CAMing-out-Like-a-Boss

Come tutti abbiamo tristemente imparato, tutti gli animali sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri. Per questo c’è sempre qualcuno che comanda, e qualcuno a cui è chiesto di obbedire (provando, magari, a strappare un aumento di stipendio, se capita l’occasione…).

Nel CAMing out!  di oggi parliamo di libri in cui, al centro del racconto, c’è la figura archetipica del “capo”: in un viaggio dall’antica Roma alle follie combinatorie dell’OULIPO, scendiamo nei mille modi in cui si può essere “boss”.


Tiziana Buda978880621971GRA segnala:

Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano, Einaudi, 2014, 344 pagine.
Traduzione di Lidia Storoni Mazzolani di Mémoires d’Hadrien, 1951.

«Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più… Cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti...».

Memorie di Adriano non è solo un romanzo. È un saggio storico, un’opera di poesia che riesce a coniugare la figura di un grande “capo” della storia con l’uomo che era o che poteva essere, senza che fra io due aspetti vi sia alcuna sovrapposizione fastidiosa.

Giunto all’età di 62 anni, Adriano decide di scrivere al suo pupillo Marco Aurelio (futuro imperatore) una lunga lettera in cui esalta la vita, il vigore della giovinezza, la sete di conoscenza che l’ha spinto a viaggiare in cerca di risposte ma che lo ha anche “condannato” al governo di un popolo. Questa lettera, inoltre, è irradiata dall’amore per il giovane Antinoo, che regala un nuovo senso alla vita dell’imperatore, ma descrive anche un uomo dilaniato dalla scomparsa dell’amato, dopo la quale Adriano afferma di sentirsi un sopravvissuto al quale ogni cosa appare irrimediabilmente deforme.
Attraverso queste pagine Marguerite Yourcenar ci racconta la storia di uno dei più importanti imperatori romani descrivendone la vita, il progetto politico con i suoi successi e i suoi fallimenti, ma tratteggiandone anche la visione del mondo, ereditata dai greci, che lo spinge a servire la patria, nonostante sia consapevole che, prima o poi, il tramonto giungerà anche per il suo impero. Dinanzi alla caducità degli eventi e dell’esistenza, l’atteggiamento di Adriano è quello dello stoico per eccellenza.

Leggendo questo romanzo epistolare si avverte la dirompente attualità delle parole di Adriano che, ormai vicino alla morte, mostra una grande sensibilità nei confronti di tutto ciò che è vita. In questo senso ci è vicino, è un uomo come noi, sempre teso a conciliare felicità e dovere, desiderio e volontà. Verrebbe quasi da dire che ci troviamo di fronte ad un’opera di “archeologia chirurgica”, traboccante di dettagli storici accuratamente descritti ma capace allo stesso tempo di andare in profondità, all’interno del protagonista ma anche dentro di noi.

 

Giulia Cupanistupore-e-tremori segnala:
Amélie Nothomb, Stupore e tremori, Voland, 2001, 128 pagine.
Traduzione di Biancamaria Bruno di Stupeur et tremblements, 1999.

Questo romanzo autobiografico della belga Amélie Nothomb è la storia di uno choc culturale “regressivo”, di un drammatico caso di mobbing e di un’infatuazione viscerale e pericolosa, di quelle da cui ci si lascia fagocitare seguendo l’onda di memorie e suggestioni lontane, fino al momento in cui si arriva a fine corsa e ci si accorge di avere le ossa rotte, senza che ci sia stato il tempo di capire cosa stava capitando.
In questo caso l’oggetto del divorante amore della protagonista è il Giappone, paese delle meraviglie in cui l’autrice è nata e in cui ha trascorso l’infanzia, sedimentata nella sua memoria come un’epoca d’oro, un vero e proprio paradiso magico e perduto. Affascinata dai suoi ricordi infantili, appena ne ha la possibilità Amélie ritorna nel paese del Sol Levante – di cui parla la lingua e di cui conosce le tradizioni, i gesti, i significati sottointesi dietro ogni simbolo e ogni azione – e trova lavoro in una grande azienda di import-export. Ma qui, inaspettatamente, il mondo nipponico le mostra un’altra delle sue facce, facendole compiere tutti i passi di quella che si rivela come una vera e propria discesa agli inferi. L’implacabile organizzazione dell’azienda per cui lavora, infatti, la giudica inadatta a svolgere tutti i vari compiti che le vengono via via affidati, e la povera e disarmata Amélie si trova così a passare da impiegata a segretaria, da segretaria a porta-caffè, da porta-caffè a custode dei bagni.
A condannare Amélie all’assurdo, inutile ruolo di “signora Pipì” (chiamata solo a sostituire i rotoli di carta igienica finiti e gli asciugamani usati: niente di meno, niente di più) è Fubuki, il suo capo, donna algida, bellissima e affilata come una lama, il cui nome significa letteralmente “tempesta di neve”. Sotto la coltre morbida del suo poetico nome, la terribile Fubuki nasconde però tutte le nevrosi di una donna condannata a inseguire una perfezione impossibile, e che per raggiungerla sacrifica tutto, compresa la sua stessa vita, con la dedizione e l’assurda tenacia di un vero e proprio samurai dell’import-export.
Fubuki, il capo per eccellenza, tortura Amélie perché, in ogni secondo, tortura se stessa, in un circolo vizioso dal quale non si può sfuggire e da cui la protagonista si lascia catturare, arrivando a scoprire di non poter evitare di amare la sua aguzzina nemmeno quando quest’ultima la umilia e la mastica, trasformando la sua vita in un inferno. In quell’eroina dell’inutile, in quella combattente della perfezione insensata, Amélie legge i riflessi del mondo giapponese che lei nonostante tutto adora, anche nell’istante in cui le svela i suoi aspetti più terrificanti, il suo esasperato formalismo, la sua crudeltà di enorme organismo che non vede nulla di perverso o immorale nel condannare a morte i suoi componenti, se ciò serve a garantire l’impeccabile funzionamento dell’insieme.
Attraverso la storia di un amore implacabile e distruttivo per il proprio capo, Amélie Nothomb traccia un quadro grottesco e impeccabile del mondo giapponese, mettendone in luce la meraviglia e la follia, il fascino di sogno-incubo in cui lo splendore della favola infantile si rivela capace di partorire sconcertanti mostri.

 

 

978880620021GRACaterina Di Paolo segnala:
Georges Perec, L’arte e la maniera di affrontare il proprio capo per chiedergli un aumento, Einaudi, 2010, 70 pagine.
Traduzione di Emanuelle Caillat di L’art et la manière d’aborder son chef de service pour lui demander une augmentation, 2008.

Una delle tante cose che Georges Perec aveva capito molto bene è che i limiti, in francese contraintes, sono un modo per giocare meglio. I limiti positivi rappresentano un aspetto centrale dell’OULIPO, Ouvroir de Littérature Potentielle, fondata da un altro eccelso matto come Queneau: si tratta di gruppo di scrittori e matematici – di cui Perec era uno dei maggiori esponenti – che volevano applicare regole matematiche e figure retoriche alla scrittura, con l’intento di produrne all’infinito. Tra gli oulipiani di spicco c’è anche un certo Italo Calvino, che spiega molto bene cosa sia l’OULIPO nella prima delle Lezioni americane, quella sulla leggerezza. In Italia, poi, nel 1990 nasce l’OPLEPO, che vanta tra i suoi membri anche Edoardo Sanguineti e Ermanno Cavazzoni. Qui potete trovare la lista dei contraintes usati all’interno dell’OULIPO, mentre questo è il sito dell’OPLEPO: entrambi i gruppi continuano a produrre letteratura, e lo potete fare anche voi, facendo vostri alcuni piccoli limiti stilistici (come nel caso del lipogramma, che prevede di scrivere senza usare una o più lettere, o come quando ci si cimenta nella costruzione di un palindromo) che possono far sbizzarrire la vostra fantasia.
Perec è autore del più lungo palindromo del mondo e di tante altre narrazioni basate proprio sul limite positivo: era un dinamitardo come Queneau, e come lui era un autore che, con le parole, voleva costruire e distruggere oltre che raccontare qualcosa nel modo più classico.
E così Perec decide di affrontare, in L’arte e la maniera di affrontare il proprio capo per chiedergli un aumento, una questione spinosissima che a ogni lavoratore dipendente è capitata o capiterà: una richiesta potenzialmente collegata a moltissime variabili, in cui bisogna essere osservatori attenti e in cui il tempismo è tutto. E Perec tratta l’argomento con grande razionalità: stila un diagramma di flusso in cui sono elencate e correlate tutte le possibilità da vagliare dopo aver deciso di affrontare il proprio capo per chiedergli un aumento, dalle più normali (il capo non c’è o ti chiede di tornare più tardi) alle più bislacche (il capo ha mangiato qualcosa di pesante a mensa e quindi è preferibile non parlare con lui dopo pranzo, oppure le sue figlie si sono ammalate e il capo è da mettere in quarantena). Il libro rappresenta il percorrimento del diagramma di flusso attraverso tutte le sue variabili, in una specie di guida al caso divertente e sottile.

Avrei voluto scrivere una recensione alla maniera del libro, ma ci ha già pensato la traduttrice Emmanuelle Caillat scrivendo questo piccolo capolavoro che può rendere l’idea di quanto sia pirotecnico leggere Perec in generale e questo volumetto in particolare; qui invece si può sentire il grande Paolo Nori che legge l’incipit del libro – e chi meglio di lui poteva leggere ad alta voce questo esperimento? Il libro, infatti, è privo di punteggiatura e si basa sulle ripetizioni e gli intercalari del parlato, apparentemente casuali ma in realtà scelti con una logica combinatoria.
Ma il capo, alla fine, lo dà l’aumento? Non sarò certo io a dirvelo; di sicuro Perec mostra giocosamente il capo illuminandolo con la luce della complessità del caso, luce che illumina tutti noi e che ci dimostra che, se si tenta mapparla, c’è da diventare matti. Ma anche da divertirsi moltissimo.

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