Lahar Magazine

Siamo andati a trovare i ragazzi di Lahar nel loro corner all’Infart: un open magazine, un po’ poster, un po’ fanzine, che leggi, apri e appendi.

Cos’è Lahar Magazine? Copio-incollo dal sito: «Nelle nostre notti profonde, come nelle viscere di un vulcano che dorme, quanti erano i discorsi che si sprecavano, senza emergere nella realtà. Teste calde, un po’ bevute e spesso irrequiete. Frasi urlate, mai udite. Fuoco sotto la terra, magma che ribolle nell’invisibile e tutto tace. Ma ecco la scintilla che fa scattare la bomba ad orologeria, ecco il Lahar; e chi salta in aria è la nostra immaginazione! Pentola a pressione cranica, sbuffa vapore, è incontenibile e si fa inchiostro sulla pagina, che si piega solo per entrare nelle vostre tasche».

Volendo essere più precisi un open magazine con un formato da posterzine. Open magazine perché si tratta di una redazione aperta: ogni numero dipende dall’invio di contenuti da parte della gente. Posterzine perché Lahar si legge, si apre e si appende, diventando un vero e proprio poster.

I ragazzi di Lahar ci sanno fare. Li abbiamo incrociati di sfuggita al Radar Festival, a Padova, venendoci a trovare per la data degli Against Me!. E noi siamo andati a trovarli all’ultima edizione dell’Infart a Bassano del Grappa, dove hanno potuto allestire un corner dove la gente si potesse “chillare” e leggere la rivista.

Ad un anno, circa, di distanza dalla loro nascita, con sei pubblicazioni alle spalle, abbiamo cercato di fare il punto della situazione con Eric Parolin e Riccardo Alessandro Didonè, direttore editoriale e segretario di Lahar, in attesa di festeggiare questo primo importante traguardo. Noi di CAM li seguiamo da un po’: sono ragazzi creativi e simpatici. E poi, durante l’intervista, mi hanno offerto una birra. Questo per dire che a noi di CAM ci comprate con poco.

 

Come e perché nasce Lahar Magazine?

Eric: Lahar nasce dall’esigenza di provare a dire qualcosa. E nasce da un determinato contesto: fine serata, hai bevuto qualche birretta e allora inizi a parlare di politica, delle cose che ti stanno attorno… Da qui l’idea di una pubblicazione, dalla sera alla mattina, del nostro presidente. All’inizio abbiamo portato avanti questa iniziativa in modo un po’ goliardico, e poi, a mano a mano, abbiamo concretizzato sempre di più il progetto, attorno ad un concept grafico abbastanza studiato, che potesse rendere su carta quelle prime discussioni delle quattro di mattina.

 

Tutto questo un anno fa?

E: Un po’ di più. La gestazione del primo numero è stata di sei mesi. Vuoi per la nostra poca esperienza, vuoi per molti altri ostacoli e dubbi sul fatto di avere la “licenza” di dire qualcosa. Ci chiedevamo se effettivamente avessimo qualcosa da dire ai ragazzi della nostra generazione, del nostro paese. O se a qualcuno sarebbe interessato quello che avevamo da dire.

 

Il nucleo della rivista è di Cittadella (Pd), giusto?

E: Sì, Cittadella e dintorni.

 

Età media della redazione?

E: Ventiquattro. Il più giovane è Julian, che è del ’92 e il più vecchio ha ventisette anni.

 

Per chi ancora non vi conosce, che cosa si trova dentro a Lahar?

E: Spunti di riflessione. Poi ogni numero ha una sua tendenza. C’è quello più narrativo, quello più socio-politico, senza voler imporre nulla ai nostri lettori. Alla fine lo scopo di Lahar è quello di offrire degli stimoli ai ragazzi della nostra generazione, che vadano al di là del “usciamo, ubriachiamoci e facciamo le 5 di mattina”. Si cerca di parlare di cose che riguardano tutti.

Riccardo: La nostra è una generazione trattata malissimo dai media. Siamo quelli, cazzo ne so, di Amici di Maria De Filippi, quelli che si sballano la sera senza aver niente da dire. Noi invece diamo l’opportunità di esprimere qualcosa: scegliamo un tema, tu ci dai un contributo. Ora siamo nel 2012, ok? Nel ’92 o nel ’72 le cose non erano molto diverse: le generazioni più vecchie – genitori, professori, datori di lavoro – vedevano di cattivo occhio quelle più giovani, che devono trovare la forza per dire la loro. Noi siamo un mezzo: alla fine Lahar, non la facciamo noi, o il direttore editoriale, o il grafico, ma la gente che ci manda gli articoli. L’editoriale stesso o la grafica prendono forma in base al materiale che ci arriva.

 

Quindi la vostra è una redazione aperta?

E: Sì, ci siamo chiesti perché non dare questa opportunità? Alla fine noi di Lahar non abbiamo nessun titolo in più rispetto alle persone che ci mandano i loro contributi.

 

E il tema della rivista come lo scegliete?

R: Litigando. Oppure seguendo certi criteri. Ad esempio, abbiamo scelto Nomadi perché stavano arrivando le vacanze, c’è la crisi e i ragazzi se ne vanno dall’Italia: ci siamo detti “magari viene fuori qualcosa di buono”. Oppure Matrimoni a maggio, perché quello è il mese in cui la gente si sposa. O ancora Biciclette, perché ci piaceva l’idea di fare qualcosa di “green”, vedi anche il costo della benzina. Cose così. Cerchiamo di essere accessibili e di metterci qualcosa di nostro.

 

Prima mi dicevi che avete dei riscontri che arrivano da ogni parte dell’Italia.

R: Attualmente Lahar distribuisce 4000 copie in giro per l’Italia e se ci penso è pazzesco. Io stesso non ho idea di chi legga la nostra rivista. Poi capita che ci arriva la mail di una tipa che l’ha trovata ad Urbino. Cose così.

E: Tramite amici, contatti e richieste arriviamo fino a Torino, Napoli e Urbino. E questo è uno dei più grandi risultati di Lahar. Ad un certo punto abbiamo dovuto scegliere se concentrarci di più sul territorio o invece provare ad espanderci. Le nostre radici sono qui, ma abbiamo preferito divulgare la cosa al di fuori del Veneto. Perché è molto bello vedere persone che non conosci, che non hai mai visto, che ti chiedono di spedirgli la rivista o i gadget. È una gran bella soddisfazione.

 

Gadget tipo?

E: Spillette, magliette, shopper. Sono delle fonti di introito: qualcosina ci arriva da questo… no?

(Riccardo sta ridendo)

E: Lui è il nostro contabile, lui sa.

R: Con i gadget ci prendiamo poco. Facciamo di più con l’aperitivo per lanciare le riviste. Teniamo i drink a prezzi popolari, anche perché non vogliamo essere elitari, quindi ci va di fare delle feste, non cose da figli di papà, da quello che fa l’università, il magazine, l’intellettuale… Poi grazie alla collaborazione con un marchio di abbigliamento locale faremo delle nuove magliette.

Ah, vi devo ancora chiedere il perché del nome Lahar.

E: Ci abbiamo messo un mese per deciderlo. Alla fine è stata un’illuminazione di Dea, una ragazza della redazione. Lahar è un termine indonesiano che significa “Lava”. Da Wikipedia: un fenomeno piroclastico, di magma mischiato a fango, terra ed acqua. Una sorta di frana. Ci serviva qualcosa che rendesse questa idea: “noi non siamo capaci di fare un magazine, ma ci proviamo”. Un qualcosa di travolgente e caotico.

R: Un vulcano che erutta senza una particolare direzione o pianificazione. Quando abbiamo iniziato non avevamo idea di dove saremmo potuti finire. Tuttora non lo sappiamo. A malapena ho qualche idea per il prossimo numero, viviamo alla giornata. Fortuna che abbiamo trovato degli sponsor, anzi, dei mecenati che ci sostengono; ad esempio uno dei primi, Bubu di Street on Fire, skateshop di Cittadella, che ci ha dato dei soldi senza neanche sapere cosa facessimo. Io devo la vita a quell’uomo, e quella di Lahar. Lui è il nostro angelo custode.

 

Quindi siete riusciti a trovare qualcuno che riesce a darvi una mano.

R: Bubu è una sorta di eroe locale, è colui che ha portato lo skate a Cittadella.

E: La scelta degli sponsor non è casuale. Street on Fire fa parte della scena di Cittadella, siamo contenti che ci supporti e nello stesso tempo noi supportiamo la scena. Anche se nessuno di noi fa dello skate, a parte qualche esperienza a quattordici-quindici anni, senza aver riscosso grandi risultati (risate)… tuttavia ci identifichiamo un po’ in questo stile e in quell’ambiente. Un altro sponsor recente è il Vinile, un locale rock della zona, che spinge un certo tipo di musica e che fa feste in un certo modo.

 

All’uscita di ogni rivista voi organizzate una festa. Quindi oltre al magazine c’è un modo alternativo di fare aggregazione.

R: Esatto, fa parte dell’idea di magazine pop. Abbiamo interesse che la gente faccia festa con noi, che ci sia un contatto al di là della lettura della rivista che può trovare in giro o in libreria. Quindi ci si diverte, ci si conosce, creiamo qualche installazione particolare. Per Matrimoni avevamo anche un tizio vestito da Elvis. Per Biciclette avevamo quelle di una volta, con le ruote enormi, abbiamo persino organizzato una gara… Cose così. Cerchiamo di dare un tema alle feste, in linea con la rivista.

 

Una delle cose che ho notato per prime della vostra rivista, e non credo di essere il solo, è il progetto grafico piuttosto accattivante. O comunque il lato creativo di Lahar.

R: Sì, abbiamo dei grafici che si sbattono un sacco (io non ci lavoro per nulla). Inoltre il formato è piuttosto particolare, vedi l’impaginazione, che crea non poche difficoltà. Sarebbe più semplice fare una rivista classica di trenta pagine, ma perderemmo il lato sperimentale della cosa.

 

Il vostro, in effetti, è un formato inconsueto. Un po’ poster, un po’ fanzine

E: Lahar è una posterzine. Il formato è uno dei punti di forza: la rivista si apre, nel vero senso della parola, e la si può appendere. Così la vedi, la leggi e la utilizzi. Diventa un oggetto vero e proprio e non un qualcosa di usa e getta. Lahar ottiene un valore, per certi versi, feticista.

 

Che ci sta. Progetti futuri?

R: Festeggiare il nostro primo anno di vita con il nuovo numero e una bella festa. Poi partecipare a festival ed eventi.

E: Poi nuovo sito, nuovo logo e forse un nuovo sponsor. Di spunti e possibilità ce ne sono, ma come al solito l’evoluzione della rivista dipende dalla gente, dal modo in cui le persone si approcciano alla rivista, come partecipano e contribuiscono ai singoli numeri.

R: Essendo un “open magazine” noi della redazione non siamo esattamente i “padroni” di Lahar, così come non possiamo intervenire più di tanto sui contenuti.

 

Pubblicate anche racconti?

E: Abbiamo avuto una rubrica molto forte, di narrativa, l’Aratro, ora l’abbiamo un po’ abbandonata.

R: Diventava un po’ difficile gestire la cosa. Arriva troppa roba di gente che inviava molti racconti simili e non molto originali. Esempio: se domani dovessimo scegliere come argomento della rivista Animali, sono sicuro che ci arriverebbero un sacco di racconti di gente che scrive del proprio cagnolino. Ecco, io rispetto moltissimo queste persone, perché hanno affidato a Lahar i loro pensieri e le loro fatiche, dandoci fiducia – e questo è molto bello – ma di certo non possiamo dedicare molto spazio a questo tipo di racconti.

 

Eh certo, anche noi di CAM ne sappiamo qualcosa…

E: Puntiamo più che altro a narrazioni di un certo tipo. Ti faccio un esempio: la storia di una ragazza marocchina che, una volta stuprata, è stata costretta a sposare il proprio violentatore. Un modo coinvolgente per portare a galla una certa realtà, a metà tra il racconto e fare informazione. Raccontando storie si riesce a trattare e valorizzare certi contenuti. E poi in redazione ognuno si specializza in base ai propri interessi e competenze. Io non so niente dello spread, però se lui, che studia economia, riesce a spiegarmi cos’è lo spread attraverso la storia di Cappuccetto Rosso, dico: ok questo è positivo. Ho capito cos’è lo spread senza leggermi un articolo pesantissimo di economia e finanza.

R: In un articolo ho anche provato a spiegargli la crisi attraverso l’esempio di Gigi Sabani (risate).

 

Ah però. Sentite, dove si può trovare Lahar? 

E: Ti rimando al sito, dove trovi la nostra pagina distro.

R: Che però dobbiamo aggiornare. Dal numero Nomadi, siamo presenti in ogni negozio d’Italia che tiene il marchio Lobster. Abbiamo fatto questo accordo, anche se la cosa ci ha costretti ad aumentare la tiratura, perché ci consente di arrivare tanto a Canicattì quanto a Bressanone.

Questa è una cosa molto figa!

E: L’ultima cosa da dire è invitare la gente a contribuire a questo progetto, perché è di tutti, senza voler essere eccessivamente fricchettoni. Tuttavia la condivisione dei contenuti effettivamente è uno dei pilastri di Lahar.

R: Ecco, piuttosto della donazione, mandateci i vostri articoli. Poi se qualcuno vuole anche contribuire economicamente, meglio ancora (risate)…

E: Invitiamo chiunque a provarci, a inventare qualcosa senza fermarsi a pensarci troppo. Volete creare qualcosa? Realizzatela. Perché quando ce l’avrete fatta sarà una bella soddisfazione. E poi arriveranno le botte di culo, com’è stato per noi: una svolta ad ogni numero.

 

Come si deve fare per collaborare con voi? Seguirvi su Facebook e aderire alla call a tema per ogni rivista?

E: Esattamente. Due settimane, dieci giorni dopo l’uscita del numero, pubblichiamo il mood, ovvero quelle indicazioni editoriali per poterci scrivere e contribuire alla prossima uscita. Tutto questo su Facebook, Twitter o sul nostro sito www.laharmagazine.com.

 

E noi di CAM rilanciamo volentieri la chiamata alle armi e ringraziamo Eric e Riccardo (birra compresa). Anche voi, contribuite alla causa. Siate lava che erutta da questo vulcano.

 

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