Idioti di domani - Fabrizio De André

CONALTRIMEZZI #04

IDIOTI DI DOMANI
Cantautori, intellettuali e proteste studentesche

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Hanno fatto rumore gli anni ’60. Si sono affacciati nelle piazze e hanno trovato a specchiarli le facce degli studenti, di giovani scossi da un nuovo canto di libertà. Giovani che offrivano un’immagine-profilo da capelloni, corredata di maglione e jeans, di anticapitalismo, di insofferenza verso il mondo borghese post-boom, accompagnati da quella musica un po’ pazza e un po’ impegnata, insomma troppo giusta, che li ha restituiti al mondo e alla storia come i figli della Beat generation. I padri d’adozione avevano casa oltreoceano, la famiglia contava cantanti e scrittori, poeti e artisti. Le parole di Allen Ginsberg, di Jack Kerouac, le stonature adorabili di Bob Dylan cullate dalla voce dolce di Joan Baez erano le porte verso un nuovo mondo, erano chiavi per vedere il mondo con occhi nuovi. Anche il Belpaese, in ritardo di quasi un decennio, getta semi e coglie frutti in seno alla Beat generation; giusto per fare qualche nome, sono questi gli anni delle traduzioni di Fernanda Pivano, delle canzoni dei Dik Dik e degli Equipe ’84, di Caterina Caselli e di Gian Pieretti. In campo musicale si affacciano sulla scena cantautori e gruppi che propongono una musica con accenti diversi rispetto al bon ton delle canzonette da Sanremo. I testi delle loro canzoni sono “impegnati”, si riallacciano alla tradizione del canto sociale. È in questo contesto musicale che scoppia il giro di boa del ’68. Silenzio.

Silenzio, sì, perché la generazione dei sessantottini non trova una propria rappresentanza forte nella musica di quel periodo, in quella musica impegnata che sembrava poter essere un cavallo da battaglia o quanto meno il termometro degli umori in anni così speciali. Una voce sembra sottrarsi a questa mancanza: quella di Fabrizio De Andrè, che si leva a cantare la storia dell’uomo più rivoluzionario della storia, Gesù di Nazareth. Ma sono pochi a capire che ‹‹La buona novella è un’allegoria che paragona le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 con quelle della vita di Cristo››, pochi intuiscono che il cantautore genovese parla di una rivoluzione che mira a una nuova realtà, al perdono, in tempi dove rivoluzionari e conservatori sono troppo occupati dal potere. Per i più, l’album è quanto mai anacronistico, quasi irritante per la sua mancata vicinanza alla realtà. Fu per motivi anagrafici che molti cantautori vissero il ’68 dall’esterno o dalle retrovie, da studenti già studiati o semplicemente da bambini, perché molte voci che saliranno in auge negli anni seguenti all’epoca dei fatti erano bambini o adolescenti, oppure ex studenti.

È così che la musica lascia dei vuoti, in questi vuoti rinascono domande e pensieri; perché quei giovani continuano a protestare, a voler cambiare il mondo, si chiedono quale sia il modo migliore per farlo. E cercano guide, cercano padri, si guardano intorno. La scoperta più disarmante è proprio questa: nessuno sembra in grado di capire, di sentire, di vivere fino in fondo questo nuovo clima, queste nuove idee. Dove sono i politici, dove i pensatori? Dove sono, utilizzando un parolone, gli intellettuali? Arriva con un effetto di delay l’eco di queste domande, le prime risposte, le prime assimilazioni musicali delle nuove esigenze. Negli anni ’70 la prospettiva cambia. Una nuova vitalità, un nuovo impegno pervade i testi di molti cantautori, che ritornano a interpretare gli umori della gente, a rilanciare la posta dei grandi interrogativi, a ironizzare sulla società.

C’è posto per intellettuali e rivoluzioni finite male, per guide assenti e politici di professione. È ancora De Andrè, nel ’73, a rielaborare una vicenda di rivoluzione, in Storia di un impiegato e di una bomba. L’impiegato deluso, incapace di partecipare alla dimensione corale della protesta, sceglie la strada del terrorismo per cercare una propria via, quanto mai tardiva, nel farsi giustizia. Il piccolo borghese spara a zero sull’ordine costituito, sulla quiescenza delle persone civili, sulla giustizia, fino a realizzare – una volta finito in carcere dopo l’attentato fallito – quale sia la vera forza della collettività e che faccia abbia il potere.

Gli intellettuali non se la passano certo bene in questo periodo. I cantautori li mettono alla berlina, li stuzzicano e li fanno scendere dalle cattedre universitarie, mettendo in luce i loro goffi movimenti. Sono gli intellettuali di Guccini, quelli che ‹‹trancian pezzi e manuali / poi stremati fanno cure di cinismo / son pallidi nei visi e hanno deboli sorrisi / solo se si parla di strutturalismo››, sono i fantocci, nel Pigro di Ivan Graziani, che sanno citare i classici a memoria ma non riescono a distinguere il ramo dalla foglia; sono le sentinelle dei benpensanti e i custodi della normalità, come l’intellettuale di Bomba o non bomba di Venditti, che non riesce a prendere una posizione se non quest’unica: ‹‹No, compagni, amici, io disapprovo il passo, manca l’analisi e poi non c’ho l’elmetto››.

Sono parole che cantano una mancanza. Uno scollamento tra la realtà dei fatti e l’intellettuale, ovvero quella figura a cui non si chiede che coltivare il pensiero, proporlo, rinnovarlo. Mancano figure guida in questa società che cambia e i cantautori danno voce a questa assenza; la sentono, la leggono e la denunciano nelle forme più diverse. Diventa un fenomeno da baraccone l’intellettuale, una figura declassata e marginale, accostabile semmai a un disperato o a un ubriacone – le parole sono di un testo di Bobo Rondelli -. Una cosa è certa: l’intellettuale non sa più leggere la realtà, diventa afasico e perde la sua posizione privilegiata di “osservatore impegnato”; per ritornare alle rivolte studentesche, con una citazione sicuramente ardita ma significativa almeno nella terminologia, non è un caso se i Nomadi usano parole come queste nella loro satira Il paese delle favole: ‹‹e voi intellettuali, non ne avete maidiscusso / di come torna l’onda alla fine del riflusso?››.

Ne è passato di tempo dagli anni ’70 ad oggi. Sono cambiate le forme in musica, è cambiato il pubblico, sono cambiati i giovani. Cambiati sono anche i cantautori e i gruppi musicali, ma soprattutto si sono moltiplicati: i confini della musica si allargano in ogni direzione. Ci sono anche cose che rimangono però irrisolte, problemi che si presentano identici quarant’anni fa come ai giorni nostri. Dove sono gli intellettuali? Sono scomparsi? E se non sono scomparsi, che ruolo hanno, dove possiamo trovarli? Forse è più semplice, ora come ora, affidarsi a cantautori e artisti per plasmare un proprio orientamento di pensiero, per farsi aiutare a capire il mondo. Ma è davvero così? Chi sono i cantautori davvero impegnati oggi? Che ruolo possono avere per la formazione di un pensiero che vada oltre la musica?

Pensavo a questo quando finì il movimento dell’Onda nel 2008, mi chiedevo se mai qualcuno avrebbe dato voce alle nostre esigenze, alla nostra voglia di cambiare. Stessa domanda pochi mesi fa, durante una mobilitazione studentesca molto sentita, forte, decisa. Chi la canterà?
Qualcuno l’ha cantata, a dire il vero. Dal palco più improbabile, oppure da quello più naturale, visto la pazzia che sovverte ogni tradizione e certezza di questi tempi. Ma Roberto Vecchioni ha vinto il Festival delle canzonette; l’ha vinto con una canzone forse un po’ buonista, veltroniana direbbe qualcuno, ma in quel testo siamo anche noi studenti, quelli ‹‹che difendono un libro, un libro vero, così belli a gridare nelle piazze perché stanno uccidendoci il pensiero››. La domanda resta, in ogni caso. È davvero questo quello che cerchiamo?

 

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