Banksy Better out than in

Banksy, lo street artist più famoso del pianeta, ha terminato il 31 ottobre la sua residenza di un mese a New York. A distanza di qualche giorno, un riassunto di cosa è successo nonché una breve riflessione su Better out than in.

Better out than in, la “residenza” di Banksy a New York, è terminata ormai da un paio di settimane. Come sa tutto il mondo, ogni giorno, per tutto il mese di ottobre, lo street artist inglese ha creato un’opera diversa nelle strade della metropoli americana (qui tutti i suoi interventi in ordine cronologico). Oltre alle sue famose silhouette fatte con lo stencil sui muri della città, ha organizzato performance e azioni di diverso genere, il tutto mantenendo il fondamentale anonimato, la componente abusiva della sua arte e il consueto effetto sorpresa sul pubblico.

Dopo l’esecuzione di ogni lavoro, infatti, un’immagine (e a volte anche un video) dello stesso veniva postata sul sito internet creato per l’occasione, alimentando così la mobilitazione di moltissimi newyorkesi che accorrevano sul posto per vedere e fotografare, in una sorta di massiccio flash mob quotidiano.

Oltre ai normali visitatori, c’è stato anche chi ha vandalizzato e chi ha asportato i lavori. In quest’ultimo caso, evidentemente, con l’intenzione di guadagnarci non poco, visto che da tempo hanno raggiunto quotazioni elevate. Per fare un solo esempio: il dipinto esposto il 29 ottobre nella vetrina di un negozio di articoli usati, su cui Banksy ha aggiunto la figura di un ufficiale nazista seduto su una panchina a contemplare il paesaggio, intitolato The Banality of the Banality of Evil, è stato successivamente battuto all’asta per 615.000 dollari, soldi peraltro tutti finiti in beneficenza.

Altre persone, poi, hanno cercato di restaurare le opere, oppure di preservarle apponendo uno schermo di plexiglass protettivo sulle parti di muro utilizzate, un po’ come si fa con i capolavori da museo.

Better out than in

Dell’argomento ne hanno parlato più o meno tutti: in tv, sulla carta stampata e soprattutto in rete si è scatenato un coro di voci che va dai media generalisti al mondo dell’arte contemporanea, dalla persona comune ai critici specializzati. Un hype eccezionale anche per un artista estremamente popolare come Banksy, che probabilmente mai prima aveva raggiunto un livello di attenzione così alto.

Con Banksy il pubblico sembra dividersi nettamente in due fazioni contrapposte: c’è chi lo descrive come un genio e chi invece ne sottolinea la banalità. In ogni caso, quel che è certo è che con Better out than in l’inglese ha nuovamente confermato di essere lo street artist più famoso del mondo.

È un po’ facile affermare oggi che le opere di Banksy sono banali e superficiali. Probabilmente era più difficile farlo qualche anno fa, quando significativamente in giro si trovava ancora qualcuno che lo chiamava Bansky. I meriti dell’artista inglese, infatti, sono legati soprattutto alla capacità di far parlare di sé, di catalizzare l’attenzione dei mass-media e delle persone comuni come pochi o addirittura nessun artista contemporaneo. Un ottimo PR di se stesso, dunque, talmente forte in questo campo da far ipotizzare che dietro la sua macchina organizzativa ci sia la figura di Damien Hirst, il celebre artista suo connazionale, simbolo della bolla speculativa degli anni 2000 nel mondo dell’arte.

In Italia è Maurizio Cattelan l’artista che per la capacità di far discutere a un livello molto ampio si avvicina di più a Banksy. E, a pensarci meglio, le analogie tra i due non si fermano qui: entrambi condividono l’immediatezza pop, l’uso dell’ironia, la tendenza a sbeffeggiare le istituzioni e la critica al sistema dell’arte. Solo che in Cattelan non si percepisce mai l’intento moralistico e la superficialità che invece appare evidente in alcune opere dell’inglese.

Nel corpus di lavori di Better out than in, il primo che salta agli occhi da questo punto di vista è la scultura-performance di Ronald Mc Donald: una scultura del pagliaccio simbolo della catena di fast-food americana, le cui scarpe allungate in modo esagerato vengono lustrate da un ragazzo vestito come un povero dovrebbe essere vestito secondo l’ideale romantico. Banksy l’ha collocata davanti a diversi McDonald’s sparsi per NY mentre il giovane eseguiva l’umile mansione: l’ovvietà di quest’opera la rende buona forse come azione di protesta, ma certamente scarsa come lavoro d’arte.

È una distinzione importante, anche perché lo stesso discorso vale per altre opere di Banksy. Tra cui, ad esempio, l’editoriale che, nelle intenzioni dell’artista, avrebbe dovuto essere pubblicato sul New York Times. Il giornale ha rifiutato, ma l’articolo è stato comunque postato sul sito internet di Banksy, e contiene una critica al progetto di ricostruzione del World Trade Center, oltre a una predica sullo spirito di NY.

Va meglio quando i lavori si fanno leggeri, meno impegnati; dove lo street artist inglese utilizza gli elementi già presenti in strada, reinterpretandoli creativamente senza appesantirli con chili di retorica no global. È il caso del bambino col martello eseguito il 20 ottobre, del castoro di dieci giorni prima e delle figure femminili giapponesi poste su un ideale ponticello con tanto di fiore di ciliegio. Mentre risulta abbastanza ovvia l’azione in cui, il 13 ottobre, Banksy ha allestito una bancarella che vendeva a 60 dollari l’uno alcuni suoi lavori su tela, e naturalmente nessuno li credeva autentici. Però guardare il video mentre si leggono i sottotitoli delle motivazioni e delle modalità con cui i clienti hanno acquistato i quadri – e pensare a quando hanno scoperto che si trattava di Banksy autentici –, può essere divertente.

Tutto sommato, forse l’opera più interessante della serie è invece Sirens of the lambs. Un camion per il trasporto degli animali riempito di teneri e simpatici pupazzi di peluche che emettono un coro di versi striduli.

Agnelli, maiali, polli, ma anche cani, orsi e panda spuntano dalle feritoie trasmettendo insieme un senso di festosa allegria e di inquietudine. Come si può notare dal video, il camion è itinerante per le strade di NY – in particolare nel Meatpacking district, sede in passato di numerosi mattatoi –, e realizza una contrapposizione tra la crudeltà della macellazione (e in senso più ampio la crudeltà dell’uomo verso tutti gli animali) e la cuteness dei peluche e dei loro versi. Per questo motivo, nonostante riguardi una critica al modo in cui trattiamo gli animali, Banksy ha attirato l’attenzione dei passanti provocando non poco stupore.

Al di là di questo cortocircuito e del significato delle opere, è proprio la capacità di coinvolgimento il lato migliore di Better out than in. Il che può suonare sia come un elogio (blando) sia come una critica: l’aver coinvolto ed entusiasmato tantissime persone, sfruttando i mass-media così come la rete e i social network, pur conservando, almeno in parte, l’identità di strada delle opere. Ma anche, d’altro canto, la difficoltà ad andare oltre un livello spesso superficiale, probabilmente senza lasciare niente più che aneddoti divertenti una volta conclusa l’intera operazione.

 

Video

Art sale

 

Sirens of the lamb

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