a cura di Emanuele Caon.

Per la rassegna Quei bravi ragazzi, riportiamo un’estratto di Educazione di una canaglia (Einaudi) di Edward Bunker, nel quale l’ex criminale parla a proposito di Caryl Chessman, con il quale ha stretto rapporti in carcere. E’ anche grazie all’esperienza di Chessman che Bunker ha cominciato a scrivere dietro le sbarre.

In questi stralci testuali emergono le personalità e le esperienze vissute da questi due pericolosi criminali, divenuti poi grandi scrittori e casi letterari famosi in tutto il mondo.

 

Un paio di giorni dopo la sentenza, mentre ero in attesa della registrazione dell’esito del mio procedimento nell’Ufficio dello Sceriffo, giunse un annuncio dall’Ufficio Accettazione e Rilascio: “ Chessman convocato in sala visite”. La notizia eccitò gli avanzi di galera e i criminali di professione detenuti nella sezione. La sua battaglia donchisciottesca nei tribunali, che era appena cominciata, amplificava la sua leggenda già radicata nel mondo della malavita. Il suo libro, Cella 2455, Braccio della Morte, non era ancora stato pubblicato, ma il suo nome era già famoso, o famigerato, a San Quentin e Folsom e su tutti i giornali della California del Sud. Un’ora dopo, un aggiunto sopraggiunse sul ballatoio, spingendo un carrello carico di scatole di cartone, contenenti i fascicoli di Chessman. Era giunta un’ordinanza del tribunale, e l’Ufficio dello Sceriffo era sotto pressione quando da un tribunale arrivava l’ingiunzione di fare qualcosa. Chessman era stato condannato alla camera a gas per una serie di reati minori, rapine e aggressioni sessuali perpetrati in Mulholland Drive. Era stato soprannominato il Bandito dalla Luce Rossa, perché aveva agganciato le sue vittime costringendole ad accostare al marciapiede con una luce rossa, simile a quelle in dotazione alla polizia. Probabilmente si trattava soltanto dell’effetto prodotto da un foglio di cellophane rosso sopra un riflettore di cui molte vetture, all’epoca, erano provviste. Lui sosteneva, e la maggioranza dei criminali gli credeva, che il Lapd lo avesse incastrato o per lo meno che avesse ordito una montatura contro di lui per provarne la colpevolezza, ben sapendo che era innocente. Da molti anni era una spina nel fianco della polizia. Un tempo aveva rapinato dei casinò e dei bordelli illegali sulle colline sopra Sunset Strip, sulla cui attività l’Ufficio dello Sceriffo chiudeva un occhio. Pareva poco credibile che uno capace di tanto passasse poi a rapine di pochi spiccioli e stupri da pervertito. Io credevo nella sua innocenza. Se avessi pensato il contrario, non gli avrei neppure rivolto la parola. Il mio codice morale mi impediva di fraternizzare con stupratori e rei di abusi sessuali su minori.

Chessman era stato convocato per un’udienza nel merito della veridicità del verbale del processo, il documento utilizzato dal Tribunale della California, e da tutti i tribunali successivi per determinare esattamente, momento per momento, le fasi di svolgimento del lungo processo in cui Chessman aveva scelto di rinunciare all’avvocato di parte e difendersi da solo. Al Matthews era stato nominato in qualità di consigliere. L’impiegato del tribunale addetto alla verbalizzazione aveva usato la stenografia, anziché una macchina, fatto di nessuna importanza nella misura in cui lo stenografo provvedeva alla trascrizione esatta del dibattimento. Ahimè! L’uomo era deceduto prima di riuscire a completare il lavoro, e Chessman contestò che il nuovo stenografo incaricato di ultimare la trascrizione aveva commesso errori tali da inficiare il ricorso in appello. Questa controversia garantì a Chessman altri dodici anni di vita, ma non portò alla celebrazione di un altro processo. All’epoca, nei casi di ricorso in appello diretto alla Corte Suprema passavano da un anno a diciotto mesi tra la sentenza di condanna e la pasticca di cianuro, talvolta meno. Con i due anni già trascorsi, il caso Chessman stava già superando la media.

I reati che presumibilmente aveva commesso erano i seguenti: un’automobile munita di luce rossa si era accostata al veicolo di una coppia che aveva parcheggiato per godersi la vista dell’ammasso di luci della conca della San Ferdinando Valley. Una figura era scesa dell’automobile e si era avvicinata alla coppia. Impugnava una pistola. Li aveva rapinati, costringendoli poi a prestazioni sessuali. Figurandomi la situazione, non riuscivo a immaginare come mi si potesse drizzare, sia nel ruolo della vittima che del delinquente. Quando rapinavo una banca, il mio pene di solito si raggrinziva fin quasi a scomparire.

Mi riferirono (non lessi mai personalmente la trascrizione) che Chessman si condannò con le proprie mani al Braccio della Morte quando rivolse a una donna di Camarillo, una delle sue vittime, una domanda talmente dissennata che aveva aperto la strada a una testimonianza incriminante. Se si fosse fatto assistere da un buon avvocato, sarebbe stato condannato all’ergastolo, che a quei tempi, trascorsi sette anni, dava il diritto alla concessione della libertà vigilata. Non ho mai sentito dire che un condannato per omicidio in primo grado abbia scontato meno di quattordici anni di detenzione, ma Chessman non aveva omicidi a suo carico e molti altri condannati per reati paragonabili ai suoi fecero soltanto dieci anni di galera. A quei tempi, e in molti altri Paesi del mondo, dieci anni di detenzione erano parecchi, ma oggi, almeno qui in America, dieci anni sono la pena che viene commiata per gli illeciti minori, o quelli che dovrebbero essere considerati tali.

Ero convinto che Chessman fosse rimasto vittima di una montatura costruita scientemente a tavolino contro di lui. Col tempo la mia idea è cambiata. Era colpevole. Fece ciò di cui fu accusato, anche se pareva destituito di qualsiasi logica. Il titolo di “avvocato galeotto” che gli fu attribuito è il suo lascito al sistema giudiziario. Prima di Chessman, un detenuto che si aggirasse nel cortile della prigione con le carte legali in mano era considerato o un coglione o uno che spacciava un mucchio di fandonie. Una volta alcuni detenuti falsificarono un pronunciamento della Corte Suprema e si misero a venderne delle copie nel cortile della prigione in cambio di una stecca di sigarette per ogni copia, ma questo episodio risale al dopo-Chessman.

La verità è che sarebbero molto meno numerosi i detenuti e/o i giustiziati se tutti gli imputati disponessero anche di un quarto delle risorse dell’accusa. Noi diciamo che il nostro sistema è il migliore, ma in base a quale criterio? Forse concediamo la libertà all’innocente e puniamo il colpevole meglio degli altri? Tutto va bene finché i colpevoli non sono i ricchi, perché nessuno riesce a punire veramente i ricchi. Grazie a Dio i poveri commettono molti più reati.

Chessman dava l’impressione di camminare con passo spavaldo, ma in realtà la sua andatura era il frutto di una ferita che risaliva all’infanzia. Il suo naso da falco era stato fratturato: adesso aveva un becco ricurvo. Aveva un’aria da duro, ma non minacciosa

[…]

Chessman mi raccontò:

In galera, la cosa migliore è evitare di mettersi nei guai, se possibile… ma se ti pestano i piedi e devi proprio far fuori qualcuno, se vuoi evitare la camera a gas o l’ergastolo, sta’ attento a colpirlo davanti, non alle spalle. Se lo colpisci davanti, puoi sempre invocare la legittima difesa. Un’altra cosa: non andare mai a pescarlo nella sua cella o nel posto dove lavora. Nel qual caso avresti varcato i limiti consentiti… e ti troveresti dove non dovresti essere.

Per il 1950, i loro consigli erano buoni. Vent’anni dopo era impossibile essere condannato per un omicidio commesso in carcere senza una guardia almeno come testimone oculare. Negli anni cinquanta, i detenuti in maggioranza si sentivano così impotenti e sconfitti che solitamente confessavano dopo qualche giorno, settimana, o persino alcuni mesi, nel cosiddetto “sotterraneo”, una fila particolare di celle dell’Edificio N°5 del Penitenziario di Folsom. Neppure si pensava che un galeotto avesse diritto a un avvocato.

[…]

I detenuti di Folsom depositano ventimila ricorsi ogni anno. Venti anni prima non si era mai sentito parlare di una cosa del genere, e un detenuto che veniva visto con dei fascicoli giuridici sotto il braccio sarebbe stato deriso e sbeffeggiato. Il diritto era considerato come una religione segreta, inaccessibile ai comuni mortali. Solo i suoi sacerdoti potevano officiarla. Per battersi dinanzi a un tribunale bisognava avere un avvocato che costava un bel po’ di soldi e conosceva i giudici. La battaglia combattuta da Caryl Chessman per non entrare nella camera a gas, durata dodici anni, aveva cambiato il comportamento dei detenuti. Il flusso incessante di ricorsi è l’eredità lasciata da Chessman. Nell’ambito delle scommesse, l’Irish Sweepstake frutta di più, ma per certi individui l’appello è l’unica speranza di resurrezione, per quanto esile possa essere.

 

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