disegni mentali, di fantasia. Così va il mondo, nella sua struttura regolare, ed è rassicurante che le cose siano fisse in questi termini, è buono e giusto che ogni autore giochi nella sua metà campo e sappia tessere le sue trame seguendo i propri percorsi, percorrendo le strade del mondo che meglio conosce.

A volte, però, ci sono scrittori che sanno mescolare i due piani in un modo così affascinante e così lineare, così convincente e così semplice, che si resta ammaliati dalla naturalezza con cui sanno dimostrare che il campo del vero e quello del possibile non sono affatto separati come sembra, e che è possibile creare nuovi mondi magicamente sospesi tra l’uno e l’altro, abitati allo stesso tempo dalla meraviglia della concretezza e dal retrogusto lieve del sogno. Tra gli autori che sanno muoversi da maestri sul ciglio di quest’equilibrio fragilissimo, senza mai scivolare nel paradossale o nel grottesco, non si può non citare Paul Auster, con quel surreale e stupendo capolavoro che è Mr Vertigo – o Ian McEwan, che nelle pagine del suo Inventore di sogni crea una storia minima e semplicissima, abitata però da tale poesia e tale incanto che a leggerla si rimane sbalorditi, a prescindere da tutto. La storia è quella del giovane Peter Fortune, ragazzino inglese del nostro tempo – degli anni Novanta in cui scrive McEwan, per essere precisi, ma la ragazzinitudine è cosa troppo grande per essere soggetta alle becere norme che regolano lo scorrere dei decenni, e il tempo di Peter è senza alcun dubbio il nostro – che vive una vita sempre sospesa tra realtà e “oltre”.
I racconti che lo vedono protagonista iniziano sempre nel mondo di tutti noi, ma dopo poche righe trascolorano inesorabilmente, come se fossero posti su un piano inclinato scivoloso, in un universo onirico in cui gli oggetti prendono vita ed è possibile cancellare i membri della propria famiglia spalmandogli addosso una misteriosa pomata che inghiotte le persone, in cui si può essere lattanti che sanno conoscere il mondo solo mordicchiandolo oppure gatti dotati di sentimenti e percezioni totalmente felini. Le storie di Peter sono avventure minuscole, piccoli squarci di sogno, ma si imprimono nella memoria perché ognuna di loro mostra una realtà che non è fittizia, non è banalmente inventata, ma che è realmente “ulteriore”, nascosta sotto il mondo e pronta a venire a galla appena le si lascia lo spazio necessario per prendere corpo.

In questo romanzo piccolo e acuto, semplice e pieno di cristallina leggerezza, Mc Ewan mescola suggestioni quasi psicanalitiche alla lineare profondità del mondo interiore di un ragazzino che, semplicemente, dondolandosi sul filo dei suoi pensieri si dimentica della realtà e scivola altrove. In un mondo “di là” in cui, come non mai «forse era sogno, ma sonno non era».

 

Tommaso De Beni segnala:
Paolo Volponi La strada per Roma, Einaudi, 1991, 420 pagine.

Copertina La strada per RomaRepubblica borghese fu concepito da Paolo Volponi, laureato in giurisprudenza, verso la fine degli anni Cinquanta, quand’egli non era ancora comunista ma votava Partito Repubblicano. Poi, nel 1961, lo scrittore urbinate consegnò al suo editore Memoriale, uscito poi nel ’62, un romanzo sulla condizione operaia scritto di getto in pochi mesi all’inizio del suo connubio con la Olivetti di Ivrea, realizzando così la profezia di Pasolini che gli aveva detto, puntandogli il dito: “Entro i quarant’anni anche tu scriverai un romanzo”. Fino a quel momento infatti Volponi aveva scritto e pubblicato solo poesie. Sempre nel ’61 iniziò a raccogliere idee e appunti e a scrivere la prima stesura di Repubblica borghese, ma il successo di Memoriale e i profondi cambiamenti della società italiana spinsero lo scrittore a seguire altre vie e ad abbandonare il progetto. Dopo trent’anni però Volponi decise di riprendere in mano il manoscritto nel cassetto, non toccando troppo il testo originale ma cambiando solo il titolo, “essendosi nel frattempo la Repubblica del tutto rivelata ben più che borghese”. La strada per Roma uscì allora nel ’91 e valse a Volponi il suo secondo premio Strega, dopo La macchina mondiale nel 1965. Il suo ultimo romanzo edito, dunque, è anche il primo che egli abbia concepito e chiude un ciclo di opere narrative decisamente “impegnate” e pregne di valore artistico e civile, che raccontano quasi tutto il Novecento italiano dagli anni Trenta agli anni Ottanta.

Guido ed Ettore sono due studenti di Urbino che si trovano, dopo la seconda guerra mondiale, a sognare assieme un futuro di democrazia per la neonata Repubblica italiana. Ovviamente alle loro aspirazioni sociali e politiche si legano le vicende biografiche personali. La scelta è quella che attanaglia il cuore e la mente di tantissimi giovani da sempre, ed è tra l’altro una questione molto attuale: rimanere o partire? Rimanere ad Urbino e darsi da fare o abbandonare tutto per coltivare maggiori ambizioni in una grande città come Roma? Le radici non sono solo una foto sbiadita da guardare con nostalgia, ma forse comportano una responsabilità, una strada già segnata che va perseguita. Come si può sperare che Urbino esca dal suo isolamento se i suoi migliori giovani se ne vanno? Guido, gran donnaiolo e un po’ ossessionato dall’ingombrante figura del padre, decide di partire per Roma, mentre Ettore, che non ha il coraggio di iscriversi al Partito Comunista, rimarrà a Urbino a fare il professore. Un solco viene quindi scavato nella loro amicizia.

Lo stile non è sperimentale come i successivi romanzi, ma mostra già la straordinaria forza descrittiva di Volponi, desunta dalla pittura, e anche la capacità di fondere una lingua colta (ma di natura autodidatta) con le varie possibilità espressive del dialetto. Il libro è una bellissima storia di amicizia e un grande affresco delle luci e delle ombre della “città ideale”.

 

Annalisa Scarpa segnala:
Hans Magnus Enzensberger, Il mago dei numeri, Einaudi, 1996, 258 pagine.

Il mago dei numeriIn effetti l’ha fatto oltre la fine degli Anni Novanta, ma Hans Magnus Enzensberger è un autore che mi ha sempre stupita. Prima di tutto con il suo cognome, un lungo e quasi impronunciabile guazzabuglio di consonanti: tornare dal Festivaletteratura 2003 riuscendo a pronunciarlo con precisione è stato uno dei miei grandi traguardi di neofita degli eventi culturali. La stessa occasione è servita a farmi scoprire che la poesia contemporanea in lingua tedesca (avevo 17 anni, è bene ricordarlo) poteva dirmi qualcosa, e che poteva essere poetico parlare di cacciaviti, fichi, formiche e lampadine elettriche. Tornai, come dicevo, da quel Festivaletteratura con il preciso intento di lasciarmi stupire ancora, e tenni fede al proposito imbattendomi in uno romanzo non meno strampalato di una poesia che parlava di pepe e sale (a proposito, se la memoria non mi inganna, trovate “In cosa sono manchevole” in Più leggeri dell’aria ). Il romanzo, se volete considerarlo tale, visto che in biblioteca non è raro trovarlo classificato come saggistica, è Il mago dei numeri, pubblicato per la prima volta nel 1996 da Einaudi, che continua a ristamparlo con soddisfazione. Il merito si deve, senz’altro, all’argomento, molto spendibile in ambito scolastico ma ancor più spendibile con coloro a cui l’argomento poco interessa: la matematica. Ebbene sì, Il mago dei numeri è una specie di Paperino nel mondo della matemagica, ma senza Paperino e con un diavoletto (il titolo orignale dice proprio “Teufel”, non “mago”) a condurre il protagonista Roberto tra misteriose proprietà dei numeri e delle figure geometriche, serie dal comportamento irresistibilmente irragionevole o inspiegabilmente regolare, calcolatrici gigantesche e piramidi colorate. Il tutto in sogno, una notte per capitolo, un argomento alla volta. Un’ottima lettura della buonanotte, specialmente se vi piacciono le storie colorate e piene di collegamenti nascosti. Il libro si rivolge a ragazzi, ma è senz’altro molto accattivante anche per adulti che la matematica delle superiori l’hanno ormai quasi completamente dimenticata e che sono disposti a seguire il diavoletto insieme ai numeri bonaccioni, a un esercito di lepri e di compagni di scuola. Se vi sentite troppo adulti per certe sciocchezze, potete partire dall’indice finale e vedere se vi ricordate ancora qualcosa. I fattoriali, per esempio, io li avevo del tutto rimossi. Come a volte si rischia di dimenticare quanto piacevole sia ragionare.

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