di Eleonora Tirelli. «Il treno re-gionale veloce, delle ore: 13 e venti-sette, per: Pia-cenza, è in partenza dal binario tre». L’interfono della stazione di Bologna dava ormai l’ultimo annuncio, quello sintetico, quello senza il numero del treno e senza l’elenco delle singole fermate. Chidiebre correva nel sottopasso, facendosi largo col sacchettone del McDonald’s appena comprato, il pranzo. Quell’arma impropria non piacque tanto alla bionda tacchi tailleur auricolare che schifo ’sto negro puzzolente «E stai attentooo!… Ehmm sì, mi scusi… sono in stazione… i soliti maleducati! Ma dicevamo? Certo, può prendere un appuntamento…». Chidiebre non distinse le parole o non ci fece caso, proseguendo la sua corsa. Si infilò su per le scale e finalmente riemerse all’aperto, sul binario e poi di filato sul treno. Le porte gli si chiusero immediatamente dietro e il treno si avviò piano. Una smorfia, un sorrisetto compiaciuto tra sé, poi spinge la porta della carrozza. Mentre attraversa il vagone e comincia a sudare, con la destra occupata dal sacchetto del pranzo, si rende conto che anche l’altra mano è impegnata. «Merda!». Gli scappa di bocca proprio mentre passa accanto al seggiolino occupato da una suora. Quella gli scocca dal basso tutta la sua riprovazione, occhi di bragia e fronte contratta in una ruga probabilmente perenne, non dovuta all’occasione. Chidiebre non se ne accorge e cazzo non ho timbrato è il suo unico pensiero. Una corsa gli è bastata, ha fame e si vuole sedere. Voglia di percorrere tutto il treno alla ricerca di un controllore che probabilmente manco c’è: nessuna. Si lascia andare sul primo seggiolino vuoto che trova. Di fronte una ragazza forse appisolata, occhi chiusi e testa poggiata al finestrino, inclinata. “Meglio, così non le mangio in faccia”. Il ragazzo posò la busta del McDonald’s per terra, buttò il cartoncino non obliterato sul seggiolino libero accanto al suo, si sfilò il maglione poi aprì famelico il sacchetto col panino. Dopo i primi bocconi, placata la fame, cominciò a sentirsi osservato. I quattro posti dall’altro lato della carrozza sono altrettante paia d’occhi che lo fissano e si girano simultaneamente dall’altra parte appena un secondo dopo che Chidiebre li ha intercettati. Un uomo sulla quarantina si rannicchia il più possibile verso il vetro, dopo essersi schiarito la voce e sollevato fin sul naso il bavero della giacca. Di fronte a lui un ragazzino, probabilmente il figlio, torna a guardare in direzione del sacchetto del McDonald’s. Due donne, tra i cinquanta e i sessanta, occupano i restanti posti e iniziano a confabulare tra loro, lanciando di tanto in tanto occhiate basse e furtive verso il ragazzo. “La solita puzza, non si lavano questi neri!… Ma è il loro odore, sai, anche se usano il sapone, purtroppo… Guarda, poveretto, mangia un panino del fastfood… Si capisce, non c’avrà i soldi…” Chidiebre provava a indovinare le loro chiacchiere. Accostò discreto il naso all’ascella. Puzzava. Si era fatto una bella corsa da piazza Maggiore alla stazione… tutto per la fila al Mc… di solito son più veloci. Gli scappò quasi da ridere. Invece continuò a gustarsi l’hamburger, poi le patatine e la cola. A Castelfranco il ragazzo aveva finito il suo pranzo. Fu allora, sazio, che si accorse del giornale. Il Corriere dello Sport stava lì, abbandonato o dimenticato da qualcuno sul seggiolino vuoto accanto al suo, proprio dove poco fa aveva gettato il biglietto non timbrato. Il biglietto… mangiando lo aveva dimenticato. Forse poteva alzarsi ora, cercare il controllore, spiegare che nella fretta… Certo, provare a rimediare a Castelfranco, a dieci minuti da Modena, dove sarebbe sceso. Fa’n’culo, stavolta lo Stato gli avrebbe offerto il viaggio! Per tutte quelle volte in cui si era fatto Modena-Bologna e poi Bologna-Modena in piedi. Per tutte quelle volte in cui Trenitalia si scusava per il ritardo. Per tutte quelle volte in cui non si scusava affatto e il vagone era una ghiacciaia. O un forno. Se il controllore non era ancora passato, probabilmente era segno che non c’era, che stava mangiando anche lui (l’orario era quello giusto), o che aveva controllato i biglietti poco prima che il treno fermasse a Bologna. Chidiebre non ci pensò più, afferrò il giornale e si immerse nella lettura dei risultati delle partite. Dopo la fermata di Castelfranco il treno riprese la sua andatura e i nuovi passeggeri si cercarono un posto. Tra l’andirivieni di questi e la lettura, il ragazzo proprio non si rese conto che in piedi accanto a lui si era fermato qualcuno. «Biglietti prego!» Gli occhi strabuzzano dietro il giornale. Nessuna idea fulminea e brillante. “Prendi il biglietto e daglielo”. Sguardo basso, Chidiebre posa il giornale e al suo posto prende il biglietto. Il controllore guarda il cartoncino colorato. Inarca il sopracciglio destro. Per un attimo pare quasi che una lucina si accenda nelle pupille scure e annoiate dell’uomo: finalmente un colpevole, finalmente il suo lavoro serve a qualcosa, finalmente farà valere la sua autorità! Deve subito arricciare le labbra in una smorfia severa per non dare a vedere l’eccitazione. Rallenta la smania di agire rigirandosi il pezzo di carta tra le mani per un buon mezzo minuto: lo osserva scrupolosamente davanti e dietro, perfino sui lati. Non c’è più alcun dubbio, c’aveva preso fin dal principio. «Mi scusi, il biglietto non è stato obliterato». Educazione e termini tecnici, bisogna farsi rispettare con garbo – sua madre, buon’anima, l’aveva tirato su come si deve. Chidiebre è smarrito poi, senza rendersene conto: «Speak English?». Il controllore, un uomo sulla cinquantina abbondante, ha un sussulto istantaneo. Si guarda intorno. Tutti i passeggeri nelle immediate vicinanze si gustano lo show. Si capisce, mai nessuno che si faccia gli affari propri a ’sto mondo. Solo la ragazza che dormiva – o fingeva di dormire o riposava gli occhi o altro –, dopo aver allungato il suo biglietto, ha riappoggiato la testa al finestrino e richiuso le palpebre. “Ecco… l’unica che mi poteva dare una mano… che alla sua età l’inglese l’avrà pur studiato…”. Allora niente, il controllore farfuglia qualcosa tipo un no. Poi però tenta di riprendere in mano la situazione. Con un certo tono scandisce: «O-BLI-TE-RA-TO… il biglietto… prima di salire, qui!» e fa un cenno col dito sulla carta. «Speak English?… Please!» Poco da fare, c’è da lasciar perdere. L’uomo, che prima aveva dovuto placare un risolino d’entusiasmo sotto i baffi, ora deve nasconderci sotto, come si dice, oltre al danno, la beffa. Anche a chiamare la polizia… che figura ci faceva?… che poi anche loro… mica è detto che lo sapevano, l’inglese! «Per questa volta, che passi!» Deve buttare giù: scrive data e ora a penna sul biglietto, lo restituisce e procede, senza far caso all’espressione costernata che il ragazzo riesce a costruirsi sul volto. Chidiebre è quasi in estasi. Avrebbe potuto dire la verità, forse l’avrebbe scampata comunque. E invece gli era venuta fuori quella trovata, così, praticamente dal nulla o forse dal panico. Che tra l’altro, lui, parlava poco e niente dell’inglese (era nato in Italia, sempre vissuto in Italia)… giusto qualcosa che si ricordava dalle lezioni… che poi, a casa, non si aprivano spesso i libri. Finalmente si può rilassare, dedicarsi ai risultati delle partite negli ultimi dieci minuti di viaggio fino a Modena. Allora Chidiebre riprende Il Corriere, ricomincia a leggere. Poi di nuovo dei passi che si avvicinano. Non ci fa caso. «Scusa eeh…» Stanno parlando a lui? Finisce la frase, non capisce perché le pagelle siano così dure coi giocatori della sua Inter. Alza distrattamente lo sguardo da dietro le pagine del quotidiano. «Ma se non sai l’italiano, com’è che ti leggi Il Corriere?» Il ragazzo riabbassò istintivamente gli occhi verso il giornale e restò immobile, così, lo sguardo vuoto e fisso sulle pagine, per alcuni secondi. Questa volta non trovò nessuna replica, rimase come afono e si schiacciò contro lo schienale. Il controllore, presa la sua piccola, personale rivincita, girò i tacchi e si allontanò definitivamente. Chidiebre significa “Dio è clemente”.
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