di Giulia Roncato.

Immaginate di dover creare un progetto per un appuntamento internazionale di estrema importanza, che il vostro governo tagli i fondi al tal progetto (sì, non è effettivamente difficile da immaginare) e che vi troviate nella situazione di dover dire: “E mo’, che si fa?”.

In realtà lo chiedo a voi, ma a rispondermi sono stati gli statunitensi, e per questa volta spezzo una lancia a favore degli USA. Sto parlando del padiglione degli Stati Uniti, che si trova all’interno della 13° Mostra Internazionale di Architettura, alla Biennale di Venezia, diretta quest’anno da David Chipperfield con il titolo di Common Ground, intendendo l’architettura come “una coincidenza di forze, una cospirazione di requisiti, aspettative, regole e, si spera, di visioni”.

Il padiglione ospita per la prima volta un’installazione interattiva, fatta di un sistema di pannelli che si muovono, e grazie al proprio movimento fanno alzare o scendere dei box loro collegati. I pannelli, colorati a fasce come ipotetiche bandiere cittadine, mostrano le diverse percentuali di information, accessibility, community, economy, sustainability, pleasure dei vari progetti che ogni pannello presenta sul retro. Perché in assenza di grandi fondi, i designers, architetti, progettisti statunitensi, spogliandosi della loro patina professionale e rimanendo nei panni dei cittadini di ogni giorno, hanno dato vita a un progetto grandioso, che parte dall’idea per cui ogni cittadino, in base alle proprie capacità, può cambiare l’ambiente in cui vive; e, attenzione, non lo cambia aggiungendo elementi (il pianeta ringrazia), ma modificando elementi preesistenti.

 

Il concetto è non solo modificare gli spazi urbani in cui viviamo, ma anche dare concretamente delle idee positive ai propri rappresentanti politici (in un momento del resto cruciale per gli USA). Non a caso, il co-curatore David van der Leer, avendo chiesto a dei cittadini americani quale pensassero fosse il futuro delle città americane, afferma di aver ricevuto da molti questa risposta: “this is a question about Utopia…” (leggi l’intervista).

Ciò nonostante, il clima che si respira tra questi pannelli è la volontà sociale di cambiamento, e devo dire che percepirla nel padiglione degli Stati Uniti è stata una sensazione strana. Il concetto di far alzare un box dove è riportata la problematica (ad esempio la cattiva qualità dell’aria che si respira) e far comparire sotto la soluzione effettivamente realizzata (i progetti sono stati tutti realizzati: la maggior parte, ricordo, autofinanziati), fa respirare un’aria di orgoglio e di desiderio di riscatto sociale che non ha eguali.

Questo sistema di progetti è in realtà un’unica iniziativa anonima che fa dell’unione delle individualità il gruppo perfetto per rappresentare il concetto di democrazia: il governo non stanzia abbastanza fondi? E’ possibile cambiare la situazione ugualmente, e forse il risultato positivo dell’iniziava è per questo aspetto ancor più incisivo. Afferma sempre David van der Leer:

“In coming from Europe, for me, the situation here is slightly different from other places. Some of the interventions (as found in the show) can be found in various places in the world, but the context of course makes them stand out, or more relevant. What I see with many of these interventions is that people are actually very ambitious and very passionate about actively changing their city, which is slightly different from European conditions that I’ve seen… There are many amazing things happening in Europe, but I’ve been impressed with the enthusiasm with which many of these projects have been made. The belief to really make change is beautiful.”

E’ effettivamente così? Sì, è così, e in Italia poi non ne parliamo: quale numero di Italiani potrebbe un giorno decidere di fregarsene del mancato stanziamento dei fondi dall’alto, e rimboccarsi le maniche per cambiare la situazione presente dal poco, o dal nulla? Non aggiungendo, ma modificando.

Mentre parlavo con una ragazza che lavora nel padiglione, mi sono accorta a malincuore di dover dire: “Eh sì, questa volta gli Americani hanno fatto proprio un bel lavoro”. Quindi, in questo che vi dico, toglietevi di testa il modello della vita americana fatta di eccessi e di mancate priorità, e credetemi, andatevi a fare un giro alla Biennale di Venezia, e divertitevi a cambiare per gioco le regole sociali. Ma soprattutto sperate di veder scritto un giorno, anziché open-air learning lounge, “salotto di apprendimento all’aperto”: non sarà stato un architetto a progettarlo, ma un cittadino italiano (che magari può essere un architetto) con l’entusiasmo attivista che sembriamo aver perso.

Perché l’architettura, prima di diventare una professione, è una forma mentis, e una delle più creative e stimolanti, dove la fantasia si piega all’utile, ma pure viceversa.

 

 

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