Gaber goccia di sangue

CONALTRIMEZZI #04


IL SIGNOR G E GLI INTELLETTUALI
Invito alla “lettura” di Giorgio Gaber

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Data la collocazione di questo articolo nel contesto di un numero interamente dedicato alla figura dell’intellettuale, è bene chiarire subito un punto fondamentale: non si tratta qui di considerare Giorgio Gaber come una sorta di intellettuale moderno, che sarebbe un’operazione tipicamente postmoderna che egli stesso rifiuterebbe. Oltretutto non credo occorra scomodare Nietzsche per affermare che la musica non è un’attività meramente intellettuale, anche se il dibattito sull’origine della musica e sulla possibilità di una sua fruizione estetica alle masse non è facilmente riassumibile e forse non è nemmeno del tutto chiuso; del resto la musica è accompagnata da parole, che sono pur sempre prodotto di un pensiero. Un conto però è studiare la composizione musicale, come fecero intellettuali come Rousseau, Nietzsche, Adorno, altra cosa è la produzione di arte in generale. Per quanto riguarda l’accezione di intellettuale come figura, credo che non vada troppo allargata e che andrebbe limitata agli ambiti della ricerca, dello studio e della teoria, senza per questo pensare che l’intellettuale debba per forza essere un vecchio trombone chiuso nel mondo accademico. Uno dei possibili compiti dell’intellettuale contemporaneo, per esempio, potrebbe essere proprio quello di interpretare esperienze umane provenienti da diversi ambiti, siano essi artistici (cinema, musica, arte) o no (povertà, inquinamento, immigrazione) anche per tenere viva la memoria.

L’intento di questo articolo, dunque, è quello banalmente divulgativo di far conoscere o di stimolare la conoscenza della produzione artistica di Gaber, soprattutto per quanto riguarda la singolare ed innovativa esperienza del cosiddetto “Teatro Canzone”. Negli anni ‘50 e ‘60 Giorgio Gaberscik (il suo vero cognome), come molti altri, siano essi del mondo della musica leggera o popolare (Adriano Celentano: L’albero di trenta piani, Il ragazzo della via Gluck; Lucio Battisti: Allettanti promesse, lo stesso Battisti inventò il nome del gruppo di Lavezzi: Flora, fauna, cemento), del cantautorato (Jannacci) o del rock d’autore (Le Orme, Cemento armato), cantò le trasformazioni dell’Italia contadina avviata al «genocidio antropologico»[1] causato dal cosiddetto boom economico, che portava il benessere ma anche lo stravolgimento del paesaggio e dei costumi, facendo entrare nei testi delle canzoni protagonisti provenienti dal proletariato e sottoproletariato urbano. Il modello era il rock americano alla Elvis Presley, che proprio Gaber contribuì a diffondere in Italia prima scrivendo con Luigi Tenco, nel 1958, Ciao ti dirò, portata al successo da Celentano, poi formando con Jannacci il duo dei Corsari, che nella versione televisiva si vestiva alla maniera resa poi celebre dal film Blues Brothers.

Proprio la Tv fu in questa prima fase il luogo prediletto da Gaber per le sue esibizioni; la sua esposizione mediatica era consistente, tanto che egli era conduttore di diversi programmi molto popolari e si avviava ad una carriera che poteva essere simile a quella di Morandi o di Celentano, nonostante conservasse sempre lo stile ironico e surreale del Derby, locale milanese dove si esibiva in quegli anni assieme a tantissimi autori di cabaret, dal già citato Jannacci a Teo Teocoli, passando per alcune incursioni di Dario Fo. Verso la fine degli anni ‘60 i sommovimenti sociali e politici che culminarono nel ‘68 misero probabilmente molti artisti di fronte alla fine dell’età dell’oro del boom  e all’emersione di una realtà sociale e politica difficilmente ignorabile. Gaber abbandonò per sempre la Tv e iniziò la lunga collaborazione con lo scrittore Sandro Luporini, che aveva conosciuto già nel ‘59; il nuovo luogo di espressione fu il teatro, che implica un confronto più dialogico e meno irreale con un pubblico di persone vive. L’altra novità fu l’immissione nei suoi spettacoli di pezzi in prosa che Gaber recitava alternandoli alle canzoni, il che potrebbe far pensare a dei momenti più direttamente didattici in senso politico o filosofico. In realtà le celebri prose, da Io mi chiamo G a Le cipolle, da L’orgia a La masturbazione a Il sogno di Marx a Qualcuno era comunista, hanno le stesse caratteristiche delle canzoni: talora raccontano semplici storie sempre con un’ironia a volte giocosa, altre volte sferzante o anche fortemente amara, talaltra implicano un confronto diretto con la storia e i fatti contemporanei, dalla politica al femminismo alla psicologia, e con grandi pensatori come Marx e Wittgenstein o scrittori contemporanei come Fortini e Pasolini. Quest’ultimo era molto stimato da Gaber, assieme al Montale di Satura e Diario del ‘71-’72, infatti Polli d’allevamento per il titolo e Io se fossi Gaber per il tema della massa, sono liberamente ispirati rispettivamente ad un articolo e ad una poesia proprio di Pasolini e di Montale. Il significato politico della defecazione, su cui Gaber ironizza nella prosa La cacca dei contadini è inoltre il tema principale del romanzo Il pianeta irritabile di Volponi. Ciò non significa che Gaber sia un intellettuale, ma semmai che attinse anche dalla filosofia e dalla letteratura, il che potrebbe essere anche oggetto di critica nel senso che il rischio è quello di banalizzare concetti chiave delle scienze più o meno umane (ci sono anche prose sull’algebra e altre discipline scientifiche) con l’obiettivo di “esporli al popolo”. Gli stessi intellettuali sono del resto più volte oggetto della satira di Gaber-Luporini, come nella prosa dall’omonimo titolo in cui vengono fondamentalmente accusati di perdere tempo in elucubrazioni mentali e castelli per aria e di rinunciare così all’azione, ancora più esplicito è il testo di Chissà: «Chissà se la cultura/è un gioco d’opinioni/ se i nostri professori sono veri pensatori / o un mare di coglioni». Probabilmente il riferimento implicito è ad Adorno, che sul rapporto teoria-prassi spese molte energie entrando direttamente in contrasto con i movimenti studenteschi del ‘68. Anche Gaber del resto dedicò un intero lavoro all’incontro/scontro con i giovani sessantottini, si tratta di Dialogo tra un impegnato e un non so, in cui si dice che «l’ironia è un’arma della borghesia» e in cui probabilmente il cantautore milanese esprime il dissidio interiore che egli stesso provò: da un lato non era certo un qualunquista e avrebbe voluto partecipare attivamente alla vita sociale, dall’altro però era attirato dal tentativo di cambiare se stessi da dentro prima che cambiare la società, dall’intimità della famiglia e dei problemi della vita privata, dall’amore al sesso ai figli e diffidava di chi pensava con la testa degli altri: «non mi interessa il cervello che va, va, chissà dove, deve passare di qui, dentro, è l’istinto che mi interessa, lo stomaco.»

La corporalità è del resto una caratteristica dello stesso Teatro Canzone, soprattutto per quanto riguarda le prose in cui Gaber dà vita a dei pezzi di bravura enorme, con recitazioni evocative molto intense e faticose. Essa inoltre entra come tema anche quando tratta argomenti più leggeri come l’amore: «si deve amare tutto di una persona. Anche la colecisti».
L’ironia non è l’unica arma di Gaber e non va vista come un gioco consolatorio o snobistico
; penso per esempio alla feroce invettiva di Io se fossi Dio o alle prose in cui parla degli italiani e della società, in cui il cantautore letteralmente si sfoga per la delusione e la rabbia conseguenti ai fallimenti della sinistra («Io sono di sinistra, non della sinistra») e degli stessi intellettuali da un lato, e per il dilagare della corruzione e speculazione dall’altro (Gaber visse sia i cosiddetti “anni di piombo”, sia il capitalismo rampante degli anni ‘80 e il berlusconismo degli anni ‘90, anche se forse la morte, cogliendolo nel 2002, gli ha risparmiato il peggio). Anche sottoforma di  sfogo le opere di Gaber-Luporini offrono comunque una lettura lucida  e interessante sia dell’antropologia del nostro popolo, sia dei fatti di cronaca. Il conformista delinea perfettamente e spietatamente la mentalità dell’italiano medio, della serie “Francia o Spagna purché se magna” e al contempo passa in rassegna varie ideologie più o meno forti che hanno percorso il Novecento, dal fascismo al socialismo al femminismo al più recente federalismo. Nell’immortale e sempre attuale Destra – sinistra si spiega come le parole possano essere devitalizzate come i denti, svuotate di senso e ciononostante, invece di sparire, continuino a girare e non si riesca a farne a meno, un po’ come con la droga.

Oggi Giorgio Gaber è suo malgrado diventato il tipo dell’intellettuale integrato e tuttofare, buono per i salotti televisivi e per distribuire opinioni a destra e a manca. Ciò è  in parte conseguenza della sua stessa critica verso il sapere barbuto, dogmatico e assoluto dei professoroni ed è anche tipico di tutta la cultura postmoderna, che cerca punti di riferimento fuori dall’ambito umanistico, in altri campi come il cinema o la musica o la Tv. Stesso destino di misunderstanding rischia di avere la canzone Io non mi sento italiano tratta dall’album eponimo, il suo ultimo, il primo in studio, dopo tanti anni, fuori dall’esperienza del Teatro Canzone. Essa, nell’anno  delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, rischia di essere usata come slogan di rivendicazioni territoriali ed economiche quando invece voleva essere la denuncia (basta pensare al brano Non  insegnate ai bambini) di un abito mentale imperante fatto di cinismo, ipocrisia, individualismo, furbizia e imperniato sull’ideologia del successo e dell’apparenza che se da un lato possono essere le caratteristiche del berlusconismo, dall’altro precedono e vanno oltre Berlusconi riguardando la cultura di un intero popolo e richiamando probabilmente in causa la cosiddetta responsabilità degli intellettuali.
Di quelli veri, però.

 


Riferimenti bibliografici e approfondimenti:

L’illogica utopia, a cura di Guido Harari, edizioni Chiarelettere, 2010.

DISCOGRAFIA ESSENZIALE DI GIORGIO GABER:

Rock’n roll, amore e storie metropolitane, 1958-1964.

Il signor G / I borghesi, 1970/1972.

Dialogo tra un impegnato e un non so, 1972/1973

Far finta di essere sani, 1973/1974.

Anche per oggi non si vola, 1974/1975.

Libertà obbligatoria, 1976/1977

Polli d’allevamento, 1978/1979

Anni affollati, 1981/1982.

Io se fossi Gaber, 1984/1985.

Il teatro canzone, 1991/1992.

E pensare che c’era il pensiero, 1995/1996.

Un’idiozia conquistata a fatica, 1997/2000.

Io non mi sento italiano, 2003.

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[1] È una definizione di Pasolini, che vedeva in maniera apocalittica la scomparsa della civiltà contadina, sostituita da quella industriale.


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