Tommaso De Beni consiglia:
David Foster Wallace, Il re pallido, Einaudi, 2011, 716 pgg.

Difficile dire quale sia il libro più bello letto nel 2012, ma sicuramente, da un punto di vista letterario, è stato per me l’anno delle prime volte. Infatti ho letto per la prima volta autori come Mc Carthy, De Lillo, Welsh e Dostoevskij. Di Foster Wallace avevo già letto Considera l’aragosta, ma nessun romanzo.

Quest’anno mi sono rifatto con Infinite Jest e Il re pallido, ultima ed incompiuta opera dello scrittore di Ithaca, uscita nell’ottobre del 2011, che a livello di critica e pubblico forse non ha ancora avuto il giusto riscontro. Il libro, uscito postumo, doveva essere un’opera-mondo come Infinite Jest e allo stesso tempo una storia di auto-finzione. Trae spunto infatti da un’esperienza autobiografica di Wallace, che per alcuni mesi lavorò presso il centro controlli regionale dell’Agenzia delle Entrate di Peoria.

Tra i personaggi c’è anche lo stesso Wallace, che in realtà, ancora una volta, si frantuma ed assume diverse identità. Il titolo è un aggancio ad Infinite Jest, ed anche uno dei tanti racconti nel racconto – quello di Meredith Rand, del suo ricovero in una clinica e della sua tormentata storia d’amore con uno dei dottori – dimostra che questo romanzo ha dei punti in comune con quello del 1997. La trama e i personaggi si sarebbero dovuti sviluppare molto di più, ma la frammentarietà e l’intreccio di storie sono caratteristiche volute. Il libro è decisamente apprezzabile ed analizzabile nonostante sia un’opera incompiuta. Personaggi come Stecyk, per esempio, con il suo buonismo esasperato ed esasperante, restano memorabili.

 

Alberto Bullado consiglia:
Shalom Auslander, Prove per un incendio, Guanda, 2012, 319 pgg

Il 2012 è stato per me l’anno delle (ri)scoperte. Vergogna di Coetzee, che chissà per quale motivo ho deciso di rileggere, mi ha colpito più a fondo, nello stomaco. (Ri)leggetelo anche voi. E poi Ellroy, che mi ha letteralmente folgorato: non avevo letto nulla di suo prima di quest’estate, quando ho acquistato una vecchia edizione di L.A Confidential ad una bancarella di libri usati in una sagra di paese, per il modico prezzo di un euro. L’euro meglio speso nella mia vita. Cinque giorni dopo sono corso in libreria per acquistare American Tabloid, altro libro pazzesco.

E ancora Tim Willocks, autore che ho conosciuto quest’anno (potrete leggere la mia intervista all’autore inglese sul prossimo numero di CAM): Il fine ultimo della creazione e Re macchiati di sangue, due romanzi di una grande potenza narrativa.

Infine una piacevole sorpresa: Sforbiciate. Fraseggi fuori area & storie di Pallone, ma (ma anche no) di Fabrizio Gabrielli, un’emozionante ed imprevedibile raccolta di racconti. La storia particolarmente intensa di un calciatore per ogni capitolo, da George Best a Martin Palermo (consigliabile agli appassionati di calcio e agli ignoranti che credono che il calcio sia una passione da bifolchi).

Ma se dovessi eleggere il mio romanzo dell’anno ecco che dico Prove per un incendio di Shalom Auslander. Anche questo, un autore che ho conosciuto solo di recente (Festivaletteratura di Mantova: lo ricordo ancora con il capello riccio, un po’ ingrigito, e la t-shirt di Frankenstein) e che ho trovato di un’ironia contagiosa, tanto da far sembrare i nostri autori dei pallosi catechisti.

Prove per un incendio racconta di questo Solomon Kugel, quarantenne ebreo, frustrato ed ossessionato dalla morte – porta sempre con sé un taccuino nel quale annotare una possibile frase ad effetto da pronunciare nell’attimo prima di morire – che decide di trasferirsi in campagna con la sua famiglia. Problema: in questo anonimo paesino chiamato Stockton c’è qualcuno che ama incendiarie le fattorie, proprio come quella nella quale si è trasferito Solomon. Angosce che si sommano: figlio malaticcio, coppia in crisi, madre a carico che non ci sta più con la testa – una donna cupa, tragica, ossessionata dalla Shoah, malgrado sia finita in un campo di concentramento solamente in vacanza, come turista – e, come se non bastasse, un ospite inatteso, nascosto nella soffitta della nuova casa: Anna Frank, vale a dire una vecchia decrepita, stronza e paranoide, alle prese con la stesura del suo secondo libro che la dovrebbe rilanciare come grande scrittrice (dopo aver venduto 32 milioni di copie con il suo diario).

Come convivere/sopravvivere in un simile equilibrio precario? La moglie di Salomon non deve sapere di Anna Frank: di certo non vorrebbe avere quella vecchia rompicoglioni in casa, già le basta la suocera che crede di essere sopravvissuta all’Olocausto. Più l’inquilino brontolone a cui affittano una stanza per poter arrivare a pagare il mutuo. Più la minaccia del piromane. Più una serie di sfighe assortite e nevrosi familiari.

Bene. Immaginatevi tale situazione al limite del grottesco, raccontata da un autore che mischia nello stesso calderone Woody Allen e Chuck Palahniuk, mantenendo alto il gradiente corrosivo di un’autoironia politicamente scorretta: «Hitler era un grande ottimista. Ogni mattina si svegliava chiedendosi “Come posso rendere il mondo perfetto?”». Inutile aggiungere che il titolo originale del romanzo, Hope: a tragedy, ci sarebbe stato meglio. Un romanzo dissacrante sulle paranoie e sulle velleità della vita, su Dio, la religione, la famiglia, la guerra, l’ottimismo, la speranza.

Una prosa brillante, un soggetto originale, uno humour intelligente che fanno di questo romanzo un piccolo gioiello (sempre su CAM potete trovare la recensione del primo romanzo di Auslander, Il lamento del prepuzio) firmato da un autore, anch’egli ebreo, cresciuto in una famiglia ortodossa come il protagonista del libro. Insomma, Shalom Auslander è da tenere sott’occhio. Consigliato a chi si è rotto le scatole di Roth. Anche per questa ragione Auslander è diventato il mio ebreo preferito.

 

Isacco Tognon consiglia:

Giovanni Montanaro, Tutti i colori del mondo, Feltrinelli, 2012, 138 pgg.

Avrei tanto voluto leggere un nuovo libro di Gabriel Garcia Marquez in questo 2012, ma sembra che questo desiderio sia destinato a rimanere inappagato anche nel nuovo anno e in tutti quelli che seguiranno: il nobel di Aracataca non scriverà più (fratello dixit). Per leggerlo ancora bisognerà fare qualche passo indietro, prendere in mano storie già conosciute, come quella di Simon Bolivar. Il generale nel suo labirinto, all’inizio di quest’anno, è stata una piccola agnizione: impossibile non paragonare la parabola discendente di Bolivar, così assurdamente dignitosa, all’ingloriosa (e provvisoria) fine di un altro uomo di potere dalle nostre parti.

Ma salvo dal 2012 un altro libro, una scrittura modesta nelle forme e nelle intenzioni, ma non per questo priva di bellezza; nelle pagine di Tutti i colori del mondo di Giovanni Montanaro ho riscoperto un modo per parlare di un’arte che mi è cara: la pittura. Montanaro mette in gioco la possibilità di plasmare storie con quello che si sa, con ciò che si trova per caso (un paesino belga, la storia di una ragazza) e con tutto ciò che ancora necessita di una risposta. Ciò che mancava, in questo caso, era l’anno in cui Van Gogh diventò realmente il pittore che era: mancava, dalle sue Lettere a Theo e dai suoi diari, qualche aggancio in grado di far luce sulla sua vera “conversione”, quella al colore.

 

Giulia Cupani consiglia:
Nicola Gardini, Le parole perdute di Amelia Lynd, Feltrinelli, 2012, 235 pgg.

Il 2012, per me, è stato un anno di poche letture, di qualche scoperta memorabile emersa dal passato remoto (mi fermo a un solo esempio e penso alle Poesie di Biagio Marin, miracoli di quelli capaci di uccidere e consolare, nello stesso momento) e di robuste riletture di romanzi che, nella loro leggerezza o nella loro totalità, sanno essere nello stesso tempo rassicuranti e terribili.

Anche se l’anno che sta finendo, per me, è stato soprattutto questa mole di cose emerse dal passato, dentro i suoi mesi è rimasto comunque anche un po’ di spazio per qualcosa di nuovo, come questa storia semplice che parla dell’Italia, e di noi, e del nostro passato, e di quello che siamo oggi.

Le parole perdute di Amelia Lynd è la storia di Chino, un ragazzino che vive, all’inizio degli anni Sessanta, in un condominio della periferia milanese. Chino è il figlio della portiera dello stabile, dorme nella guardiola in un letto che ogni mattina scompare dentro al muro, ed è abituato per istinto all’invisibilità di chi deve esserci sempre, ma deve sempre ricordare che, in fondo, vale poco e non è nessuno.

In questa sua ambigua condizione di spettatore non visto, troppo insignificante per essere considerato ma insieme continuamente coinvolto suo malgrado nella vita di tutti, Chino guarda la vita di quei suoi condomini, che sembrano ai suoi e ai nostri occhi nient’altro che api pazze che abitano un alveare infestato da qualche strana maledizione. Ognuno di loro è portatore di una peculiare, acuta, terrificante forma di cattiveria semplice, elementare, quasi animalesca, che riversa sul mondo che lo circonda con una naturalezza che dice solo “non ci sono alternative”.

In questo universo di “degrado borghese”, fatto di insulti e sorrisi beneducati, di pettegolezzi crudeli e quieto vivere, arriva un giorno la persona che non ti aspetti. Amelia Lynd, una donna di mezza età, inglese, misteriosa, che proviene evidentemente da un universo differente, in cui valgono regole che non sono quelle di quel condominio e dell’Italia benpensante degli anni Sessanta. Amelia condurrà Chino in un mondo che lui mai avrebbe potuto sospettare. E lo farà per mezzo dell’opera ciclopica che attraversa tutta la sua vita: la scrittura di un dizionario completo della lingua inglese. Attraverso una rete di parole, Amelia e Chino costruiscono il loro incontro, la reciproca scoperta di possibilità mai nemmeno immaginate e la prospettiva di un mondo diverso da quello che avevano previsto.

Non basterà questo a salvare loro, né a cambiare il condominio né tantomeno l’Italia del loro tempo, ma nella storia di questo fortuito scontro tra un’inglese eccentrica e un ragazzino invisibile è raccontata in breve la storia della speranza grande, e definitiva, nella capacità della parola di dare senso e dignità alle cose, e di cambiare le esistenze, le storie, le vite delle persone.

In questo 2012 di cambiamenti, crisi e rivoluzioni questa storia quieta e in fondo semplice descrive con poche parole la vera, concreta crudeltà del mondo, e insieme indica una strada che consenta, se non di sfuggirle, almeno di reagire ad essa con i mezzi dell’umana dignità, del rispetto di sé stessi, del rifiuto della crudeltà e degli stereotipi. Consapevoli del rischio di rimanere presi nell’ingranaggio e non riuscire, in definitiva, nemmeno a salvare se stessi ma, insieme, decisi a rischiare ugualmente.

2 commenti a “ Best of 2012: romanzi ”

  1. Marco V

    Marco V

    il Re Pallido lo sto leggendo da Natale scorso. Faccio una fatica bestia. Però non mi è mai balenato per la mente di abbandonarlo

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