A cura di Isacco Tognon.

 

Marcello Fois l’ho incontrato a casa mia, si fa per dire. Ovvero ho avuto il piacere di parlarci ad Asiago, era una giornata di fine luglio, al Palazzo del Turismo. L’occasione: una tappa del tour della cinquina finalista del Premio Campiello, con il giornalista Sergio Frigo a moderare l’incontro e a presentare gli scrittori. Assieme a Francesca Melandri, Fois è l’unico della cinquina a vivere in senso stretto di parole – Montanaro fa l’avvocato, Abate l’insegnante, Missiroli il caporedattore di una rivista di psicologia – e, pensate un po’, entrambi rinfrescano la voce “entrate” soprattutto grazie alle sceneggiature per cinema e Tv, da Fantaghirò, Zoo, Don Matteo, Nati ieri (Melandri) a Distretto di Polizia, Crimini, L’ultima frontiera, Ilaria Alpi e Certi bambini (Fois).

L’intervista che leggerete avrebbe due domande in più, se il mio registratore non avesse deciso di fare le bizze proprio in quel quarto d’ora di conversazione. Ma il danno è stato arginato in tempo e, se me lo concedete, trasformerò quei minuti mancanti in una sorta di prologo: abbiate pazienza.

Più che del libro Nel tempo di mezzo (di cui trovate una recensione qui), abbiamo parlato della sua scrittura da outsider. In che senso? Nel senso che Fois – ma questo tratto lo accomuna anche ad Abate e al libro poi vincitore del premio – parla della sua terra ma vive altrove. A Bologna, nella fattispecie, ma la saga famigliare dei Chironi ha il cuore sardo. La Barbagia, la Sardegna dell’interno è la sua terra di origine, da lì partono o arrivano, come in questo caso, le storie. Gli ho chiesto come è visto dai suoi “compaesani”, se i sardi leggono i suoi libri. Penso infatti a Mario Rigoni Stern: amato in tutta in Italia e non solo, ad Asiago non ha goduto della stima di tutti i lettori e ancor prima, in senso lato, dei suoi concittadini. Troppo scivoloso, forse, scrivere di una terra così piccola e dall’identità forte, ma che fugge davanti ad ogni definizione. Perché ognuno crede di condividere una certa idea, una certa cultura, ma questa idea e questa cultura vengono declinate di testa in testa, cambiano con le persone, e i chiaroscuri identitari si trasformano in crucci difficilmente risolvibili, tanto meno dalla parola scritta. Marcello Fois, invece, dice che i barbaricini apprezzano il suo lavoro, che sono contenti di leggere la loro terra nelle sue pagine. Insomma, pare che in Sardegna la ricezione sia più benevola.

 

I posti di mare, solitamente, hanno identità multiple, la compenetrazione di culture è più marcata. Invece In Sardegna non c’è il mare, giusto per citare il titolo di un tuo libro. In compenso c’è il ferro, c’è la famiglia Chironi a lavorarlo: è necessario, a Nuoro, aggrapparsi alla terra o a un elemento per costruire un’identità?

È molto giusta la tua domanda, è vero che occorre un avvenimento, un corpo, un oggetto per riuscire a fare quel solco che l’artigiano sa fare naturalmente e che noi invece magari sappiamo fare male, perché non abbiamo la stessa esperienza ma soprattutto perché non ci siamo presi quella responsabilità. La cosa bellissima dell’essere artigiani è proprio constatare con quanta leggerezza si fanno cose apparentemente difficilissime; il fabbro per me è affascinante per questo, perché lavora un materiale terribile, che gli fa resistenza, eppure lui in qualche modo lo convince, in qualche modo gli dà una posa, gli parla, è un dialogo. E così il falegname, che ha lo strumento giusto per fare il ricciolo giusto, mentre noi sprecheremmo tanto di quel legno.
Questa Nazione, secondo me, ha bisogno di artigiani, nel senso metaforico del termine, cioè ha bisogno di persone che abbiano competenza di quello che stanno facendo e che siano quindi responsabili degli errori che fanno. Intellettuali compresi.

 

La tua è una prospettiva distorta e “esterna”, scrivi di una terra che continua a essere tua soltanto a distanza: questo sguardo ti fa perdere in sincerità o si trasforma in un’arma in più? E, se così fosse, viene riconosciuta da chi in quella terra ci vive?

Bè, bisogna lottare. Non si perde in sincerità, anzi si acquista in sincerità perché si perde il ricatto terrificante del locale: consolare quelli che hanno bisogno delle solite cose e che noi (veneti e sardi, ndr) conosciamo sulla nostra pelle. Piuttosto che affrontare un problema ci si rifugia dentro la consolazione di un passato più o meno vagheggiato; poi uno legge Rigoni Stern e capisce che, come i sardi, anche qui eravamo poveri e lottavamo per il cibo, insomma eravamo un’altra cosa rispetto all’idea che abbiamo di noi stessi. In definitiva, secondo me la sincerità aumenta con la distanza.

Riguardo alle identità plurime, dicevi che non è in contrasto il fatto di sentirsi sardo oppure bolognese, di essere italiano ma usare al contempo lingue diverse. La lingua italiana è lo strumento che ti permette di affermare un’identità che convive con quella di origine,  necessariamente diversa. In questo tipo di identità linguistica non c’è un punto di rottura, un conflitto? 

Io capisco molto bene la tua domanda, perché è una domanda che mi sono posto molte volte. C’è stata certamente una sperequazione, una stagione in cui la mia o la tua lingua madre non sono state concepite paritariamente all’italiano, questo è il problema che dobbiamo sanare dentro di noi. Io alla fine mi sono risposto in questo modo: dobbiamo riuscire a superare il disagio per essere stati così violentemente strappati da questo tipo di consonanza, da questo tipo di musica. A voi, e a noi, hanno detto a un certo punto che parlare il veneto piuttosto che il sardo era disdicevole nei confronti della Nazione: questo è il problema. Superare questo tipo di impasse – perché prima o poi impatti con questa che è una realtà, purtroppo – non vuol dire arrendersi, ma fare tesoro dei problemi.
Come l’artigiano, che non butta via il pezzo di legno che gli è venuto male, ma lo userà per fare una trottola per suo figlio, non lo caccia via. Credo che noi, con questo tipo di testardaggine, rischiamo di buttare via il bambino che eravamo, e non ce lo possiamo permettere.

 

Il senso di identità di cui parlavamo prima, ovvero quello che vede la compresenza di più culture, è un tratto tipico delle comunità di mare. È molto più strano trovare questo tipo di radicamento in una realtà più circoscritta, non vocata al dialogo. In Barbagia, insomma.

Dipende dalle situazioni, se tu hai avuto più scambi hai più esperienze del mondo. Si presume che in montagna le esperienze del mondo siano meno radicate, ma allora perché sia in montagna che al mare ci siamo arresi così facilmente? Questo è il punto: tutto questo è pre-televisivo, ma dopo la televisione questo assunto non regge più. Noi abbiamo avuto una rivoluzione mentale che è dipesa dal fatto che avevamo la possibilità di vedere il mondo senza spostarci di casa, non avevamo il problema dei nostri nonni. Noi sappiamo come è fatto l’Antartide senza averci messo piede, cioè abbiamo competenza di cose che i nostri nonni nemmeno immaginavano. Sappiamo molte più cose, ecco perché siamo una generazione cui spetta quel salto di qualità; certo non la si poteva pretendere dalla generazione precedente, che non aveva competenza del mondo.

 

Il tuo lavoro di scrittore e la gestazione del libro: i momenti in cui scrivi, i tempi editoriali…

Non sono impiegatizio, non scrivo tutti i giorni, qualche volta per settimane non scrivo. Ma poi di fatto scrivo sempre, perché quando sto facendo un libro io ho un lobo del cervello, il destro o il sinistro, non so quale, che sta lavorando ininterrottamente a quel libro lì. Dopodiché succede che lui mi dice che è pronto, mi dà un titolo, io mi siedo e lo scrivo. Molto velocemente, in media, un mese o un mese e mezzo per la prima stesura e buona la prima.

 

Che strumenti utilizzi? Scrittore che ricerca o scrittore che viaggia?

Viaggi no, ma mi documento moltissimo. Sai, sono un italianista, ho una formazione da studioso di archivi, sono abbastanza tranquillo rispetto alla ricerca, non sono uno che si spaventa a ricercare le cose. E poi uso internet, fortunatamente possiamo sapere tutto senza muoverci da casa.

 

Un nostro CAMing out! Parlava di libri sopravvalutati. Me ne diresti uno?

Caspita, è difficilissimo. Non lo so, ci devo pensare. [Omissis, ndr]

 

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