CAMing-out-padri-letterari

Piccolo catalogo di opere di autori che, per una qualche ragione, possiamo ritenere nostri padri (o padrini) letterari. Autori che ci hanno segnato e a cui saremo sempre in qualche modo debitori.

 

Tommaso De Beni consiglia:
Luigi Pirandello, Uno, nessuno, centomilaDalai, 2012, 205 pgg.

Avevo 16 anni ed ero in gita scolastica a Roma. Quando si è in gita non si può tornare a mani vuote, come in guerra. Non si può tornare senza aver limonato con qualcuna, senza aver comprato (o rubato) cartoline o altri ricordini. Ricordo una libreria immensa, grande come un centro commerciale. Ricordo un’edizione economica della Newton & Compton: Uno, nessuno e centomila e Quaderni di Serafino Gubbio operatore di Pirandello a cinque euro. Come nei 45 giri di una volta, c’era il lato A famoso e il lato B sconosciuto ai più, ma non meno bello o importante, anzi. Non so perché ho comprato quel libro, fino ad allora avevo letto quasi solo letteratura d’intrattenimento: Clive Cussler, Wilbur Smith, Stephen King, i fumetti di Dylan Dog e dell’Uomo Ragno. Forse mi ha attirato il fatto che fosse “in offerta”, come mia madre quando fa la spesa, fatto sta che quello è stato il primo libro “serio” che ho comprato e letto di mia spontanea volontà, senza indicazioni terapeutiche da parte degli insegnanti. Poi, sempre a Roma, ho comprato anche un disco dei Napalm Death, tanto per non sembrare troppo snob di fronte ai miei compagni. Uno, nessuno e centomila mi ha aperto gli occhi sulle persone e sulla differenza tra essere e apparire. Il fatto che iniziasse con una battuta di dialogo era per me una novità assoluta (non avevo ancora letto i Buddenbrook) e un espediente geniale, ma forse non è tanto l’aspetto letterario che mi è rimasto impresso. Quel romanzo infatti è stato, a pensarci bene, il mio primo approccio con la filosofia. È infatti un libro che induce a riflettere sul concetto stesso di persona, su ciò che siamo per noi e ciò che siamo per gli altri. La scena delle tre persone in una stanza mi è rimasta particolarmente impressa nella mente, soprattutto per la teoria che ho ripetuto a me stesso e agli altri per anni. Ci sono tre persone in una stanza, ma in realtà sono nove: ogni persona per come si vede e per come è vista dalle altre due. L’effetto straniante è più o meno lo stesso di quando ascoltiamo la nostra voce registrata e non la riconosciamo (o non la accettiamo). Insomma, c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare su noi stessi e sulle persone che ci circondano. Debbo dire, concludendo, che Pirandello l’ho amato molto sin da ragazzo, e da lui ho imparato molto.

Giulia Cupani consiglia:
Luigi Meneghello, I piccoli maestriBur, 2006, 234 pgg.

I padri non si scelgono, e i maestri nemmeno, e infatti non c’è una circostanza definita, un episodio emblematico, un piano preciso attuato con lucidità dietro il mio essere inciampata in questo piccolo libro infinito, e nel suo autore con la voce arrotondata, l’accento vicentino e lo sguardo buono. Sono, però, grata alla sorte che – un giorno che nemmeno ricordo più perso nella nebbia del “molto tempo fa” – mi ha fatto conoscere questo libro e la sua prosa sottile, ironica, tagliente come un filo d’acciaio. Una prosa capace, in ogni momento, di andare a toccare con pochissime parole il centro esatto di ogni questione, di definirla implacabilmente e insieme di accarezzarla, di suggerirne i contorni con gentilezza inesorabile, e di raccontare così un mondo che resterà sempre impossibile da afferrare in modo compiuto. Un mondo perfetto, a suo modo intoccabile, impossibile da possedere completamente che paradossalmente, proprio per questo, è l’unico mondo da cui è possibile sentire di provenire. La storia dei piccoli maestri è la storia di una presa di coscienza, di una ribellione, di un riscatto e di una condanna. È la storia di un giovane studente veneto dotato, colto e fascista che un giorno incontra un maestro che fa uscire la sua vita dai binari. È la storia di quello stesso studente nel momento in cui, in piena coscienza e ubriaco di desiderio di reazione, decide di fuggire in mezzo alle montagne a difendere con le armi “almeno il tesoretto dell’antifascismo. L’onore, per modo di dire”. È la storia di infiniti errori e infinito coraggio, di sconfinati interrogativi esistenziali e di imprescindibili minuzie, è la storia sconnessa e abissale della Resistenza italiana raccontata con voce ferma e lieve, senza alcuna concessione e nessuno sconto, ma anche senza nessun ripensamento, nessuna tentazione di compiere passi all’indietro. Quella dei piccoli maestri è la storia eroica di un’anti-epopea, la storia dell’evento più alto ed esemplare che la nostra nazione abbia saputo produrre in un secolo e mezzo di storia, raccontata attraverso il filtro di una voce bassa, modulata tutta un’ottava sotto, senza alcun accenno di strepito o di retorica. Una storia che ha in sé, inesorabilmente, tutto quello che è necessario dire, e che proprio per questo riesce a dirlo con pacata lentezza, con chirurgica precisione e ironia sottile, senza bisogno di artifici o di trucchi, senza dover tirare le corde dell’emozione di chi legge con altro che la sua perfetta, adamantina verità.
Una volta conosciuta, questa storia si incunea dentro con la forza delle cose che ci raccontano, senza possibilità di alternative, cosa siamo e da dove veniamo, e che senza voler insegnare né suggerire nulla hanno già tutto, ma proprio ogni cosa, dentro di sé.

Alberto Bullado consiglia:
Valerio Evangelisti, Il castello di Eymerich, Mondadori, 2004.

Come “papà” scelgo Valerio Evangelisti, anche se forse avrei dovuto scrivere di Chuck Palahniuk, di Irvine Welsh o di Philip K. Dick. Scelgo Evangelisti perché, malgrado sia un autore che ora leggo sotto un’altra luce, i suoi libri hanno avuto per me l’effetto di un elettroshock. Mi hanno fatto capire che la letteratura potesse essere anche tutto questo. Ovvero narrativa eccessiva sotto ogni aspetto, da apparire persino sfacciata. Romanzo storico, fantascienza, horror, cyberpunk, sci-fi, fantasy, western (Cristo, persino il western!). E come se non bastasse protagonisti inqualificabili, stronzi fino al midollo e politicamente scorretti, come Pantera, un solitario cowboy dedito alle pratiche stregonesche, e Nicolas Eymerich, inquisitore medievale, piagato da dogmi dementi, da un’irreprensibile ferocia e da un’intelligenza disumana. E poi un immaginario affollato di riferimenti dirompenti, derivati dalle graphic novel e da scenari apocalittici accompagnati dalle note distorte del punk rock e dell’heavy metal. Un miscuglio postmoderno che ridefinisce il concetto di pulp, sfociando persino nel weird, con le sue visioni del mondo forti, sferzanti, poco accomodanti e le sue vertigini storiche. Una narrativa malata, contaminata, praticamente, da qualsiasi miasma e sottogenere da apparire perniciosa e sconveniente, anche se in realtà ribollente di fantasia e vitalità. Pulsioni esecrabili che non potevano limitarsi alla pagina scritta. L’opera di Evangelisti è tra le prime, in Italia, a vivere di vita propria dando sfoggio ad una febbrile transmedialità tra letteratura, web e fumetto, proprio perché il libro non sarebbe potuto bastare a contenere quel mondo disturbante e psichedelico.
Insomma, quando ti ritrovi a leggere cose come queste a 16-17 anni, allora ti si apre un mondo di possibilità. È come se le porte di un nuovo inferno letterario si spalancassero al tuo cospetto. Per questo ho scelto Il castello di Eymerich, dove il male trova suo compimento in un’orrenda architettura. Forse il suo romanzo più riuscito assieme a Cherudek, il più cupo, il più gotico. Perché solo Evangelisti avrebbe potuto prendere Umberto Eco e farlo fornicare assieme a Stephen King, William Gibson e dei testi esoterici-cabalistici senza battere ciglio. Quel castello maledetto, una malebolgia di fantasia che, devo ammettere, mi ha scottato dentro. Un’ustione che mi porto appresso come una cicatrice, perché una delle cose che ti rimangono impresse di più nella memoria sono le sberle di tuo padre che ti sei preso da piccolo. E quella volta Evangelisti aveva picchiato duro.

 

Seconda Parte

CAMing out! – Padri Letterari (II parte)

 

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