Bruno Arpaia - L'energia del vuoto

«Bruno Arpaia è uno di quelli che affrontano l’arte e la letteratura con l’unica ambizione di essere coerenti con la vita e con l’epoca che gli è toccato vivere.»

Queste le parole di Luis Sepùlveda che l’editore ha scelto di stampare sulla quarta di copertina dell’ultimo romanzo di Bruno Arpaia, L’energia del vuoto, uno dei cinque finalisti del Premio Strega 2011. E leggendo questo libro non si può che essere d’accordo con lo scrittore cileno: lo stretto legame con quest’epoca – con qualche aspetto di essa, almeno – è, infatti, una delle cose che con più dignità vi emergono, accettando la sfida di affrontare i più recenti dibattiti scientifici in campo fisico e innestarli in un thriller.

I protagonisti della storia sono Emilia Viñas, un’importante ricercatrice del Cern di Ginevra, e suo marito Carlo Leone, funzionario dell’Onu nella stessa città: lei, costretta dal lavoro e dal ruolo di grande responsabilità per uno degli esperimenti del Lhc (Large Hadron Collider) a trascurare il coniuge e il figlio Nico; lui, consapevole dell’inesorabile allontanamento dalla moglie, è frustrato da questa situazione e dall’isolamento adolescenziale di Nico, alienato da videogame e jeans a vita bassa. Accanto a questi, l’avvenente giornalista spagnola Nuria Moreno, i giovani ricercatori del team di Emilia, il fisico teorico Marcello Milanesi, un losco individuo dei servizi segreti, dei rappresentanti diplomatici e qualche terrorista islamico.

L’intreccio ci colloca immediatamente su una provinciale verso Marsiglia, nell’auto di Pietro, mentre il figlio sonnecchia e chiede di sua madre. Da questo momento il libro è un continuo alternarsi di frammenti che si incatenano per ricostruire gli eventi precedenti: Emilia sta lavorando a un fondamentale esperimento dell’Lhc e viene messa in guardia sulla possibilità di attacchi dall’interno; Nuria vuole scrivere un articolo sul lavoro del Cern e dialoga con Milanesi e gli altri ricercatori per capirne qualcosa; la Tour Eiffel viene fatta saltare in aria in un attentato; Pietro raggiunge Barcellona nel tentativo di spiegarsi la scomparsa della moglie e lo strano incidente di cui è stato vittima Eduard, il brillante scienziato del suo staff.

Arpaia – si diceva – è coerente con l’epoca che gli tocca vivere. Qui il pretesto gli è fornito dall’affascinante mondo della fisica quantistica e dal polverone sollevato negli ultimissimi anni dagli esperimenti del più grande acceleratore di particelle mai costruito, l’Lhc appunto, in funzione nel sottosuolo svizzero dal 2008. Tutti ricorderanno la soap mediatica di quell’evento, con le accuse di presunzione e immoralità della scienza, la sfida al Creatore, il timore di buchi neri che avrebbero inghiottito il pianeta o chissà quale catastrofe. Lo scrittore campano bypassa, in un certo senso, queste polemiche e le lascia sullo sfondo per concentrarsi sull’aspetto più interessante di tutta questa faccenda: l’assoluta instabilità della conoscenza umana. A farsene portavoce è il candidato al Nobel Marcello Milanesi che, attraverso le sue lezione e le interviste con Nuria offre al lettore un vero trattato scientifico “senza formule” e spiega l’attuale incompatibilità delle due maggiori teorie fisiche dell’epoca moderna (la teoria della relatività di Einstein e la meccanica quantistica) affrontando i temi che fino a Newton sono stati prerogativa della filosofia – come il tempo, lo spazio, l’universo – cui lo scienziato moderno dovrebbe tornare a riferirsi, e offrendo un’ampia panoramica delle teorie più discusse attualmente (supersimmetrie, superstringhe, teoria del Tutto, ecc.). È sotto questo aspetto che il romanzo di Arpaia funziona meglio e può essere accostato a libri di grandissimo successo come Il quinto giorno di Frank Schätzing o Il teorema del pappagallo di Denis Guedj.

Degno di nota è pure il tentativo, da parte dell’autore, di proporre una strategia narrativa perfettamente coinvolta nei suoi contenuti, abolendo la classica suddivisione in capitoli a favore di brevi frammenti (di tre o quattro pagine al massimo) che si rincorrono e intrecciano nello spazio-tempo, riuscendo a tenere il lettore incollato alle sue pagine nonostante i lunghi approfondimenti scientifici, proprio come propone, interrogativa, la giornalista al famoso fisico:

Forse […] bisognerebbe provare a raccontare mettendo insieme, come posso dire?, mettendo insieme ‘quanti di narrazione’ che poi, come quegli anellini di cui tu parlavi, nell’esperienza di chi sta leggendo formano il ‘tempo proprio’, diverso per ciascun lettore

p. 202

L’indubbio pregio di essere riuscito a gestire con meritevole competenza un argomento così poco comune in letteratura, però, non è sufficiente a rendere il romanzo degno della candidatura a un premio letterario come lo Strega che, al di là delle polemiche e delle politiche decisionali degli amici della domenica che pare obbediscano all’ordine “quest’anno a me, il prossimo a te”, figura tra i più prestigiosi della narrativa italiana.

Le scelte di Arpaia rasentano a tratti la banalità e, pur coinvolgendo il lettore dietro i meccanismi più classici della costruzione giallistica, compongono un libro più adatto all’ombrellone che alla biblioteca: l’atmosfera malinconica di Pietro col suo petulante «tirati su i calzoni» rivolti al più stereotipato degli adolescenti del xxi secolo, lo staff multietnico del Cern, l’ossessione professionale di Emilia, il carisma seduttore della giornalista; quasi tutto, insomma, è prevedibile sin da principio. Proprio come il finale, verso il quale il lettore corre nella speranza di essere sorpreso da qualche trovata brillante, una ‘pistola di Čhechov’ o un colpo di scena, per impattare contro le ultime, poche pagine banali e frettolose che insinuano il sospetto di una scadenza da contratto con l’editore Guanda.

L’energia del vuoto, dunque, è un ottimo libro se si vuole avere lo spettro delle attuali avanguardie fisiche, un buon romanzo per intrattenersi in un pomeriggio di relax, ma un’opera abbastanza deludente qualora ci si aspetti Letteratura.

Bruno Arpaia, L’energia del vuoto, Guanda, Parma 2011

Conaltrimezzi ha deciso di recensire i 5 finalisti del premio Strega 2011:
Storia della mia gente di E. Nesi (Bompiani) – 60 voti
Ternitti di M. Desiati (Mondadori) – 49 voti
L’energia del vuoto di B. Arpaia (Guanda) – 49 voti
La vita accanto di M. Veladiano (Einaudi) – 49 voti
La scoperta del mondo di L. Castellina (Nottetempo) – 45 voti


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