John Doe - Frank Capra

CONALTRIMEZZI #04

FRANK CAPRA E LO STRANO CASO DI JOHN DOE
Uno dei primi registi indipendenti della storia, la sceneggiatura di uno strano film sul Quarto Potere, la storia di una rivoluzione mancata

Frank Capra quella volta non ci raccontò la storia giusta. Perché John Doe doveva morire… Perciò lasciate che vi racconti questo aneddoto che la dice lunga non solo sul mondo del cinema ma anche sull’autonomia intellettuale ed artistica dei cineasti e sulle dinamiche di produzione in uno dei momenti storici cruciali della Settima Arte.

1941. I bombardamenti di una lontana guerra infuocavano l’Europa e giungevano distanti in un’America incollata alle seggiole delle sale cinematografiche. In quell’anno Frank Capra gira Meet John Doe (Arriva John Doe) uno strano film sul Quarto Potere. All’epoca Frank Capra non era solamente un regista con le palle ma era l’unico che si potesse permettere il nome nei cartelloni pubblicitari1. A tutti gli effetti Capra, allora presidente della Screen Directors Guild (SDG)2, viene oggi considerato come colui che seppe riportare nel cinema l’idea di un film come creazione artistica di un autore. Stiamo quindi parlando di un cineasta privilegiato, cioè il padrone di ciò che realizza in un’epoca dove i registi non erano altro che operai della produzione, anonimi e spesso snobbati. Ebbene, nonostante lo spirito anarchico che gli agita l’animo, Frank Capra è Hollywood. I suoi sono film di successo che lo portano ad accumulare un prestigio ed un potere non paragonabili con nessun altro regista dell’epoca. Cosciente di questo e forte dei riconoscimenti ricevuti per Accadde in una notte (1935, Oscar come miglior film, regia, sceneggiatura non originale, attore e attrice protagonista) e seguenti (È arrivata la felicità, 1937, Oscar miglior regia, Orizzonte Perduto, 1938, Oscar miglior scenografia e montaggio, L’eterna illusione, 1939, Oscar miglior film e regia, Mr. Smith va a Washington, 1940, Oscar miglior sceneggiatura originale) egli si mette in testa di girare un rischioso lungometraggio che tratta in modo piuttosto esplicito uno scomodo argomento: lo scontro di un individuo contro un sistema di potere che vorrebbe stravolgerne la personalità o indurlo al silenzio. Si capisce che stiamo parlando di un argomento estremamente indigesto ad un’America egemonica che tra le altre cose sta covando l’intervento in una delle guerre più dispendiose e sanguinose della storia. Quindi, una volta risolto il contratto con la Columbia, Capra decide di mettersi in proprio, un fatto inedito per l’epoca, e di fare il suo film contro il sistema, insofferente com’è alle leggi di Hollywood. Assieme al suo sceneggiatore di fiducia, Robert Riskin, si mette a scrivere Meet John Doe. Piccola ma dovuta parentesi. Per chi non lo sapesse “John Doe” è il nomen nescio per eccellenza del mondo anglosassone, un po’ come il nostro “Mario Rossi” e viene usato per riferirsi, tra le altre cose, ad uno sconosciuto o ai cadaveri non identificati. Insomma, John Doe è il nome che si dà all’anonimato. Chiusa parentesi.

Dunque la trama del film è la seguente: una redattrice di giornale, per evitare il licenziamento, scrive una lettera aperta ai lettori, una sorta di vibrante protesta contro le ingiustizie sociali. La lettera viene appunto firmata “John Doe”. In seguito al successo di pubblico la redattrice convince il direttore di trovare un uomo in grado di impersonare fisicamente John Doe, il misterioso autore del comunicato. Da una schiera di miserabili viene infine scelto un ex giocatore di baseball caduto in disgrazia, Long John Willoughby, interpretato da Gary Cooper. Da quel momento Willoughby/John Doe diviene una sorta di burattino mediatico: tiene discorsi alla radio che riscuotono un consenso popolare sempre crescente sino a diventare un fenomeno di massa usato per scopi elettorali dall’editore del giornale, uno stronzo reazionario – antesignana figura del lobbista americano – che mira alla Casa Bianca. Quando John Doe si rende conto si essere solamente un manichino, un volgare strumento del potere, decide di suicidarsi.
Al di là dell’afflato vagamente sovversivo che si percepisce dalla sceneggiatura del film (all’epoca la mannaia della censura calava anche per molto meno), il finale è una pugnalata direttamente al cuore del cinema classico: il tipico happy ending hollywoodiano viene gettato alle ortiche. L’inusuale tragedia, ovvero la morte del protagonista (altro tabù provocatoriamente infranto dalla premiata ditta Capra-Riskin) diviene inoltre un pretesto per riflettere circa i malcostumi della società, del potere occulto, dell’informazione e della propaganda. Come vedete stiamo parlando di un lungometraggio attualissimo. Capra con questo film, dopo anni di mal connivenza3, intende porsi contro l’establishment. Del resto lui, l’unico cineasta indipendente di quegli anni, ha i mezzi, la statura e l’autorità per farlo. Dal punto di vista cinematografico stiamo parlando di una rivoluzione.

Ma qui arriva il bello. Dopo sei mesi dalla fine delle riprese Capra torna sul set e decide di cambiare il finale. John Doe, che nella versione originale si butta da un palazzo, viene dissuaso dai suoi stessi sostenitori, affettivamente (o morbosamente?) legati alla sua persona malgrado rappresenti, in fin dei conti, un’identità virtuale. A causa della rinuncia di Capra (il quale non ha il coraggio di far volare Gary Cooper giù dal cornicione), viene meno la rivoluzione cinematografica. Inoltre, esaminando la sceneggiatura, il finale riformato evidenzia un fallimento duplice dell’impresa: la mancata immolazione di Doe, da una parte, e la dipendenza dei suoi seguaci dalla strumentalizzazione, dall’altra. Un happy ending per modo di dire se si considera che in questo finale riveduto e corretto John Doe non è più solo quel disgraziato usato come manichino dai media, ma anche l’intera platea che lo sostiene. Arriva John Doe è quindi un film che testimonia il rientro nei ranghi di Capra il quale successivamente si rifugerà in film più disimpegnati. Egli tornerà a dirigere per la Warner e dal ’42 al ’45 si occuperà addirittura della propaganda bellica come coordinatore e supervisore di una serie di documentari, Why We Fight, girati per conto del Dipertimento della Difesa. Morale della favola: questa è la storia di una piccola rivoluzione mancata, di una mancanza di coraggio, di un’operazione intellettuale e simbolica interrotta, e dell’ennesima vittoria del conformismo. In poche parole: una cilecca. Capra, comportandosi come un intellettuale del suo tempo, sgomita, acquisisce prestigio e potere, autonomia e visibilità, ma quando ha l’opportunità di infrangere le regole di uno status quo oppressivo egli si ritrae, anzi, si conforma ai dettami del potere. Tuttavia il caso ha voluto che in quello stesso anno esplodesse una vera e propria bomba atomica cinematografica: Quarto Potere, di un Orson Welles, vale la pena ricordare, appena venticinquenne. Da lì in poi la storia del cinema è fortunatamente costellata di individualità in grado di sfidare l’egemonia delle majors e di risollevare lo status autoriale di un cinema più consapevole dei propri mezzi, anche a discapito delle logiche di mercato. Dalla Nouvelle Vague francese alla geminazione di numerosi sottogeneri negli anni ‘70, sino ad arrivare ai giorni nostri dove mercato ed una certa denuncia politica e di costume trovano sintesi in prodotti di intrattenimento e documentazione anche su larga scala, in grado di riscontrare, anche grazie alla divulgazione via web, grandi successi di pubblico.

Tuttavia lo strano caso di Arriva John Doe persiste nella memoria come emblema di rivolta disattesa e simbolo della vittoria del conformismo sulla creatività e sulla denuncia. Nella morte scampata di John Doe intravediamo a posteriori una sopravvivenza indolente e di comodo, uno spirito di conservazione che se ne esce vittorioso a discapito della rottura di certi automatismi. Un aspetto che fa parte della personalità di tutti, questo nostro lato connesso all’incapacità di ribellarsi, a tradursi in testimonianza autonoma. Ed è per questo che i retroscena legati a Frank Capra ed al suo film ci insegnano che probabilmente faremmo tutti meglio ad uccidere il John Doe che c’è in ciascuno di noi.

NOTE:

1. Non a caso la sua autobiografia si intitola appunto: The Name above the Title.

2. Un’associazione di categoria in chiara contrapposizione allo strapotere dei produttori che aveva come primo obbiettivo quello di estendere l’autonomia creativa dei registi.

3. Già nel ’39 egli aveva espresso in una lettera aperta pubblicata nelle colonne del New York Times un’evidente j’accuse nei confronti delle produzioni: «Abbiamo solo chiesto che il regista sia consentito leggere il copione del film che dovrà dirigere, e montare il film, sia pure in una forma non definitiva. […] Direi che l’80% dei registi gira le scene esattamente come gli viene detto loro di girarle, senza alcuna variazione, e che il 90% non ha voce in capitolo né sul soggetto, né sul montaggio». Tutto ciò rende l’idea dello status subalterno del regista nel cinema classico americano.



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