CAMing-out-layout-2000-2010

Cosa hanno lasciato, nel mondo della letteratura, i decenni che abbiamo attraversato? Cosa resta, a guardarli a posteriori, degli ultimi anni letterari?

Facciamo il punto della situazione, e nel CAMing out! di oggi raccontiamo il “best of” dell’ultimo decennio: il meglio del meglio degli anni Zero, scelto da noi:

Tiziana Buda segnala:
Copertina I salici ciechi e la donna addormentataMurakami Haruki, I salici ciechi e la donna addormentata, Einaudi, 2010, 376 pagine.

Pubblicato nel 2005 (ma pensato e scritto nell’arco di un ventennio) I salici ciechi e la donna addormentata colpisce innanzi tutto per la sua grande coerenza. Ci si aspetterebbe di seguire l’autore in un suo personale percorso cronologico fatto di riflessioni che, di racconto in racconto, prendono corpo e struttura sempre più definite. Eppure non è così. Murakami ci introduce in 24 universi distinti e caotici senza che si riesca ad avvertire alcuna distanza tra di essi, e che riassumono con salda coerenza le tematiche principali dell’autore.

I racconti descrivono vite ordinarie e persone comuni, prigioniere della loro disperazione, che vengono scosse da un evento o un incontro straordinario. Come spesso accade nelle opere di Murakami, il soprannaturale spazza via la mediocrità da queste esistenze e può capitare che un semplice custode notturno si guardi allo specchio e si renda conto che la persona riflessa non è lui; oppure che il nostro vero io venga mangiato dai gatti senza accorgercene.
Attraverso questa raccolta di storie ironiche e assurde Murakami riesce con grande abilità a dare struttura alle piccole verità della vita, quelle che generalmente siamo troppo distratti da notare e soprattutto a dimostrare come tutto si muova e cambia: i sentimenti, i punti di vista, perfino il destino, da sempre considerato immutabile.

Il mondo che si incontra leggendo queste pagine è rarefatto e costellato da eventi che non trovano spiegazione razionale. Ma è anche un mondo pieno di vita e possibilità, reale. Perché, in fondo, l’equilibrio tra ordinario e straordinario (in positivo e in negativo, si intende) è ciò che di più reale c’è al mondo.

 

Copertina Il lamento del prepuzioNicolas Alejandro Cunial segnala:
Shalom Auslander, Il lamento del prepuzio, Guanda, 2009, 267 pagine.

Auslander è l’autore che mi ha fatto scoprire che la buona letteratura può anche fare a meno di prendersi così dannatamente sul serio. Il libro è una sorta di diario, un’autobiografia della gioventù dell’autore, nato e cresciuto secondo i precetti ebraici che però non ha mai imparato a fare suoi. È la narrazione di un ballo dentro la fede, con un piede che va secondo il tempo divino e uno che invece scappa da quella musica, seguendo un ritmo tutto suo, sempre in contrasto con quello portante.
Auslander ci porta nella sua infanzia fatta di proibizioni, in un’America dall’anima commerciale che attira i fanciulli nelle grinfie del consumismo sfegatato. Ma un’infanzia ebrea non è come una infanzia qualunque. E un’infanzia ebrea a New York è sicuramente più difficile da sopportare, perché pare che, per rispettare tutti i dettami della propria fede, si faccia prima a morire che a vivere. E con un Dio come Auslander lo descrive – iracondo, insensibile, giudice assetato di sentenze – ci vuole poco a morire, e la vita non è così semplice come la si vuole raccontare.
Il lamento del prepuzio descrive quindi, con ironia lacerante, il rapporto del protagonista con la sua famiglia e i suoi problemi, un’adolescenza che vuole maturare nella libertà e un interlocutore sacro che è presente solo per far danni al momento giusto, e assente in tutti gli altri casi. Il tutto raccontato con una comicità che guarda a esempi come Groucho Marx e Woody Allen.
Se cercate una storia semplice ma efficace, un racconto divertente e non meramente retorico, insomma un buon libro che vi lasci spensierati ma con qualcosa su cui riflettere, leggete Il lamento del prepuzio. Perché non c’è niente di peggio che credere che i libri siano incapaci di farci ridere di gusto.
Auslander lo ha capito, e ci ha fatto il favore di metterci di fronte a questa realtà. E gliene siamo grati. Shalom!

 

Copertina Se consideri le colpeGiulia Cupani segnala:
Andrea Bajani, Se consideri le colpe, Einaudi, 2005, 170 pagine.

C’è un figlio che ha perso la madre, al centro di questo romanzo breve di Andrea Bajani che sa essere prezioso e solido senza diventare mai pretenzioso o pesante, e che riesce a uscire vincitore da una sfida potente come quella di raccontare una storia d’amore, di conflitto e di perdita senza scivolare mai nei trabocchetti facili della retorica a poco prezzo, dell’occhio lucido che tutto confonde, della frase furbetta messa al posto giusto per spingere il lettore alla commozione.
C’è un figlio che ha perso la madre, partita per un “viaggio della speranza a rovescio” che l’ha portata nella Romania post-comunista, una sorta di “nuovo mondo” in cui la donna ha delocalizzato la propria fabbrica e ha cominciato una vita nuova, lasciandosi alle spalle il figlio e, con lui, tutto il passato. Il protagonista l’ha vista andare, diradare poco a poco le sue visite a casa e infine smettere una volta per sempre di tornare, e agli occhi del lettore la figura di questa donna ambigua e sfuggente resta sempre indistinta, misteriosa esattamente com’è per suo figlio, che l’ha conosciuta bambino e non ha mai avuto l’occasione di costruire un rapporto “adulto” con lei.
Finché, un giorno, quel figlio abbandonato riceve una telefonata dalla Romania che gli annuncia che sua madre è morta, e che lui deve andare quanto prima a Bucarest per occuparsi del funerale. Il ragazzo si trova quindi, paradossalmente, a dover colmare il vuoto di quell’assenza proprio nel momento in cui quel vuoto si è fatto incolmabile e ogni tentativo di porvi rimedio è ormai fatalmente sterile e privo di senso. Eppure, viaggiando dentro quel misterioso Est brulicante di fabbrichette e di miseria, in quel mondo terribile, grottesco, impossibile da comprendere e mettere a fuoco, il protagonista riesce poco a poco a mettere insieme alcuni dei tasselli che compongono la sua vita, arrivando infine a stringere almeno qualcosa – qualcosa di piccolo e assurdo come una cornetta da doccia acquistata da un bambino che fa il venditore ambulante su una piazza enorme e grigia, eredità del vecchio regime; qualcosa di strano e irrinunciabile come un terreno che sua madre ha comprato per lui, in quel paese in cui lui non ha mai messo piede, e che lui sceglie, contro ogni ragionevolezza, di non vendere – che lo mette in contatto con l’immagine perduta di quella donna misteriosa che è, nonostante tutto, la donna che l’ha messo al mondo.
“Se consideri le colpe, Signore, chi potrà sussistere?” recita la Bibbia, e lo stesso clima di profezia funesta, di fine del mondo imminente che incombe su questa frase biblica abita anche le pagine di questo libro coraggioso e forte, che vuole raccontare i mille modi in cui gli uomini tentano di colmare i vuoti del loro passato. Aggrappandosi alle cose, e sforzandosi di non farsi travolgere dall’onda grande del dolore, anche quando questo significa rinunciare a ogni orgoglio, a ogni sicurezza, a ogni buon senso.

 

Lorenza BennardoCopertina L'accademia Pessoa segnala:
Errico Buonanno, L’accademia Pessoa, Einaudi, 2007, 185 pagine.

Il mio problema con la “letteratura” italiana degli ultimi dieci (facciamo anche venti) anni, è che non la conosco. Ogni volta che mi metto d’impegno per tappare il buco, mi imbatto in qualcosa che mi fa venire voglia di tornare indietro. Io ho di sicuro un problema di coordinate, e la produzione editoriale degli ultimi vent’anni ha, probabilmente, un problema di dimensioni.
L’accademia Pessoa, romanzo (per molti versi caotico e acerbo) di un trentenne cresciuto a pane e García Marquez, è anche una riflessione sull’eccesso di letteratura e, più in generale, sullo scrivere, ovvero sul fare, e ancora meglio sull’ “essere”, letteratura.
È un tentativo di psico-giallo a sfondo letterario (un libro misterioso spinge al suicidio scrittori in crisi d’identità), in cui l’autore non si sottrae all’esperimento rischioso della riscrittura e cede alla tentazione di sfidare l’autore canonico (Manzoni) immaginando sequel (post-moderni, improbabili e divertenti) e finali alternativi dei Promessi Sposi.
La riflessione sulla letteratura è la parte più interessante del romanzo, perché è una sorta di esorcismo dall’ossessione dello scrivere e dall’esperienza degli ambienti editoriali, popolati di infaticabili scrittori respinti e di figure mefistofeliche di editor con ‘no’ sempre pronti in tasca, sadicamente confezionati in lettere di rifiuto. Attraverso il racconto della nascita, esistenza e dissoluzione dell’accademia Pessoa, società segreta per naufraghi della letteratura, Buonanno esplora – ed esorcizza – la parabola dello scrittore che sprofonda nel vuoto delle troppe idee perché non è in grado di gestire la propria creatività. I soci occulti dell’accademia sono scrittori irrealizzati o falliti, vuoti a perdere passati dall’esaltazione al rifiuto, dall’impulso creativo all’inefficienza e approdati, per reazione, all’intento programmatico di boicottare la letteratura e i romanzi. La proliferazione incontrollata di manoscritti altrui (vedi il problema di dimensioni di cui sopra), “un magistrale monumento alla presunzione umana”, è una delle cause del rifiuto e del cedimento all’inerzia, insieme a tutti i “mostri” dello scrittore: il blocco e il fallimento, le parole di troppo, l’impossibile originalità, l’incapacità di riconoscere il confine fra un romanzo e un altro, di distinguere fra nulla e immaginazione, fra tensione e inerzia intellettuale.
Mentre ne vengono sbugiardati i mostri con ironia, gli adepti dell’accademia scompaiono a uno a uno dal romanzo, suicidandosi. L’esorcismo, in qualche modo, funziona: a sopravvivere alle mistificazioni dell’accademia e all’ipnosi del fallimento è solo chi non ha mai smesso, volente o nolente, di costruire una trama.
Scrivere è un’ossessione che, per quanto “atto che sottrae alla vita”, alla vita tiene anche, misteriosamente, attaccati, e chi ha il coraggio di affrontare il terrore della scrittura potrebbe, nei casi migliori, finire perfino per fare letteratura.

 

Tommaso De Beni segnala:
Copertina La carta e il territorio
Michel Houellebecq, La carta e il territorio, Bompiani, 2010, 360 pagine

Jed Martin è un artista. Dipinge persone famose, ma la sua creatività pare si stia esaurendo, nonostante la giovane età. La caldaia si rompe e suo padre viene a trovarlo. Nel frattempo conosce Olga, una russa bellissima che diventerà la sua fidanzata. Durante un viaggio gli viene l’idea di fotografare tutte le carte Michelin della Francia, e questa intuizione estemporanea fa decollare la sua carriera: l’apice del successo arriva con la serie dedicata ai mestieri, cioè con una galleria di ritratti di persone colte durante lo svolgimento del loro lavoro. Tra i mestieri proposti da Jed c’è anche quello dello scrittore, e lui sceglie di rappresentare Michel Houellebecq, uno dei più importanti scrittori francesi contemporanei, che conduce però una vita misera in piena solitudine. Nella seconda parte del romanzo la vita di Jed trascorre in pace, fino a quando viene a sapere che Houellebecq è stato ucciso. Collabora allora con la polizia per scoprire la verità, dato che sotto sotto quello strano e burbero scrittore gli stava simpatico. Poi, risolto il caso, gli anni passano in fretta fino ad arrivare alla vecchiaia.
Il romanzo, che è valso a Houellebecq il premio Goncourt nel 2010, è classico ma allo stesso tempo cede alla seduzione dell’autofiction e attinge in maniera postmoderna alla libera biblioteca virtuale di Wikipedia, cosa che ha portato diverse critiche all’autore. Se nei romanzi precedenti Houellebecq si era reso “simpatico” citando esplicitamente e impietosamente personaggi noti (tra cui alcuni colleghi scrittori), in La carta e il territorio dimostra di saper essere cinico anche con se stesso, rappresentando la sua stessa morte. Al di là delle critiche questo romanzo, oltre ad essere il più bello e artisticamente maturo di Houellebecq, è a mio avviso un capolavoro del XXI secolo.

Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )