Black Bloc - videogame arcade di Alberto Bullado. A dieci anni dai fatti di Genova e dalla morte di Carlo Giuliani può essere interessante costruire un parallelo con il nostro presente e con i fatti di cronaca che hanno animato l’opinione pubblica qualche settimana fa. Se non altro perché in seguito alle contestazioni No Tav e alla capitolazione (?) del numero uno del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn, prossimo all’ascesa politica, si sono verificati dei cortocircuiti nell’atteggiamento dei protagonisti e dei loro commentatori che sarebbe cosa buona non dimenticare. A cominciare dagli scontri in Val di Susa. All’indomani degli incidenti, l’informazione, com’era prevedibile che fosse, si è immediatamente divisa in due: da una parte la stampa ufficiale, dall’altra quella “alternativa”, o se vogliamo “antagonista”. Non solo ci siamo trovati di fronte a due diversi punti di vista con versioni dei fatti antitetiche, ma anche ad una contrapposizione tra due diverse tipologie di mass media, sempre più connaturati in veri e propri schieramenti: tv/stampa contro il web, ciascuna fazione pronta a portare acqua al proprio mulino, ovvero, tenendo per buona la solita vulgata di sempre: tv e stampa pronte a delegittimare e demonizzare i contestatori ed i movimenti organizzati di protesta, mentre i media alternativi (sempre meno alternativi) concentrati in una coriacea resistenza e in una sistematica confutazione dei comunicati istituzionali, tra retoriche, giustificazioni, rivendicazioni e vittimismi. Direte: niente di nuovo sotto il sole. Ma non è finita qui. La novità consiste nella mancata presa di distanza dei No Tav e delle comunità locali con i disordini e con i cosiddetti “black blocs” (qui potete trovare un importante passaggio della conferenza stampa, con il portavoce dei No Tav, Maurizio Piccione). In passato eravamo abituati alle dissociazioni di rito e ai distinguo repentini: ora si assiste ad una vera e propria rivendicazione da parte della cittadinanza comune locale e delle proprie sigle rappresentative (eccetto alcuni sindaci) tra le quali, vale la pena ricordare, troviamo anche associazioni cattoliche. In questo caso abbiamo a che fare con una contestazione talmente condivisa ed esasperata che non si prende troppo la briga di dissociarsi con certe etichette della stampa, ritenute peraltro faziose («i black blocs siamo noi»). Prevale invece la rabbia nei confronti di quelle stesse istituzioni e forze dell’ordine che, a torto o a ragione (secondo chi scrive a ragione), vengono recepite come forze ostili, se non addirittura minaccia per la propria terra e per la propria incolumità. La differenza con Genova è che in questo caso la zona rossa è la stessa Val di Susa: sono le forze dell’ordine ad aver violato i suoi confini, così come il volere della popolazione, e perciò ad essersi comportate come braccio armato di una forma di potere illiberale, innanzitutto economica e poi politica, alla stregua di un contingente “privato” in forza ai burocrati del Tav. Tutto il resto è un disprezzabile dejà vu. Le provocazioni, il tentativo di forzare le recinzioni, il caos e la guerriglia. Quando le contestazioni vanno a colpire gli organi e le manovre del sistema (istituzioni, infrastrutture, lavoro, istruzione), che non ha colori in quanto al di sopra della politica, ecco che si verifica lo stesso copione di sempre: di fronte alla rivendicazione il sistema interviene con tutta la ferocia che negli anni ha sempre dimostrato. Non solo coercizione fisica, alle volte brutale e sproporzionata, ma anche delegittimazione mediatica, oltre che, cosa fondamentale, confino ideologico dei dimostranti rispetto all’opinione pubblica. Al di là delle botte da orbi, per quanto concerne i metodi di lotta dei contestatori, i quali, diciamoci la verità, sembrano voler campare su certe gesta (contenti loro), si verifica il solito calcolato suicidio mediatico: un fallimento tanto brancaleonico quanto tragico, oltre che, forse è questo l’aspetto più sconfortante, largamente prevedibile. La mobilitazione, partecipata e sentita, della cittadinanza e di decine di migliaia di Valsusini, viene in questo modo sputtanata non solo dalla repressione e dalla demonizzazione dei media, ma anche dalla discutibilissima deontologia di certe militanze e del proprio savoir faire. Da Genova alla Val di Susa, passando per Piazza del Popolo, poco è cambiato. Di fronte a questa reiterata ed estenuante sconfitta, i contestatori, dopo anni ed anni per poter elaborare metodi e linguaggi alternativi, anziché imparare dalle loro stesse debacle preferiscono replicare gli stessi errori, senza riuscire ad evadere, non solo dalla propria autoreferenzialità (linguaggi e toni), ma anche dalla medesima trappola mediatica tesa da chi non si aspetta altro che lo scontro. Il presentimento è che siano più elevate le ragioni della protesta che le qualità, anche umane ed ideologiche, messe in campo dai contestatori. Alla luce di queste considerazioni ci si chiede per quali ragioni si dovrebbero sortire risultati diversi e positivi rispetto al passato se le forze in campo sono sempre queste. Poiché la Storia, come si sa, non premia solamente il coraggio o l’audacia, ma più spesso la lungimiranza, merce rara in questo paese. E se vi aspettate che l’informazione soccorra questa mancanza, vi sbagliate di grosso. Ricorderete i titoli dei giornali e i virgolettati. Le principali testate hanno esibito prime pagine praticamente intercambiabili: tutti i quotidiani concordi nel condannare gli episodi che hanno coinvolto i membri del movimento No Tav, nell’amplificare le violenze, nel riportare resoconti semplificati e bignamizzati secondo un certo interesse, senza contare l’uso superficiale, ed in certi casi sistematicamente forsennato, di certe etichette. In ogni caso, dovrebbe indurre il sospetto l’adesione superficiale ed acritica alla medesima versione dei fatti da parte di testate di diversa natura e provenienza: articoli ed editoriali copia-incollati (ad eccezione del solito Travaglio e di pochi altri), un minuetto di firme diverse solo in apparenza a testimoniare un’esigenza comune. Per il resto una profusione di espressioni, nomenclature, toni e contenuti che fanno parte dello stesso copione prefabbricato. Pochi gli spazi offerti per un possibile contraddittorio. Stentati e deboli i riferimenti ai protagonisti della vicenda che rivendicano una diversa versione dei fatti. Insomma, la stampa ufficiale, in barba alla pluralità, che si allinea, quindi, alle istituzioni e fa quadrato attorno alla politica che in maniera sostanzialmente trasversale condanna la violenza e spinge per l’alta velocità. Poco importano le legittime rivendicazioni e le ragioni della protesta, più che plausibili, delle comunità locali che da anni si oppongono ad un progetto che non è una “semplice ferrovia”, ma un’infrastruttura, voluta dai soliti poteri, di cui fin da subito si è contestata l’utilità, la dannosità, i costi e, come se non bastasse, la natura niente affatto trasparente, anzi, piuttosto funestata da procedure giudiziarie (appalti, aste pilotate e sospetti di tangenti), dell’odiato cantiere. Senza contare l’elevatissima e documentatissima bibliografia e la filmografia già esistenti che si occupano del caso e che testimoniano le ragioni di una mobilitazione che poggia su premesse reali ma che i media ufficiali hanno sempre deliberatamente ignorato. In ogni caso, ancora una volta, niente di nuovo sotto il sole: l’opinione pubblica, anche se messa al corrente di certe tematiche, di fronte ad argomentazioni che tirano in ballo progresso, crescita economica e fondi europei, non conosce ragioni: la Tav s’ha da fare. Anche se non si sa perché, per come e con quali risultati. Ed è per questo che la stampa, in fin dei conti, ha avuto gioco facile nel separare la causa No Tav dall’animo della maggioranza degli italiani, prossimi alle vacanze estive. E che difficilmente si interrogheranno sui motivi che hanno portato alla mobilitazione migliaia di cittadini comuni, del tutto simili a loro. Ma se vi aspettate verità, verosimiglianza ed obiettività dai racconti dei No Tav o degli organi d’informazione alternativa o antagonista, ancora questa volta, vi sbagliate di grosso. Altrimenti scoprireste che i black blocs non esistono, che sono solo invenzione della stampa “di regime”, e che lì in quel giorno a Chiomonte non c’erano che Valsusini, gente del luogo, altro che infiltrati o esagitati che vengono da fuori, che si sono dovuti difendere dalla polizia alla meno peggio (quindi chi li ha appiccati i fuochi nella masserizie dietro la galleria Ramat? Le bombe carta ad ammoniaca lanciate contro gli “sbirri” sono un’invenzione? Così come i 300 provenienti dall’estero stimati dalla questura?). E a poco servirebbe visionare certi video che potrebbero affermare il contrario (anche se divulgati dai “giornali nemici”, restituiscono pur sempre le immagini degli scontri), così come considerare il fatto che gente da fuori ne è verosimilmente accorsa (il movimento No Tav è gemellato con una serie di sigle, movimenti, gruppi e centri sociali che provengono da Bologna, Veneto, Lombardia ecc…) proprio come testimoniano le provenienze dei quattro arrestati (poi rilasciati: ma guarda un po’, in questo genere di questioni si tratteggia l’apocalisse ma mai nessuno che in carcere ci resti), non solo non Valsusini, ma nemmeno piemontesi. Proprio come Fabiano di Berardino, il ragazzo catturato e picchiato dalla polizia, che sarà certo un’attivista dei centri sociali (non si capiscono in questo caso le osservazioni di qualcuno), ma è stato pur sempre malmenato e forse torturato come dimostrano i segni che porta sul corpo (qui il video). Del resto non sarebbe mica una novità. Vogliamo far finta di non sapere chi è Spartaco Mortola, ora a capo della Polfer di Torino? Vogliamo far finta di non conoscere una non troppo velata fascisteria innervata in un certo spirito cameratesco delle forze dell’ordine, di non ricordare certe prassi, oltre che l’uso di equipaggiamenti vietati all’estero (come i lacrimogeni CS, sparati ad altezza uomo), di non ricordare Genova, Bolzaneto e la Scuola Diaz, per non parlare del paradigma Cossiga? Insomma, inutile negare l’esistenza di “black cops”, oltre che, se non dei black blocs (complementari ai picchiatori in divisa), di violenti e teppisti o movimentisti particolarmente galvanizzati dei centri sociali (chiamateli come più gradite, ma non cambia nulla). Poiché le forze dell’ordine, così come i movimenti di protesta, soffrono del medesimo cancro, ovvero la militanza di personaggi borderline, di stronzi che non meriterebbero quella protezione e quell’omertà di cui godono all’interno delle rispettive cricche. Se da una parte si auspica un’immediata epurazione da parte delle forze dell’ordine, che sono pur sempre simbolo delle istituzioni e dello Stato, non vedo perché la stessa cosa non possa valere per il popolo antagonista, letteralmente intriso di rabbia antisociale, di odio verso la polizia ed i simboli del capitalismo e sciatteria ideologica e deontologica. Parlo di violenza che porta inevitabilmente altra violenza, che delegittima le ragioni della protesta e che getta discredito all’interno delle forze dell’ordine. Un circolo vizioso che conoscono anche i sassi. Ma che c’azzecca Dominique Strauss-Kahn con tutto questo? C’entra nella misura in cui lo si interpreta come simbolo di una forma di potere, come quello economico-finanziario, che sta al di sopra della politica e delle ragioni della massa e che non a torto viene interpretato come uno dei cardini di questo sistema o modello di riferimento, di sviluppo e di crescita contro il quale è schierato un nutrito fronte d’opinione. Ebbene, le cronache in questo caso sembrano restituire un diverso epilogo rispetto alle contestazioni nostrane, poiché un intoccabile come DSK, un pezzo grosso come lui, è costretto a capitolare. Ed in nome di che cosa? Dell’umana giustizia? Sembrerebbe di sì. Anzi, no. DSK, da quello che si può desumere dalla cronaca internazionale, ha sempre più possibilità di passarla liscia. Le accuse nei suoi confronti stanno per cadere, per non parlare della credibilità a picco di quella “black colf” che avrebbe potuto infliggere, nella fantasia di qualche romantico sovversivo, un duro colpo ai piani alti del potere. Anche in questo caso stiamo parlando del cortocircuito della stampa ufficiale solitamente aderente ai grandi monopoli economici, specie negli Stati Uniti ed in Inghilterra (emblematico il caso Murdoch), immensi se rapportati al nostro piccolo pollaio fatto di conflitti d’interesse evidenti ma anche di gran lunga più spiccioli e pecorecci. Con DSK la stampa ha adottato un comportamento ambiguo. In un primo momento la gogna mediatica, dal sapore vagamente neopuritano e medievale (l’irridente linciaggio pubblico, la sfilata in manette davanti alla platea di fotografi, gli editoriali al fulmicotone, le inquisizioni televisive ecc…), in una seconda fase una cronaca placida, mansueta, giudiziaria, che ha dispensato, giorno dopo giorno, lo sgretolamento dell’accusa, fino al prossimo probabile insabbiamento. Morale della favola? Una carriera stroncata (?) da un processo debole (non ci sono mai state prove che potessero inchiodare l’ex direttore generale del FMI) ma niente galera. Nessuna drammatica ripercussione, né per se stesso, né per il Fondo Monetario Internazionale. In questo modo si è creata quindi l’illusione che i grandi potentati siano sottoposti alla medesima legge che condiziona la vita dei normali cittadini: sbagliato. Per quanto riguarda il caso Strauss-Kahn si è trattato di una questione personale, probabilmente politica (il nostro era il principale candidato per le presidenziali del 2012 del Partito Socialista), pronta a risolversi in un nulla di fatto: nessuna conseguenza penale ed un futuro solo parzialmente ridimensionato. Il 43% dell’elettorato francese si dice già pronto per un reintegro di DSK nella loro politica nazionale (chissà se tra qualche mese la percentuale potrà crescere fino al 50% più uno): viva la Francia, un paese nel quale precedenti scandali sessuali hanno avuto ben poche conseguenze. Quanto al FMI poco o nulla è cambiato. Qualcun altro, Christine Lagarde, francese pure lei (et voilà…), ha ereditato il posto lasciato vacante dal suo connazionale: da domani, per il Fondo Monetario, stessa spiaggia stesso mare, la solita routine di sempre. Un’estate di cannibalizzazioni economiche e frodi mondiali. Alla faccia nostra. Che cosa dovremmo quindi dedurre dalla parabola dei black blocs e dei black cops, fino a giungere alle strane imprese di una black colf? Che: 1) con questi metodi di contestazione non si riesce a cambiare il sistema dal basso, non lo si scalfisce neppure, anzi, per certi versi queste forme di lotta lo fortificano, delegittimando le ragioni delle proteste; 2) se nelle alte sfere avvengono dei “patatrac”, durante i quali cade qualche testa importante, questo avviene per imperscrutabili ragioni “interne” (almeno questa è l’impressione che se ne ricava). Detto questo: fuori uno, dentro un altro, nulla cambia. Il sistema in questo modo manifesta da una parte la sua pressoché inamovibile invincibilità rispetto alle esigenze delle proteste e dall’altra l’oliata intercambiabilità dei suoi interpreti. La politica ed i media, in questo caso, fungono da giocattolino, da strumenti di mantenimento e disciplina dell’opinione pubblica, e le istituzioni, Parlamento e forze dell’ordine, da paraventi dietro i quali legittimare le truffe del potere. In ogni caso abbiamo a che fare con entità che tiranneggiano i nostri palinsesti ed invadono di suggestioni un’opinione pubblica quotidianamente sollecitata ma paradossalmente impreparata ad interpretare al meglio ciò che accade di fronte ai nostri occhi. Tutto questo conferma il fatto che l’aumento di informazione non rende, come spesso si è portati a credere, il nostro mondo più libero e democratico, ma converte sempre più la realtà in videogame del potere e la cronaca in fiction. Cose che si sapevano già all’epoca della morte di Carlo Giuliani, un santino pronto a far rivivere, per i dieci anni dalla sua scomparsa, il solito circo.
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