CAMing-out-padri-letterari-2

Piccolo catalogo di opere di autori che, per una qualche ragione, possiamo ritenere nostri padri (o padrini) letterari. Autori che ci hanno segnato e a cui saremo sempre in qualche modo debitori.
(I parte qui)

 

Tommaso De Beni consiglia:
Eugenio Montale, Tutte le Poesie, Mondadori, 2005.

Eugenio Montale - Tutte le poesieTalvolta le grandi amicizie e i grandi amori si sviluppano lentamente, come un virus in incubazione, partendo da un’iniziale antipatia. A me è successo così con Montale. Ero al primo anno di università, al primo corso, storia della lingua italiana, e il terzo modulo era interamente dedicato a Montale. Io di poesia avevo letto per conto mio e con attenzione solo D’Annunzio. Quando il professore disse che Montale prendeva in giro D’Annunzio provai antipatia per il poeta non laureato, perché derideva e rinnegava un autore che aveva lui stesso letto molto e imitato. Io devo dire che in quel frangente preferivo D’Annunzio a Montale. Col senno di poi devo dire che a quel tempo non capivo un cazzo di poesia. Quando ebbi abbastanza soldi andai in libreria, non alla solita Feltrinelli, ma all’Edicolè, in via S.Francesco, tornavo dalla mensa. Era da poco morto Facchetti e io sentii, da interista, il dovere di leggere qualcosa su di lui per onorarne la memoria. Il libro si chiamava Ribot e il menalatte, l’autore Andrea Maietti. Poi presi anche Tutte le poesie di Montale, non il Meridiano, ma l’Oscar Mondadori, quello che ha in copertina la foto (fantastica) di Montale che fissa negli occhi l’upupa impagliata. Alla cassa la commessa mi derise per la strana coppia Facchetti-Montale. Prima della fine del corso avevo già letto quel libro e anche cambiato idea su Montale, imparando ad amarlo. Tutte le poesie che scrissi in quel periodo sono influenzate da lui, dal suo linguaggio, dal suo andamento stilistico, dal suo modo di porsi. Il destino o chi per lui ha voluto che in seguito io persi quel libro. Ancora oggi non mi capacito di come sia potuto succedere, ma è successo. Poi dopo un anno di separazione l’ho ricomprato, usato, alla Melbook. Inizialmente ho amato molto la sezione Meriggi e ombre de Gli ossi di seppia, e tutta la raccolta Le occasioni, perché ho sempre apprezzato l’ibridazione artistica. Se dovessi però dire oggi quale sia il migliore libro di Montale direi La bufera e altro, perché è il più maturo, il più complesso e anche quello che lui stesso apprezzava di più. Ma per me è stata fondamentale anche la lettura di Satura, Diario del ’71 e’72, Quaderno di quattro anni e persino delle poesie giovanili e di quelle disperse o scartate dall’autore. Ecco perché la sua opera intera mi ha fatto da madre, in senso letterario, e lui, non solo come poeta, ma anche come prosatore e critico letterario, mi ha fatto da padre, almeno fino a un anno fa.

Antonio Lauriola consiglia:
Tommaso Landolfi, Dialogo dei massimi sistemi, Adelphi, 1996, 204 pgg.

Non è da tutti essere grandi narratori e pregiatissimi scrittori: di questi tempi, poi, in cui la penna in mano – la tastiera, anzi – sono buoni tutti a tenerla in mano, c’è da star sicuri che si tratta di una vera rarità. Interrogato sui possibili modelli – sui ‘padri’ – della mia ambizione (che nient’altro è, al momento, ciò che esprimo) letteraria, non sono riuscito ad evitare lo scivolone nell’accomodante, generica, risposta: “è difficile dirlo. Perché gli influssi sono numerosi, gli input multiformi e… e la costante sovraesposizione a multimediali forme comunicative impedisce una chiara ricostruzione delle origini”. Tutto vero, sia chiaro! Ma ero certo che un nome avrebbe potuto esprimere meglio quella confusione. Ho escluso gli stranieri ché, dopotutto, di nostrani ne ho conosciuti. Ho escluso i soliti perché non sono mai riuscito a pormi obiettivamente di fronte al mainstream. Ho guardato la mia libreria e ne ho tirato fuori un gioiello dalla copertina blu-adelphi: Dialogo dei massimi sistemi di Tommaso Landolfi. Una raccolta di racconti, pubblicata per la prima volta nel ‘37, poco apprezzata all’inizio e, forse, rimasta ancora poco conosciuta ai non ‘letterati’, ma che può vantare l’apprezzamento di un maestro come Calvino (che non è dir poco!). Giocatore nella vita – come si evince dalle numerose frequentazioni sanremese e veneziane – Landolfi fu grandissimo giocatore soprattutto con la lingua. Ciononostante riuscì a tenersi fuori da qualunque avanguardia o manifesto conservando l’autonomia del genio puro. Il linguaggio, anzi, diventa il vero protagonista delle sue prose. Ma non sono il gioco o lo scherzo linguistico tanto cari al postmodernismo a prendere il sopravvento: spingere il lettore a consultare il dizionario non è il fine dettato da qualche vanità o dallo svuotamento – per usare concetti abusati – del contenuto in favore della forma; il linguaggio è l’arte pura, l’arte per eccellenza, che più di ogni altra può avvicinarsi e, al tempo stesso, sfuggire al senso ultimo della narrazione.
Contemporaneo più di quanto si possa pensare, Landolfi si affida spesso a storie grottesche o di patetica comicità per indagare la natura umana, la vanità dell’uomo, il suo inevitabile ritorno all’animalesco e al primitivo (esemplare la percezione di metamorfosi – alla russa, per inevitabile interferenza formativa – in Maria Giuseppa; o la straordinarietà di una caccia al topo in Mani). Affrontare la realtà, narrativizzandola con eccezionale padronanza della lingua: ecco Landolfi.

Isacco Tognon consiglia:
Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera, Mondadori, 2007, 376 pgg.

Padri. García Márquez lo è, un padre, per motivi che non sempre mi sono chiari, ma che mai mi hanno portato a dubitare del legame che unisce il mio io-che-legge alla sua scrittura. A differenza dei padri biologici – sempre certi (per quanto il vecchio adagio latino parli di mater semper certa, pater numquam), determinati, artefici della propria paternità – quelli letterari possono rivolgersi soltanto ad una prole elettiva e conoscono spesso figli illegittimi, numerosissimi. In letteratura sono sempre loro, i figli, ad eleggere i padri. E lo fanno nel modo più diverso: consapevolmente o meno, per ripresa o contrapposizione. Marquez è un padre senza filtri, filtri letterari dico: iniziai a leggerlo da adolescente partendo da quei Cent’anni di solitudine bellissimi e pericolosi, labirinto senza uscita ed enciclopedia aperta di un mondo inventato con troopo gusto per non avere la possibilità di esistere davvero, a modo suo. Rimasi scottato, aggrovigliato, deluso. Dovetti iniziarlo diverse volte prima di entrare in quella creazione perfetta e sofisticata, eppure così semplice. Fu solo l’inizio, il primo passo verso un cammino di lettura durato negli anni e non ancora concluso, una via che porta a conoscere la realtà con il sapore edulcorato e sognante della finzione, dell’invenzione; della magia, a detta di qualcuno.
Le pagine de L’amore ai tempi del colera mi hanno restituito un’immagine costruita da me, lettore, negli anni. Cartina di tornasole, il romanzo ha chiuso il cerchio della scrittura di García Márquez così come avevo iniziato a disegnarlo inconsapevolmente nella mia testa. L’amore imperituro, fedifrago ma mai tradito di Florentino Ariza si contraddice e si fortifica ad ogni istante, ad ogni donna che sfiora l’impiegato della Compagnia Fluviale; la storia vede sfumare i propri contorni, i profumi, e così il tempo. Firmina Daza è donna angelo del Sudamerica, perde l’essenza di donna e diventa ogni amata, senza che le parole di Marquez cedano a tentazioni romantiche inclini alla calura della Colombia, agli amori da consumare nel patio o all’ombra di un velo.
Se ai padri si deve la memoria – genetica, poi affettiva e culturale – a Marquez devo questo: la memoria di un luogo non ancora veduto, i profumi e i suoni destinati a creare una sostanza viva e densa nell’immaginazione, ben oltre i confine di una pagina scritta.

Paolo Radin consiglia:
Italo Svevo, La coscienza di Zeno, Bur, 2012, 485 pgg.

Credo che molti nella propria vita si siano sentiti, anche se solo per poco tempo, inetti. Quella sensazione di essere fuori posto, di essere inadeguati,  di non riuscire, pur dovendo o volendo, raggiungere quegli obiettivi che gli altri si aspettano tu raggiunga, di essere diverso da quello che gli altri vorrebbero tu fossi. Percepire netto uno stacco tra te e ciò che ti circonda. E aver la piena consapevolezza di dover reagire a ciò, ma non avere la ben che minima idea di come fare.
E poi? Il vedersi rallentare sempre più, il sentirsi bloccati in una situazione di stallo, percepire la propria volontà appannarsi, confondersi, affievolirsi, fino ad ammalarsi e inaridirsi, e tu con lei.
Zeno Cosini è il padre di tutti gli inetti, ne è letteralmente la summa, la sua vita è un capolavoro di inettitudine. Vuole smettere di fumare, ma trova mille scuse per continuare, vuole essere un buon padre di famiglia, ma non ci riesce, dovrebbe laurearsi e invece passa da una facoltà all’altra senza concluderne una,  dovrebbe e vorrebbe essere leale verso il parente-rivale Guido, ma finisce per facilitarne il suicidio, sposa la donna che non voleva sposare e si trova a lavorare nell’azienda del padre che, considerandolo incapace ed inadeguato a gestirla, affida l’amministrazione al fedele Olivi.
Proprio nel suo essere così ricca e complessa, programmaticamente sovraccaricata, la figura di Zeno Cosini è emblematica di un disagio che da sempre caratterizza l’umanità, indipendentemente dalle epoche e dai contesti culturali, e che proprio ne La Coscienza di Zeno assume massimo spazio, risalto e sviluppo.
Zeno è una figura ancora attuale, nel quale anche oggi si può ritrovare un frammento di noi stessi nel suo caleidoscopio di disagi e ossessioni.

Prima Parte

CAMing out! – Padri Letterari (I parte)

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