Saviano CONALTRIMEZZI #04 IL TOTOINTELLETTUALI Cos’è, chi è l’intellettuale di oggi? Nessuno lo sa. Ma può essere utile pensare ad alta voce e giungere ad una qualche conclusione… di Alberto Bullado. CAM#04: leggi e scarica gratis Intellettuali? Fuori i nomi. È questa l’unica maniera per rivitalizzare un dibattito altrimenti condannato o alla retrospettiva o alla demolizione. E quindi fuori i nomi. Che si passi dalla teoria alla pratica. Certo, va detto che non ci metteremo mai tutti d’accordo, poiché di fatto non è possibile stabilire coordinate e confini da affibbiare ad un concetto così smisuratamente relativizzato, per il semplice motivo che nessuno sembra in grado di dare all’intellettuale contemporaneo un volto, una natura, ma soprattutto un ruolo o addirittura uno scopo. Riferendosi spontaneamente a determinate personalità, sparando spesso e casualmente nel mucchio, ci si limita alle volte al gioco e alla provocazione più che alla riflessione inutile. Perché mano a mano che si persiste in questa sorta di valzer parossistico si possono accumulare interessanti considerazioni. Pensiamoci a voce alta. Comincerei da lui: Pier Paolo Pasolini. Di riffa o di raffa prima o poi ci avremmo sbattuto il muso contro, il che è fisiologico trattandosi di un esemplare unico nel suo genere. Teorico, interprete, mediatore civile, poeta, un uomo che ha saputo intervenire su più campi del sapere, facendo propri più linguaggi espressivi. L’emblema di un’egemonia culturale perduta in grado di incidere nella società e nella sua rappresentazione servendosi non solo dei classici strumenti della tradizione letteraria, saggi e romanzi, ma anche di strumenti propri della modernità, dal cinema al giornalismo. Un intellettuale tutto d’un pezzo, con la consapevolezza di esserlo e di avere anche una responsabilità nei confronti di una collettività che l’ha assunto come punto di riferimento. Ebbene, se consideriamo valido questo metro di valutazione siamo costretti ad ammettere che uno come Pasolini oggi non c’è. Ed è forse normale che sia così. Al di là dell’agiografia che si può elaborare sulla salma di quest’uomo occorre ammettere che i tempi sono cambiati e che non sussistono più le condizioni perché nasca e si affermi una figura di intellettuale omnicomprensivo e socialmente impegnato come nel passato. Può quindi risultare inutile ricercare caparbiamente l’erede di Pasolini o di una determinata stagione, né tanto meno un suo epigono dei giorni nostri, e forse nemmeno personalità in grado di raccogliere la medesima sfida culturale. Occorre pensare ad altro, senza accomodarsi con fare imbronciato sopra la comoda e pretestuosa cesoia de “gli intellettuali non esistono più”. Perché non è vero. Perché non ci credo. Una veloce contropartita. Parlando dei giorni nostri troviamo un discreto numero di testimonianze intellettuali, sia individuali che corporative. Quest’ultime, più interessanti e forti del lavoro di squadra e di un’attitudine pop o post moderna, sono riuscite talvolta ad evadere dal mero accademismo. Su tutti i Wu Ming, Carmilla ed i suoi autori, o ancora Nazione Indiana. Tuttavia siamo costretti a ridimensionare queste tipologie di fenomeni. Parliamo di collaborazioni ed interlocuzioni di un insieme di mattatori del web. Roba, per intenderci, in grado di occupare gli scaffali di una libreria o al massimo, e di tanto in tanto, le pagine culturali di un quotidiano e di qualche rivista. Ma che ne è dell’Italia vera e maggioritaria, della massa? Tiriamo in ballo un altro nome eccelso: Umberto Eco. Nasce in ambiente universitario, è precursore di un’avanguardia, è esponente di una certa cifra culturale, è scrittore di successo, è un insigne saggista, è un presente opinionista, è una faccia nota. Umberto Eco rappresenta forse al meglio la figura dell’intellettuale contemporaneo, anzi, post moderno, duttile, autorevole ma, forse è questo ciò che manca a lui e a quelli come lui, non autoritario, cioè che “non possiede un determinato potere decisivo”. Con Eco ci troviamo di fronte a un intellettuale trasversale, pluridisciplinare, mediaticamente versatile ma non incisivo in termini di pragmaticità sociale e politica. Eppure Eco non si esime dal trattare temi di tale portata. Ma la sua è solamente una parola tra le tante che, per quanto rispettabile e suggestiva, non prevale sul chiasso politico o sullo spettegolio giornalistico. Sulla medesima scia si possono annoverare una sfilza davvero infinita di saggisti, editorialisti, scrittori, opinionisti. Teorie pronte ad ingrossare i ranghi di un esercito eterogeneo. Tuttavia, se rapportati con la realtà, questi personaggi risultano ancor di più come presenze di cornice, commentatori, per quanto pregiati o illustri, ma nulla di più. In poche parole degli “intellettuali firma”. Ci vorrebbe qualcosa di più incisivo e dotato di maggiore statura. Ma come si sa, per riuscire efficaci in un’ottica di Quarto Potere, in un mondo tiranneggiato dai mass media, occorre rispondere a principi che fanno un po’ a pugni con le bontà intellettuali tradizionali. Paradossalmente oggi occorre essere più telegenici che saggi, saper bucare lo schermo più che manifestare una certa preparazione, o comunque saper perforare, in una qualche maniera, l’entropia collettiva più che esibire una dovuta lungimiranza. In poche parole “fare comunicazione”. Ecco che l’intellettuale viene sempre più spesso chiamato a conformarsi ai principi che direttamente o indirettamente contesta o che vorrebbe riformare, poiché forse non aggiornato ai metodi di approvvigionamento di informazione odierni. Ma non per tutti è così: i media per alcuni rappresentano non solo un’occasione, uno strumento in più per far emergere una certa lezione, ma diventano il mezzo per raggiungere uno scopo, del tutto fine a se stesso, di rendersi visibili. Questi fenomeni sono la logica conseguenza di una cultura incapace di dettare regole, di suggerire alternative, di fertilizzare coscienze, ma in grado solamente di dilettare, di intrattenere, di far evadere da ogni responsabilità totalmente delegata ad altri ambiti e forme di potere. Parlo di intellettuali catodici, opinionisti, uomini performance che provengono da un’antica tradizione salottiera. I vari Sgarbi, Busi, Mughini, tanto per intenderci. Anche qui parliamo di un ambito troppo leggero per essere preso come esempio. Ci vuole un connubio positivo tra visibilità mediatica ed attività intellettuale. Un esempio su tutti: Roberto Saviano, sintesi perfetta tra fiction e impegno, lettere e tv, antagonismo e mainstream. Stiamo parlando di un’icona pop conosciuta da tutti, un uomo in grado di mobilitare coscienze, una personalità che gode di un riverbero davvero consistente, frutto di un contorno di polemiche politiche, anche se spesso raffazzonate e grottesche, e di una vicenda personale di un certo rilievo. E poco importa se stiamo parlando di un’aura spesso strumentalizzata da un facile martirologio, perché comunque abbiamo a che fare con fascinazioni accattivanti in grado di calamitare e smuovere l’attenzione dell’opinione pubblica. E poi, naturalmente, c’è il best seller, il successo prima letterario e poi televisivo, grimaldello che gli ha permesso di innescare un meccanismo di rilancio mediatico tale da renderlo addirittura, cosa assai rara per l’Italia, una merce da esportazione (vedere il successo collezionato all’estero per credere). Suo malgrado Saviano può essere quindi considerato un intellettuale contemporaneo non tanto per quel che riguarda la sostanza del suo verbo che qualcuno, a volte a proposito, contesta, quanto per la vastità di un bacino d’utenza, finalmente di massa, che riesce a coinvolgere, proprio come accadeva ai grandi intellettuali del passato. Ma attenzione, perché se facciamo passare il concetto che un intellettuale è tale in base al numero di persone che gli dà retta allora rischiamo di sfociare in una nomenclatura aberrante. Poiché al giorno d’oggi la natura del consenso è un argomento davvero troppo controverso. Ci ritroveremmo altrimenti a parlare anche di misticismo mediatico, di emulazione televisiva, di divismo politico. Insomma, oltre che a perderci in un labirinto infernale, affollato da un variegato bestiario, finiremmo nello sbattere contro il faccione di Berlusconi e di tutti i suoi simulacri, invenzioni e creature. Per non parlare di una vasta gamma di autori per la massa promotori di un culturame dall’innegabile successo commerciale. Eppure si tratta di personaggi, da Federico Moccia a Fabio Volo, da Vasco Rossi a Fabri Fibra, che con tutta la buona volontà di questo mondo non riusciremmo a definire “intellettuali” ma che ugualmente rappresentano il volto di un’Italia altrimenti non culturalmente rappresentata dalla nostra intellighenzia. E stiamo pur sempre parlando di riferimenti presi a modello da milioni di persone… Quindi forse è meglio evitare di rapportarci alla contemporaneità italiana nel tentativo di intravedere personalità catalizzatrici di una collettività, altrimenti ci troveremo di fronte a testimonianze ed espressioni che costituiscono un computo sociale, culturale ed antropologico di certo esemplificativo ma che difficilmente potremo eleggere ad espressione intellettuale. E la politica? Altro tasto dolente. Tra consulenti e portaborse, amici e cortigiani, va detto che in Italia sono molti gli intellettuali che si prestano all’esercizio della politica. Alcuni ci sono dentro fino al collo (partiti, istituzioni, Parlamento) o fanno da spalleggiatori, sulle colonne dei giornali, dando una mano all’interno dei movimenti e nelle macchinazioni di propaganda. Sinceramente non credo che questa possa essere la via da seguire. Anche se vale la pena citare uno come Beppe Grillo, personaggio che, al di là delle opinioni personali, è stato in grado di creare una mobilitazione impressionante. Il modus operandi sembra quello di un intellettuale vecchio stampo (anche se Grillo non proviene esattamente dal mondo delle lettere) che però si rapporta con i mass media ed i cittadini mediante una dialettica riaggiornata. Tuttavia anche in questo caso l’impressione è quella di avere a che fare con un anchorman prestato al sociale o con un figurante della politica atipico piuttosto che con un esponente della cultura armatodi un’autocoscienza intellettuale. E quindi volgiamo al termine di questo istrionico excursus senza aver cavato un ragno dal buco? Non esattamente, perché se non si è riusciti ad intravedere nulla che ci potesse soddisfare non significa che in realtà, anche se inconsapevolmente, non si sia giunti a delle conclusioni. Quali? Che occorre un’alternativa a tutto questo. Che procedendo per esclusione siamo riusciti mano a mano a determinare degli importanti discrimini. Quindi caratteristiche che non trovano espressione in personalità già esistenti ma che dobbiamo cercare di valorizzare, premiando modelli alternativi. Non siamo riusciti ad individuare un determinato modello o esempio di intellettuale ideale per questa Italia malata, ma almeno abbiamo capito cosa non serve e perché. In questo modo abbiamo chiarito un concetto piuttosto importante: l’intellettuale del futuro dovrà essere diverso, ma rispetto a cosa? Diverso rispetto al passato e ad un simile status quo, in grado di opporsi ad un certo establishment e capace di confrontarsi con la realtà e con la massa forte di una certa cifra morale, di un certo pedigree culturale e di una certa indole mediatica. Involontariamente abbiamo tracciato qui un primo abbozzo di tale figura, determinando, come s’è detto all’inizio, una natura ed uno scopo ad un’interprete della storia contemporanea ancora troppo sfuggente. E forse questo è già qualcosa.

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