Marquez - Vargas Llosa

 CONALTRIMEZZI #04

GARCÍA MÀRQUEZ E VARGAS LLOSA, DUE INTELLETTUALI A CONFRONTO
Lo scontro su Cuba, le divisioni politiche, la lotta per una società migliore e l’amore per la letteratura
di Emanuele Caon.

CAM#04: leggi e scarica gratisLatinoamericani, scrittori da premio Nobel, giornalisti, intellettuali impegnati, anzi impegnatissimi. Ecco chi sono Gabriel García Màrquez e Mario Vargas Llosa, il primo colombiano e il secondo peruviano. Sostenitori della rivoluzione per eccellenza, quella cubana. Amici, o meglio, ex-amici arrivati anche alle mani. Celebre è infatti la foto che ritrae Màrquez con un occhio nero causatogli da un pugno sferrato dal nobel peruviano. È oramai da più di trent’anni che non si parlano, dopo aver vissuto assieme, dopo aver condiviso passioni, sogni e speranze. Infine è stata la politica, da sempre al centro della loro vita, a dividerli. Sì, perché Vargas Llosa è diventano un reazionario, un “agente dell’imperialismo”, o almeno questo fu quello che disse di lui la stampa cubana. La realtà invece è molto diversa, perché lo scrittore peruviano fu inizialmente un sostenitore della rivoluzione e solo in un secondo momento ha iniziato a prenderne le distanze. I primi motivi di delusione verso il regime castrista iniziarono a manifestarsi quando ebbe occasione di vedere i campi di detenzione in cui erano detenuti criminali, controrivoluzionari, dissidenti ed omosessuali. Fu una visione che turbò molto Vargas Llosa, il quale espresse privatamente il proprio disagio a Fidel Castro.

Ma fu il caso Padilla a segnare la rottura definitiva con Cuba. Nel 1968 il poeta Heberto Padilla vinse un prestigioso premio di poesia, ma successivamente i suoi versi furono considerati controrivoluzionari. Nel 1971 il poeta venne addirittura incarcerato ed in seguito costretto a ritrattare pubblicamente. Il caso gettò scompiglio fra gli intellettuali sud-americani che, se prima furono compatti nel sostenere la rivoluzione, in seguito a questi fatti si divisero formando due fazioni con idee opposte: una per la quale la rivoluzione cubana rimaneva da sostenere, l’altra per la quale le limitazioni della libertà non erano più tollerabili. I due schieramenti ebbero, per l’appunto, come massimi esponenti Màrquez e Vargas Llosa. Da qui nascerà una profonda divergenza fra i due premi nobel, i quali rappresentarono lo scontro di opinioni che in quegli anni aleggiò per tutto il continente, in particolare fra gli scrittori del cosiddetto boom, ovvero i primi a potersi mantenere con la letteratura.

Ma analizziamo singolarmente le posizioni dei due scrittori, perché le critiche non mancarono per nessuno dei due. Màrquez fu visto come un servo della rivoluzione cubana, che si fingeva cieco di fronte agli aspetti più controversi del sistema socialista cubano. La realtà invece è molto più complessa. Nonostante egli abbia esaltato in molti articoli la rivoluzione, appare chiaro che i difetti del regime castrista gli erano noti. Malgrado tutto decise di non sottolinearli. Tra le ragioni principali di questo atteggiamento vi era la sofferenza dovuta alle enormi ingiustizie che affliggevano il Sud America, provocate da un intollerabile imperialismo americano. Marquez in questo caso vide in Fidel Castro l’unica opposizione plausibile. Quindi le sue mancate critiche ai danni del regime furono per lo più dettate dalla volontà di non dare argomentazioni utili alle diffamazioni statunitensi ed in secondo luogo alle detrazioni di Pinochet. Egli credette che il socialismo fosse l’unico modo per poter migliorare la società latinoamericana, una forma di gestione del potere da conquistare attraverso le rivoluzioni. E quella cubana avrebbe dovuto rappresentarne l’avanguardia. Lo scrittore colombiano era quindi convinto che Castro fosse da sostenere a prescindere, tanto che in un’intervista dichiarò «Per ogni rivoluzionario il primo compito è la difesa della rivoluzione cubana». Ad ogni modo è da escludere che il suo sostegno a Cuba fosse dettato da compensi economici, dato che nel 1968 Marquez, già un affermato romanziere, nonché vera e propria celebrità, avrebbe potuto pubblicare in una qualsiasi rivista. Lo scrittore colombiano decise invece di servirsi del suo successo per sostenere battaglie che ritenne giuste. Egli non si limitò solamente a sostenere la rivoluzione cubana ma cercò di sensibilizzare in numerosi articoli e reportage sulle condizioni del Sud America e dell’ Africa, senza contare il costante impegno per le questioni ecologiche. Ricordiamo che negli anni ’70 erano molte le riviste latinoamericane che desideravano trattare argomenti scomodi. Màrquez decise di dare il suo contributo a questo tipo di stampa antagonista, consapevole del fatto che la sua fama avrebbe creato maggiore interesse attorno a certi argomenti. Un’altra ragione che portò il colombiano a dissentire con Vargas Llosa fu la convinzione che Cuba, almeno negli anni ’70-’80, fosse in ogni caso il paese con la migliore qualità di vita dell’intera America Latina. Vedi la sanità e l’istruzione pubbliche gratuite, la grande opera di alfabetizzazione del governo castrista, la partecipazione all’attività politica della popolazione: realtà impensabili in tutto il resto del continente. Màrquez, nonostante gli aspetti controversi della rivoluzione, credette che fosse suo dovere sostenere la Cuba castrista in quanto modello di miglioramento sociale.

Nel ’75 il nobel colombiano, riferendosi in generale alla situazione latinoamericana, arrivò a giustificare l’autoritarismo cubano nella seguente dichiarazione: «Lì il caudillismo è una grande tradizione storica, e passerà molto tempo prima che possa essere estirpato completamente». Insomma, per la rivoluzione poteva essere necessaria l’autorità di un caudillo. Al contrario di Marquez, il pensiero di Vargas Llosa ha subito un’evoluzione radicale. Sostenitore in un primo momento della rivoluzione cubana, si schierò poi, in seguito al caso Padilla, contro Fidel Castro, una mossa che gli valse pesanti critiche oltre che una campagna diffamatoria da parte del regime. Il nobel peruviano si è infatti da sempre considerato prima di tutto uno scrittore, tanto che in un celebre intervento dichiarò: «La letteratura è fuoco, che significa anticonformismo e ribellione, la ragion d’essere dello scrittore è la protesta, la contraddizione e la critica». Secondo Vargas Llosa la letteratura è sempre contro al potere. Non può esistere nessuna rivoluzione, per quanto giusta, che possa avere il diritto di limitare la libertà di espressione. L’insofferenza dello scrittore nei confronti del regime cubano stava tutta in questo principio: egli non riusciva a tollerare il fatto che un buon obiettivo si dovesse raggiungere a discapito delle libertà e dei diritti della persona. Difatti Vargas Llosa farà sua la morale dei limiti, in cui sono i mezzi a giustificare i fini e non viceversa, per poi venire a contatto, negli anni ’80, con ideologie liberali che farà proprie. Inutile dire come la cosa non poté non scatenare una seconda ondata di proteste da parte della sinistra, mentre un tale trasformismo cominciò a suscitare l’approvazione di una destra ipocrita che fino a quel momento aveva ignorato l’opera dello scrittore per via della sua militanza filo-socialista. Vale infatti la pena ricordare che il suo romanzo La città e i cani venne messo al rogo nelle piazze dai militari peruviani. Vargas Llosa ha sempre rivendicato, allora come adesso, il diritto di cambiare idea, se non altro perché lo scrittore percepisce il mondo come una realtà caotica in divenire a cui tenta di mettere ordine mediante una continua elaborazione intellettuale.

Per queste ragioni il suo passato da sostenitore di Fidel Castro non gli è valso alcun tipo di imbarazzo, tant’è vero che decise di pubblicare una raccolta di saggi risalenti agli anni ’60 nei quali egli rende note le contraddizioni che appartengono alla sua vicenda personale. Infatti lo scrittore ha sempre considerato con interesse intellettuale le posizioni di quel periodo, ritenendo un’ingenuità il dovere di mantenere ad oltranza il medesimo punto di vista. Tuttavia vale la pena ricordare come vi siano tematiche sulle quali Vargas Llosa non ha mai concesso ambiguità, come i diritti umani, la libertà individuale ed il diritto alla critica. Difatti, malgrado questa sua evoluzione da posizioni socialiste ad una versione interpretata del liberalismo, il nobel peruviano ha sempre saputo dimostrare una certa coerenza per quanto riguarda l’impegno a proposito di queste tematiche fondamentali. Così come non ha mai avuto fine la sua osservazione del rapporto tra la libertà morale delle azioni umane e la responsabilità di ogni cittadino nei confronti della società. Llosa è in definitiva un liberale convinto o per meglio dire un pensatore indipendente, perché nella sua personale visione del liberalismo, l’economia non può essere l’unica forza a determinare la realtà sociale e anzi essa, senza il sostegno della cultura, è destinata a degradare nella prevaricazione e nella barbarie. Lo scrittore peruviano crede infatti che il sistema attualmente vigente non sia un sano capitalismo ma una degenerazione dello stesso, una forma di mercantilismo in cui il mercato è prostituito dall’alleanza mafiosa tra politica ed imprenditori influenti.

In conclusione, nonostante il divario che ha segnato il rapporto tra i due nobel latinoamericani, in essi vi sono dei punti in comune. Certo, Marquez ha sostenuto la rivoluzione cubana credendo che i suoi obiettivi potessero anche giustificare implicazioni di una certa gravità, Vargas-Llosa, di tutt’altro avviso, non si è mai reso disponibile a tollerare i soprusi di una qualsiasi dittatura, tanto da considerare Castro sullo stesso piano di Pinochet. Del resto il nobel colombiano è un socialista convinto, mentre quello peruviano si ritrova su ideali di area liberale, tuttavia, malgrado le diverse prospettive ideologiche, i due scrittori sono molto più simili di quanto non si possa immaginare. Essi sono entrambi dei sognatori votati alla lotta contro le ingiustizie, scrittori di innegabile prestigio che credono nella forza immensa della letteratura, una finzione che in maniera privata è in grado di cambiare le persone, di indurre l’individuo alla riflessione ed alla creazione di una nuova coscienza con la quale figurarsi membri attivi della società.
La politica ha la possibilità di mutare il sistema anche in tempi brevi, lo stesso vale per il giornalismo che fa luce su fatti oscuri della società, ma la letteratura permette di turbare gli animi in maniera molto più profonda e radicale, in quanto essa rimane uno strumento efficace nella lotta contro la disuguaglianza e l’ingiustizia anche se non in grado di portare il cambiamento nel breve periodo. Ecco perché, secondo Vargas Llosa, i regimi hanno paura della letteratura e quindi è compito dello scrittore schierarsi contro le censure e contro i dogmi. Così si spiega, ad esempio, il Màrquez romanziere, che sembra in profondo contrasto con il Màrquez giornalista, al contrario sostenitore di Fidel Castro. Rimane infatti da chiedersi come abbia potuto Màrquez dichiarare che se Aureliano Buendìa avesse vinto una delle sue trentadue guerre non sarebbe stato altro che un caudillo, e nello stesso tempo sostenere Castro, anch’egli guerrigliero poi diventato dittatore. Tutto si spiega perché il giornalismo e la letteratura sono due cose diverse, con obiettivi diversi: il primo deve rivolgere le proprie attenzioni al breve periodo, la seconda invece può porsi il compito di proporre una revisione della società a lungo termine.

Gabriel García Màrquez e Mario Vargas Llosa sono quindi due intellettuali, due sognatori convinti che l’impegno sociale sia una ragione di vita. Due scrittori eccezionali che riconoscono alla letteratura un compito fondamentale per l’uomo, che non è solo quello di far evadere dalla realtà ma anche e sopratutto quello di smuovere gli animi, di turbare gli individui donandogli una nuova sensibilità sociale. Insomma, due intellettuali impegnati al massimo delle proprie facoltà nel folle desiderio di riuscire a cambiare il mondo. Provate a dire loro che la realtà è immutabile e che di conseguenza non è possibile far fronte ad ingiustizie e disuguaglianze. Sapete cosa potrebbero rispondervi? Venite a vedere l’America Latina.
Guardatela oggi nel 2011: le dittature sono quasi scomparse, non è più quella degli anni passati, afflitta dall’imperialismo americano e dalle guerre. I problemi sono ancora molti ma non è certo più quella di un tempo, anzi, la situazione è senza dubbio migliorata. Oggi in Italia, facendo anche tesoro di simili esperienze, dovremmo forse chiederci chi possa essere mai in grado di ricordarci che il pensiero è sacro, che non ci si può esimere dall’impegno civile, che si deve sognare, che un mondo migliore è possibile. E che la letteratura è fuoco.

 

Riferimenti bibliografici:

– Gabriel García Màrquez, Periodismo militante, Fuoridallerotte, 2006.

– Gabriel García Màrquez, Non sono venuto a far discorsi, Mondadori, 2010.

– Roberto Paoli, Invito alla lettura di García Marquez, Mursia, 1981.

– Elena Clementelli, García Marquez, La Nuova Italia, 1999.

– Mario Vargas Llosa, Letteratura e politica, Passigli, 2005.

– Mario Vargas Llosa, Israele Palestina, pace o guerra santa, Libri Scheiwiller, 2009.

– Numerose interviste e discorsi dei due premi nobel.

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